Fabrizio Silei.
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GLI OCCHI DEL SERPENTE.
Parte 2.
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2023 Giunti Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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SECONDA PARTE.
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IL SEGRETO DI MINOSSE.
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Mai. Oh, mai. Niente morir mai. L'acqua scorre. Il vento soffia. La nuvola fugge. Il cuore batte... Niente muore.
Alfred Tennyson, Niente muore.
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Figlio bianco e biondo, figlio volto iocondo, figlio, perch t' el mondo, figlio, cus sprezzato?
Jacopone da Todi, Donna de Paradiso.
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Il labirinto moderno, pertanto, appare pi simile a un regno mentale in cui si realizza l'irrimediabile separazione fra due mondi, il visibile e l'invisibile, che una volta erano in comunicazione; la sua esistenza ci condanna a un esilio definitivo.
Patrick Conty, Labirinti.
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Capitolo 29.
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Il professor Vichi era alto, cupo all'apparenza, salvo poi esplodere in improvvisi e inattesi sorrisi che illuminavano i suoi interlocutori come fa il sole con i tetti e le cose quando spunta all'improvviso fra le nubi scure di un imminente temporale. Aveva le corte basette ingrigite e i capelli scuri e imbrillantinati, un po' troppo lunghi e ravversati alla meglio, avrebbero avuto bisogno del barbiere. Usc dall'aula di disegno per chiamare le modelle. Quando vide Ernestina, la squadr da capo a piedi e non si limit a pensare che fosse una bellissima ragazza, come facevano tutti, ma prov un piccolo turbamento, come se l'avesse gi vista, se la conoscesse. Gli ci volle ancora un secondo per capire di cosa si trattava: non era esattamente una somiglianza ma... c'era qualcosa nell'espressione e nel modo di muoversi della ragazza che gli ricordava Corinne.
Si pass la mano sulla fronte trattenendocela un istante, come per riflettere, e quando la tolse scorse il segretario di spalle che guardava fuori dal finestrone del corridoio. Poi, ancora con gli occhi fissi su Ernestina, si fece forza. Quando finalmente chiam le modelle, il segretario si accod alle ragazze e gli and incontro.
La signorina Frediani  la nuova modella spieg, sopravanzando Ernestina e le altre per presentarla con il nome falso che lei gli aveva dato: Si chiama Maria!.
Il professore lo guard interdetto: E da quando in qua accompagnate le ragazze e le presentate? Se le avete dato il foglio, lo firmo e siamo a posto.
Ci tenevo a dirvi che per la signorina  la prima volta... mormor l'uomo, arrossendo.
Anche questo me lo poteva dire lei. Giusto, signorina?
Giusto! disse Ernestina abbassando il volto, mentre stringeva la borsetta.
Ma che fate? Non mi dite che vi vergognate chiese il docente, quasi intenerito, non sapeva nemmeno lui se dalla ragazza che aveva di fronte o dal ricordo di Corinne.
No, no... disse Ernestina, mentre le studentesse americane e alcuni studenti sfilavano dietro di lei per prendere posto nell'aula.
Allora occorrer fare un discorsetto, io e voi... disse il professor Vichi, sforzandosi di sorridere, e poi chiam l'altra modella che gi stava entrando nell'aula. Franca, per favore, stai un po' dietro a Maria, qui,  la prima volta ed  un po' timida.
La ragazza sorrise a Ernestina e quando la guard bene anche lei ebbe un sussulto. Ma si riprese subito. Naturalmente si era sbagliata, era stata solo un'impressione, come per il professore. La prese sottobraccio, tirandosela dietro.
Cavolo, se sei bella! le disse. Tu potresti fare il cinematografo. Non ti preoccupare, la vergogna passa subito. Ma non pensare sia semplice, sai, il difficile  stare ferme tutto il tempo. Chieder a Valdo di farti iniziare con una posa distesa,  pi facile e meno faticoso.
Ernestina annu, grata. Sei molto gentile... rispose, ed entrarono nell'aula lasciando i due uomini a confabulare.
Signor segretario, grazie, ma ora ci penso io... disse infastidito il docente. Son ventanni che vedo modelle, so come si fa! tagli corto, e, senza aggiungere altro, torn nell'aula dirigendosi verso lo spogliatoio delle ragazze. Era commosso e meravigliato dall'interesse del compito ragionier Cappelletti. Per un attimo pens a come sarebbe stato bello se quella nuova modella si fosse rivelata davvero Corinne. Tornata una mattina, cos, senza fornire spiegazioni, senza miracoli, trasformando tutto ci che era accaduto in una specie di brutto sogno, di scherzo.
Buss.
Avanti! disse Franca e lui spinse la porta. Quando vide la ragazza in reggiseno, per, fu lesto ad abbassare gli occhi, chiedere scusa, e ritrarsi richiudendo. Franca rise, fin di spogliarsi e incit Ernestina a fare altrettanto. Stava di spalle, ma ogni tanto si voltava verso la nuova venuta e le lanciava qualche occhiata. Anche il suo corpo le ricordava Corinne: le stesse forme, la stessa carnagione lattea e delicata.
Non capisco... si azzard Ernestina, ignara dell'effetto che aveva sulla compagna. Il pudore del professore... Fra un po' dovremo uscire di qui nude come mamma ci ha fatte.
Mettiti l'accappatoio, ora te lo chiamo, ti spiega tutto lui! ribatt Franca turbata, poi sorrise appena e se ne and. Improvvisamente aveva freddo, la malinconia si era impossessata di lei al ricordo dell'amica.
Il professore Valdo Vichi avr avuto sui cinquant'anni. Non era gobbo, ma, come succede agli alti che si ritrovano a vivere in un mondo di persone pi basse di loro, stava curvo in avanti, come se stesse perennemente disegnando sul cavalletto. Se Draghi l'avesse visto, c'era da star certi che avrebbe pensato a un cammello, per via del volto lungo e molle e dell'espressione annoiata degli occhi, che solo di tanto in tanto s'illuminavano, quando parlava, o sorrideva, quasi si ricordassero d'essere vivi.
Entr nello spogliatoio e chiese di nuovo scusa per poco prima. Franca ha detto "avanti", non potevo sapere che fosse mezza nuda si giustific. E quando vide la perplessit di Ernestina continu: Cara Maria, adesso lasciate che vi spieghi. L'erotismo  una questione della mente,  un racconto. Mio nonno mi raccontava che da giovanotto andava alla stazione con degli amici e mettevano uno specchio sotto le scalette del treno un attimo prima che la porta dello scompartimento si aprisse e uscissero le signorine. Queste, nell'atto di scendere, tiravano su la gonna lunga e scoprivano la caviglia di qualche centimetro. Loro intravedevano nello specchio quel centimetro di carne nuda e ci impazzivano di desiderio. Poi, gli stessi amici, la sera andavano al casino, dove le ragazze erano nude e con le tette al vento, e sebbene vederle facesse loro effetto, era un effetto assai misero e materiale in confronto a quello suscitato in loro dalla vista delle caviglie bianche rubate alla stazione alle signorine perbene. Caviglie sulle quali si sprecavano litri d'inchiostro e di versi melensi, mi spiego?.
Ernestina fece una faccia come per dire che capiva e non capiva.
Quando entro e mi trovo davanti Franca in reggiseno vedo una donna, nel suo privato, con delle parti scoperte e altre coperte, che alludono e lasciano immaginare. Se volete ora scoprite una coscia... Avanti!
Ernestina rimase un attimo interdetta, poi accavall obbediente le gambe e ne lasci sgusciare una fuori dalla vestaglia che Franca le aveva fatto indossare.
Ecco, questo  davvero eccitante e sarebbe veramente difficile per i miei allievi disegnarvi senza sudare, se vi mettessi di l con una gonna corta e le gambe in mostra, perch sareste una donna, una persona con i suoi vestiti, i suoi gusti, la sua personalit. Cos cercherebbero di immaginare tutto il resto e il desiderio si impossesserebbe di loro. L'erotismo  immaginazione capace di far correre la mente e portarla a creare storie. Il corpo nudo, invece, di per s  una cosa naturale, pu essere giovane o vecchio,
perfino deforme, ma  sempre bello e innocente, puro, in una parola, sacro. Mi capite? Vedere tutto per chi disegna spegne ogni fantasia: la pi bella delle Veneri diviene corpo, natura, foresta, albero, ossa, costato, pelle, organi, come su un tavolo anatomico. Certo, se la ragazza sorride, allude, fa l'occhietto, allora... Ma se invece sarete professionale, seria, compita, per quanto possiate essere meravigliosa, poi sar tutto l, mi spiego? Per questo gli antichi non avevano vergogna del corpo.
Francamente, forse... rispose Ernestina, confusa. Non che non avesse capito, aveva colto il senso delle sue parole ma stentava a crederci.
Avete mai sentito parlare dello spogliarello?
Ernestina annu.
Se fosse fatto al contrario non funzionerebbe, o meglio diventerebbe interessante a met strada, quando la ragazza si trovasse mezza nuda e mezza vestita. Invece nei locali parigini le ragazze si spogliano lentamente, sono velate di pizzi e bottoni e giarrettiere da sganciare. Ammiccano al pubblico. Allora il desiderio sale e l'immaginazione cerca d'anticiparlo, poi, caduto l'ultimo capo, la ragazza si mostra completamente nuda solo per un attimo e scappa subito. Sapete perch?
Ernestina fece di no con la testa.
Perch non ha pi nulla da togliersi. Il passo dopo sarebbe levarsi la pelle, mostrare i muscoli, il grasso sottocutaneo: un orrore. La ragazza fugge perch il gioco  finito. Adesso  solo un corpo, un animale, magari bellissimo, ma una volta visto, insomma, eccolo l! Meglio intravederlo che vederlo. Si pu certo continuare a guardarlo, ma cos facendo, subentrer presto l'idea che sia la cosa pi naturale del mondo. Si cominceranno a notare le scapole troppo sporgenti, il neo insolito, le smagliature, il didietro un po' calante, perdendo tutta la poesia...
Ma io non ho smagliature e non mi cala niente! ribatt preoccupata Ernestina.
Il professore rise dimostrando in quell'istante vent'anni di meno. Avanti, capirete facendolo. Se siete a posto come dite, tanto meglio, la perfezione, la bellezza di Venere pu solo essere ammirata, ma cancella ogni malizia dall'animo umano. Avanti! Seguitemi!
Il professore sorrise pensando a quante volte aveva fatto quel discorso, e quanti anni gli ci fossero voluti per tentare di spiegare una cosa che perfino lui faticava a capire. Forse, in realt, era solo questione d'abitudine e contesto. Dove spogliarsi  la regola, ogni trasgressione si annulla. Una caviglia all'oratorio vale di pi di una coscia al mare, e cos via.
Ernestina lo segu con le gambe che le tremavano. Nella grande aula Franca era gi nuda e sedeva tranquilla al centro della zona di posa, circondata dai cavalletti e dagli studenti. Poco lontano dalla modella c'era una specie di ottomana che, evidentemente, attendeva lei. Nonostante fosse aprile, qualcuno aveva acceso una grande stufa per contrastare l'umidit che il pomeriggio calava sull'edificio dal parco e poteva penetrare attraverso i vetri fini, perci faceva molto caldo.
Adesso mostratevi sicura e indifferente, non guardate nessuno degli studenti. Ricordate che niente  pi eccitante dell'imbarazzo che mostrerete per chi vi osserva le sussurr all'orecchio il professore, poi la condusse fino all'ottomana e disse: La signorina  alla sua prima seduta. Vi prego di avere pazienza se si muover. Deve imparare. Per favorirla inizieremo con una posizione distesa, a braccia basse e con la schiena appoggiata. Come vedete  bellissima, proprio per questo chi far lo scemo... Il suo sguardo sfil sugli allievi maschi ... dovr vedersela con me e i miei voti. Giuro che l'imbecille di turno lo prendo per un orecchio e lo faccio volare fuori a calci! Ricordate che siete artisti prima che uomini e, come sempre, siate grati di tanta bellezza, che vi metter in non poca difficolt.
Gli studenti e anche alcune delle ragazze, sbalorditi da quell'insolito avvertimento, abbassarono gli occhi sul foglio, distogliendoli da Ernestina. Qualcuno deglut, e non vedeva l'ora di rialzare lo sguardo per ammirarla nella sua nudit. Il professore avanz verso di lei e riparandola con il suo corpo l'aiut a togliersi la pesante vestaglia bianca. Ernestina sent un brivido percorrerla e si sforz di non incrociare il suo sguardo.
Avanti, sedetevi. Poggiate la schiena, piegate questa gamba, cos! Il docente le fece vedere la posizione restando in piedi, senza toccarla. Giratevi in modo che da dietro possano ritrarvi schiena e glutei e da davanti pube, volto e seni le sussurr. Bravissima, bellissima! Mettetevi comoda, dovete stare per un'ora immobile nella posizione che sceglierete e non sar facile. Nous avons fini, et voil!
Si rese conto d'un tratto che i suoi occhi lacrimavano. Non stava parlando con Ernestina, ma con Corinne. La prima volta che l'aveva fatta sistemare in quella stessa posizione con tenerezza paterna aveva usato le poche espressioni francesi imparate a Parigi da giovane. Corinne, come Ernestina, aveva il bel volto in fiamme.
Asciugandosi gli occhi furtivamente, il professore si allontan da lei e girando intorno alla zona di posa la guard da ogni angolo dell'aula. Ernestina si era accorta del suo turbamento e lo studiava senza capire, mentre la tensione a poco a poco si allentava e le mani le smettevano di tremare.
Perfetto! disse ancora Vichi. Buon lavoro a tutti.
Adesso lei si sforzava di rimanere immobile e di guardare la parete color ocra, ma si sentiva addosso decine di occhi che la
esploravano palmo a palmo, e aveva le guance che andavano a fuoco.
Perfetto! ripet ancora il docente. Se finite la posa in anticipo, la facciamo voltare, che la prima volta  difficile stare fermi.
Ernestina aveva le gambe aperte, una piegata, l'altra distesa, ed era certa che fra i peli del pube si scorgesse chiaramente il suo sesso, la sua rosa che, prima di allora, non aveva mai visto nessuno.
Quanti giovanotti di San Frediano avrebbero pagato un mese di stipendio per vederla l, come mamma l'aveva fatta. Se l'avessero saputo avrebbero fatto la fila. Immagin tutti gli uomini che conosceva e qualche ragazza e donna invidiosa del quartiere, in attesa. Una lunga coda che usciva dall'Ottagono e proseguiva fino al parco, scavalcando la rotonda della cavallerizza per arrivare a Porta Romana. Tutta Firenze a fare la fila per vederle la passera.
A quel pensiero le venne da ridere. Dette un'occhiata agli studenti che la fissavano assorti e poi piegavano seri la testa sul disegno muovendo la matita con perizia e indifferenza. Come se avessero avuto acqua al posto del sangue nelle vene.
Solo allora cap quel che aveva cercato di spiegarle il professore e si sent una cosa fra le cose, al pari dell'ottomana su cui sedeva e del testone in gesso di Napoleone, copia dell'originale del Canova che le stava a fianco tutto impolverato. S, le parve di essere anche lei gi morta e sepolta, e la vergogna e l'eccitazione che aveva provato fino a quel momento svanirono di colpo. Sopraggiunsero allora la noia, un dolorino al braccio, la tentazione di muoverlo, un certo formicolio. Poi, finalmente, si ricord del motivo per cui era l nuda di fronte alle ragazze americane che alzavano il carboncino e tendevano il braccio verso di lei come per misurarla da lontano. Era l per un'indagine di polizia, per scoprire quante pi cose possibile sul professore Umberti e la sua
morte, e far avere una promozione al suo damo. Allora le tornarono in mente gli occhi lucidi del professore. Non se n'era quasi accorto, ma nell'alzarle il volto con la punta delle dita per metterla in posa le aveva sussurrato: Parfait, Corinne!.
Chiss chi sar questa Corinne, pens Ernestina. Forse una vecchia fiamma, o un amore di giovent.
In quell'istante il rumore di qualcosa che cadeva la fece sobbalzare, nella stanza s'ud un gran trambusto. Il professore si alz in piedi guardandosi intorno allarmato, come stavano facendo tutti, modelle comprese. A parte ci, intorno a loro nulla si era mosso. Napoleone era immobile, i cavalletti, i vasi e le bottiglie negli scaffali stavano al loro posto. Il docente usc fuori allarmato per controllare, ma anche l non c'era nessuno, niente era rovinato a terra. Turbato torn nell'aula.
Il fantasma? chiese con voce tremante Franca.
Anche il pensiero degli studenti che la conoscevano corse subito alla leggenda che da anni circolava fra gli allievi dell'Istituto.
Ma no, piuttosto qualche legno nelle intercapedini o nelle contropareti.  pieno di passaggi e angoli ciechi stipati di porcherie e cianfrusaglie, ogni tanto crolla qualcosa. Ci saranno dei topi grossi come bambini spieg il professore.
Franca era pallida e tremava. A lei, Corinne, Armenia e qualcuna delle altre modelle era capitato pi volte di sentirsi osservate, spiate. Poi a Corinne era scomparso un nastro per i capelli, e a lei un fazzoletto ricamato. Anche agli studenti sparivano piccoli oggetti, matite e carboncini. Furtarelli senza importanza, scambiati per dimenticanze, che uniti a quella sensazione di essere spiate, avevano fatto loro credere che il fantasma ci fosse davvero.
Ginevra, la bidella con il volto di teschio, era pronta a giurare di esserselo trovato di fronte due anni prima aprendo un ripostiglio sotto le scale della sezione di fotografia. Prima di svenire
l'aveva visto bene, un fantasma con il corpo d'uomo e la testa di toro. Uno spettro di certo, altrimenti, anzich svenire lei, l'avrebbe fatto lui, trovandosi di fronte la brutta faccia della donna. Ma era stato tanto tempo prima e nessuno le aveva dato granch credito. I pi avevano pensato allo scherzo di qualche studente. Da l era nata la leggenda, di sicuro scritta a tavolino da un gruppetto di allievi per scongiurare la noia di un pomeriggio di lezioni e diffusa ad arte per atterrire e mandare in solluchero le ragazze straniere. Narrava di un bellissimo cavaliere della guardia del re che si era tolto la vita nella gipsoteca per una pena d'amore, dopo essere stato tradito dalla dama sua promessa sposa, della quale era follemente innamorato. Un fantasma cornuto. Cos si raccontava, fra le risa degli studenti. Ma se invece Ginevra avesse avuto ragione? Se la storia fosse stata vera? Se fosse stato quel fantasma a uccidere il professore Umberti? A fare giustizia?
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Capitolo 30.
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Mino, il custode, aveva ragione: se il ragionier Cappelletti avesse raccontato quel che gli era successo e quanto aveva visto nessuno gli avrebbe creduto. Come lui stesso non aveva creduto all'orribile Ginevra, che da due anni si rifiutava di accedere a soffitte e ripostigli anche se comandata. Ma soprattutto il segretario avrebbe dovuto spiegare che cosa ci faceva lui dentro a quell'intercapedine che, come un lungo budello ingombro di cianfrusaglie e vecchi mobili della segreteria in disuso, correva lungo l'aula nella parte alta della parete e si affacciava su quella con delle piccole griglie d'aerazione quasi invisibili, perch dipinte del colore dell'intonaco. Da l non si passava per caso, ci si andava apposta e non erano in molti a conoscere quel cunicolo. C'era una porta a met di un corridoio, quasi sempre chiusa, che conduceva a un passaggio della servit in disuso, di quelli che venivano adoperati al tempo di Firenze capitale per spostarsi da un lato all'altro dell'edificio senza correre il rischio di incontrare il re, la corte o il capitano della guardia nei grandi corridoi principali.
Il passaggio era chiuso e interdetto agli studenti, ma negli anni vi erano stati accumulati banchi o altri materiali da operai, bidelli e custodi. Da l si accedeva a una piccola scaletta con ringhiera, un ricciolo di gradini all'apice del quale c'era un'altra porta minuscola di cui solo lui e Mino avevano le chiavi e che non
apriva mai nessuno. Bisognava andarci di proposito, per ritrovarsi fra vecchie sedie rotte che nessuno osava buttare per via della targhetta con il numero di inventario, scaffali e banchi in disuso, tele impolverate malamente dipinte chiss quando e chiss da chi, e altro ciarpame. Il tutto coperto di polvere e ragnatele. Evidentemente per varie generazioni di bidelli pigri era stato pi facile nascondere nei passaggi dell'Istituto le cose inutilizzate o da gettare piuttosto che trasportare tutto al pianoterra e chiamare il carro delle immondizie.
Il ragionier Cappelletti c'era andato per vedere Ernestina. Era la prima volta che una modella lo turbava a tal punto? No, era gi accaduto, quando lui aveva preso a spiare le ragazze dal buco che gli studenti avevano praticato a quello scopo nell'aula di fianco. Il foro era nascosto da una cartina geografica ed era stato fatto per amor dell'arte, per divertimento, dal momento che molti di quei ragazzi, beati loro, avrebbero potuto tranquillamente entrare nell'aula per sedersi a disegnare le modelle nude: scopofilia, voyeurismo? Forse, semplicemente, la scoperta che a rubare un'immagine a spizzichi e bocconi c'era tutto un altro gusto, sottilmente trasgressivo. Quasi tutte le modelle erano a conoscenza di quel buco e il pi delle volte appendevano una camicetta a un chiodo che lo copriva e frustrava ogni diletto a eventuali studentelli guardoni. Ma anche se lo sapevano capitava spesso che se ne dimenticassero. Durante una seduta di nudo del pomeriggio, attratto da Corinne, il ragioniere era entrato furtivamente in quell'aula, come faceva spesso, e poco dopo il celebre professor Umberti l'aveva colto in flagrante con il naso schiacciato sul muro.
E bravo il nostro ragioniere! aveva urlato facendolo sobbalzare, e si era avvicinato al buco mentre lui farfugliando cercava di ricomporsi divenendo rosso fino alle orecchie.
Con quel suo sorriso da impunito sotto i baffetti a spazzola, l'Umberti aveva poggiato l'occhio sul foro e riso di gusto.
Ci facciamo le pippette, eh, ragioniere? Come un ragazzino?
Mah, veramente io... come vi permettete?! Mi  stata fatta una soffiata e stavo controllando se corrispondesse al vero... proprio per provvedere a far tappare il buco! aveva reagito lui, inalberandosi.
S, come no? Scommetto che tutti i gioved controllate e poi vi dimenticate di farlo turare... E come mai siete rosso in viso? E quello cos'? Il maestro aveva indicato la piccola protuberanza sul cavallo dei pantaloni del segretario.
Insomma! Non vi permetto! aveva ribattuto stizzito l'altro.
Non mi permettete? Vediamo cosa ne pensa il direttore di quello che ho visto, che ne dite?
Stavo solo ispezionando il buco!
Bene, allora glielo diremo insieme... Da quanto va avanti questa storia?
L'ho saputo solo ieri ment il segretario. E davvero non vedo la necessit di disturbare il direttore!
Nemmeno io! aveva detto ridendo di gusto l'Umberti. Credo sarebbe imbarazzante e potrebbe anche costarvi il posto. Diciamo che, visto che siamo fra uomini, potrei farvi il piacere di tacere... Ma in cambio voi, un piacere, dovreste farlo a me.
Se posso... Il ragioniere l'aveva squadrato guardingo, asciugandosi la fronte con un fazzoletto.
Potete, potete...
Ditemi.
Avrei bisogno di una chiave dell'Istituto, dell'entrata posteriore della gipsoteca...
Ma per farne che?
Siete sposato, voi?
Lui fece di no con la testa.
Se lo foste non avreste bisogno di spiegazioni. Non posso andare in albergo... capite?
Il ragioniere aveva annuito, e due giorni dopo aveva consegnato una copia delle chiavi all'Umberti. Poi, per rappresaglia, aveva inviato al direttore la lettera anonima dove si diceva che la di lui moglie e il grande scultore, con la scusa di organizzare e selezionare le opere per la mostra romana delle scuole d'arte, scopavano insieme nei pomeriggi in cui l'Istituto era meno movimentato e lui non c'era. Il bastardo gliel'avrebbe fatta pagare, pensava, geloso fin nell'anima del successo del professore e di tutte le donne e le ragazze che gli morivano dietro. Dopo per era accaduto il fattaccio della gipsoteca e Cappelletti, preso dal panico, si era pentito. Si era sentito in colpa per le chiavi e per la lettera, per il ruolo che aveva avuto in tutta la vicenda, e si era convinto che a uccidere l'Umberti fosse stato il direttore per vendicarsi e che la responsabilit fosse sua.
Solo recentemente e per puro caso, dopo aver fatto tappare il foro nel camerino, era andato a cercare fra le carte una pianta dettagliata dell'edificio e aveva scoperto quella sorta di parete cava ispezionabile attraverso la porticina in cima alla scala. Studiando la planimetria si era reso conto dell'esistenza di un altro Istituto nascosto che conviveva dentro a quello reale. Una sorta di inconscio, invisibile ma concreto, un'ossatura oscura che reggeva tutta la baracca. Era rimasto affascinato dalla complessit di passaggi, intercapedini, sottotetti e corridoi che quella struttura celava, dando vita a un labirinto nel quale ci si sarebbe potuti muovere per giorni senza farsi vedere da anima viva.
Fino alla morte dell'Umberti, dal quale si sentiva tenuto d'occhio, aveva resistito alla tentazione e fatto solo un sopralluogo per individuare le grate che si aprivano sull'aula, ma con l'arrivo di
Maria aveva ceduto. Dopo aver affidato la ragazza al professore ed essere stato liquidato in malo modo, era salito fino al primo piano, da l era penetrato nel passaggio della servit e presto, fatta l'irta scaletta, aveva aperto la porticina lasciando la chiave nella toppa e si era accomodato nella penombra, spostando un pannello di legno rettangolare. Nel farlo sotto i suoi piedi qualcosa si era rotto, come se avesse pestato della brace. L per l non aveva dato importanza alla cosa, ma si era meravigliato che la sedia fosse posta proprio di fronte alla grata. Preso dalla frenesia, si era seduto cercando di non starnutire per via della polvere ed era stato allora che aveva intravisto il piccolo lume a olio appeso a lato e schermato perch da fuori la luce non si notasse. Evidentemente qualcun altro utilizzava quel posto. Ma non era quello il momento di pensarci.
Aveva accostato il volto alla grata. Il professore stava accompagnando la nuova modella, ora le sfilava l'accappatoio, mentre l'altra era gi nuda al suo fianco, ma a lui non interessava. Adesso Vichi la metteva in posizione, mostrandole senza toccarla come doveva dischiudere le gambe. Il ragioniere aveva iniziato a sudare, a imprecare mentalmente per via degli occhiali che gli si appannavano. Com'era bella! Com'era perfetta quella ragazza! Avrebbe voluto togliere la grata e usare un binocolo, come a teatro, e in preda alla bramosia, con la faccia schiacciata sulla griglia, aveva subito iniziato a toccarsi da sopra i pantaloni. Era sempre stato facile all'eccitazione. Mentre si risolveva a sbottonarsi la patta con gli occhi fissi sui seni di Ernestina, la porta si era spalancata facendolo sussultare. Voltandosi di scatto, si era ritrovato di fronte una figura con la testa di toro e gli occhi vivi, che la luce retrostante trasformava in un'ombra nera. Preso dal panico, aveva fatto un passo indietro poggiando la schiena a un vecchio scaffale e precipitando con quello sulle sedie accatastate e altre
cianfrusaglie, in una reazione a catena che aveva provocato un bel trambusto.
Prima che potesse anche solo pensare di rialzarsi e urlare o afferrare qualcosa per difendersi, il mostro dalla testa di toro era indietreggiato e la porta si era chiusa dietro le sue spalle, a doppia mandata. Cos Cappelletti era rimasto tremante, rannicchiato a terra, dentro a una nuvola di polvere che gli seccava la gola e impastava la lingua, mentre scuoteva le mani impolverate da laniccioli e ragnatele, e sentiva da basso gli studenti e il professore interrogarsi sulla provenienza del gran rumore che li aveva interrotti. Gli erano bastati pochi secondi per constatare, in preda al terrore, che era prigioniero di quell'essere... Ma anche cosa sarebbe accaduto se avesse gridato. Il fantasma poteva tornare e avventarsi su di lui, oppure potevano correre in suo soccorso e allora... che figura ci avrebbe fatto? L'avrebbero scoperto l, nascosto a spiare. E lui ci teneva alla sua reputazione, e temeva la vergogna ancor pi della morte. Sarebbe stato ben peggio di quel giorno con l'Umberti, che per fortuna era morto portandosi via con s ci che aveva visto. Stavolta professori e studenti l'avrebbero deriso, tutti avrebbero sparlato di lui e l'avrebbero di certo licenziato. No, davvero non avrebbe potuto spiegare la sua presenza in quel luogo.
Tremante, aveva atteso che la lezione finisse e la luce dell'aula si spengesse, infine, prima timidamente, poi con sempre pi decisione, nella scuola deserta e buia, aveva attaccato a chiamare inutilmente aiuto e a picchiare i pugni sulla porta come un murato vivo. Finalmente, Antonio, il custode, doveva averlo sentito. Aveva capito dove si trovava ed era andato a liberarlo. Meravigliato gli aveva chiesto: Cosa ci fate voi qui, ragioniere?.
E lui, quasi in lacrime, abbracciandolo, ancora scosso dai brividi, gli aveva raccontato del mostro, del fantasma.
Mino, sia benedetto il cielo. Che bravo custode che siete, menomale che fate il vostro giro d'ispezione, che Dio vi benedica, caro Mino...
L'uomo aveva scosso la testa, poi aveva detto con tono paterno: Ragioniere, mi meraviglio di voi! Alla vostra et? E ora vi inventate storie di mostri con le corna? Sar stato qualche studente, che vi ha visto e vi ha giocato un brutto tiro. Date retta a me, non parlatene con nessuno. Passereste per matto e vi farebbero un sacco di domande imbarazzanti. Non vorrete mica perdere il lavoro?.
Ma no, ma no... non  come sembra, avevo sentito dei rumori, ero salito... aveva provato a difendersi lui, a inventare storie. Poi, sotto lo sguardo eloquente del custode, si era arreso. Posso contare sulla vostra discrezione?
Senza dubbio! aveva proclamato Antonio alzando il lume e mettendosi una mano sul cuore. A patto per che voi qui non ci veniate mai pi, siamo intesi?
Lui aveva fatto di s con la testa e solo a quel punto si era voltato. Prima che Antonio chiudesse la porta, aveva fatto in tempo a vedere sul pavimento i carboncini in frantumi che aveva calpestato al buio e, illuminata dal lume del custode, la tavoletta poggiata alla parete dietro la sedia, che al buio non aveva visto. C'era fissato sopra un disegno meraviglioso: era il ritratto di una ragazza nuda. Corinne. Che l'avesse fatto proprio Antonio?
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Capitolo 31.
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L'esitazione di Sabina era durata solo un attimo, trovandosi Bianca nuda e tremante di fronte, in piedi a fianco della tinozza d'acqua da paura putrida, davanti al camino acceso. Con stizza le aveva tolto il telo dai capelli. Alla vista del bel corpo latteo e nudo illuminato dal riflesso danzante delle fiamme, la donna si era ricordata le parole del prete sugli ebrei e se l'era vista gi all'inferno, la sua Bianchina. Ritta fra le fiamme, tale e quale a una delle figure magre che, dipinte in un angolo dell'abside della chiesa della Pieve, venivano seviziate da diavoli neri. Era rimasta di gelo, si era sentita tradita, aveva pensato perfino di cacciarla, di non rivolgerle pi la parola, ma poi... poi l'aveva sentita piangere e allora aveva preso il telo di cotone e ce l'aveva avvolta iniziando a frizionare per asciugarla.
Fra le sue braccia Bianca mormor Perdonatemi... perdonatemi. .. due o tre volte, con la voce impastata di lacrime.
Allora lei l'abbracci stretta, cullata come una bambina. Perch anche se faceva la dura, se tirava ai figli e alle figlie degli scapaccioni che te li ricordavi, Sabina aveva il cuore buono.
Ora ho capito perch borbottavi piano piano quando si recitava il rosario, non intendevo nulla d'icch tu dicevi! le fece per stemperare la tensione.
Non era colpa della ragazza se non era battezzata, se era un'ebrea, ma il fatto che le avesse mentito, che l'avesse fatta affezionare a tradimento per poi rivelarle la verit, non le andava gi. Pietro non cera e lei non sapeva che fare, come comportarsi.
Il giorno dopo, mentre andavano a lavare i panni al lavatoio, le chiese: Serafino lo sa? Almeno a lui gliel'hai detta la verit? Gliel'hai detto quello che sei?.
No, perch io non sono niente! rispose la ragazza disperata. Mio padre era ebreo, io non sono mai stata nemmeno al tempio e avevo paura che se lo avesse saputo non mi avrebbe voluto pi bene!
Bella volpe che sei, l'hai fatto innamorare di una colomba e poi ti sveli una vipera!
Un salice di vinchi rossi tempestato di foglie argentate esplodeva come un fuoco alle loro spalle e i campi gialli s'erano fatti bruni per via della pioggia della notte, come se le colline avessero cambiato il pelo. Firenze era da qualche parte oltre le loro gobbe e Pietro era l e non s'era pi fatto sentire.
Non  una vipera! disse Ipazia arrivando alle loro spalle. Voi e i vostri preti, non lo vedete che  di carne e di sangue come noi, mamma?
Lo vedo, lo vedo! ammise Sabina, sbattendo le lenzuola inzuppe sul piano di pietra. Avanti, datemi una mano!
Bianca sorrise a Ipazia, grata. Era particolare Ipazia, aveva i capelli castani e lunghi e qualcosa di Pietro negli occhi, ma i suoi erano scuri, come quelli della madre. Non era bella, non la si sarebbe potuta dire tale a prima vista, ma poi, guardandola meglio, subito t'innamoravi del suo collo lungo, del portamento e lo sguardo fieri e perfino di quel suo naso da zingara, che non era piccolo e delicato, ma particolare, e che insieme alla carnagione abbronzata e a un piccolo neo sopra le labbra fini componeva un volto che attirava l'attenzione dei maschi. A renderla ancora pi desiderabile erano i suoi modi bruschi, quasi diretti, da ragazzaccio, e la sua lingua che non restava mai indietro, nemmeno nelle gare in ottava rima, dove dava filo da torcere anche ai vecchi pi esperti.
Fiorin di limone, del peccato il prete  la cagione! inton con la sua voce forte e delicata insieme, mentre strizzavano il lungo lenzuolo attorcigliandolo. Per questo chi non l'ascolta c'ha ragione!
Smettila, svergognata! la rimprover Sabina, mentre torcevano la stoffa e facevano a chi la girava di pi come in una prova di forza per far inclinare l'altra.
Fior di ginestra! Qui  tutto un lavora' ma io vo' fa' festa!
Sabina sorrise e scosse la testa. Che figlia pazza che aveva, quel nome che le aveva voluto mettere Pietro le stava proprio bene. Una femmina che sin da bambina sognava di fare il medico, poteva esserci qualcosa di pi ridicolo?
Bianca aveva smesso di lavare, il rumore dei panni sbattuti sulla pietra era cessato. Si voltarono a guardarla, era immobile e fissava la strada bianca.
Sta arrivando qualcuno... disse, vedendo un'auto sopraggiungere.
Era il nuovo fattore, che pass oltre in direzione della stazione di monta, ma Bianca fece in tempo a scorgere l'uomo che aveva a fianco, e inizi a tremare come se l'avesse morsa la tarantola. Quello si era voltato e l'aveva guardata sgranando la bocca in un ghigno. Lei si accartocci a terra e vomit sulle proprie scarpe. Rialzando gli occhi verso la macchina che si allontanava vide un'altra sagoma sul sedile posteriore, con un cappello a bombetta, e seppe senza ombra di dubbio che era quella dell'anziano compare dell'uomo.
Che hai? Che ti succede? le domandarono Ipazia e Sabina soccorrendola.
Quegli uomini! balbett lei pulendosi la bocca. Quello in auto vicino al fattore...
Vedrai che  il guardia, quello nuovo, arrivava oggi... spieg Sabina.
 lui... c' anche l'altro... mormor Bianca con gli occhi colmi di terrore. Sono quelli che hanno tentato di...
Non ci fu bisogno di finire la frase, Sabina si volt e s'avvi verso la villa a passo spedito.
Voi due andate a casa e chiudetevi dentro! url loro. Vado allo studiolo del conte, devo telefonare a Pietro. Quel capoccione deve piantare tutto ci che sta facendo, e tornare qui, subito! A difendere la sua famiglia!
Poco dopo era tornata di corsa, senza aver raggiunto il suo scopo, perch alla villa il conte non c'era e, senza di lui, la servit non le aveva permesso di usare l'apparecchio. Allora da cima alla strada che dava sui campi a sud si era messa a gridare il nome di Placido ripetutamente, con tutto il fiato che aveva in corpo. La sua non era pi la voce di una madre che richiama il figlio, n quella allarmata di chi ha subito una disgrazia: era la voce di uno sciamano impegnato a evocare uno spirito, era un'invocazione disperata, piena di rabbia guerriera, il grido belluino della lupa che raccoglie intorno a s il suo branco per prepararsi a difendersi.
Purtroppo per lei quando Placido arriv in paese al posto telefonico e chiese di parlare con la questura, a rispondere alla centralinista non fu Mazzuoli, che si era recato in un altro ufficio, ma l'agente scelto Petruzzelli, che passando di l e sentendo squillare aveva pensato bene di alzare il ricevitore.
Pronto? Regia Questura di Firenze scand solennemente.
Sono Placido, il figlio di Pietro Bensi... Vorrei parlare urgentemente con mio padre.
Non c', adesso... disse Petruzzelli guardandosi intorno, e
per accertarsene si allontan dalla cornetta di due passi lanciando un'occhiata verso l'ufficio di Draghi.
Quando la riprese in mano Placido aveva gi detto: Ditegli per favore che deve tornare subito a casa, perch qui stanno succedendo cose gravissime!, ma lui non aveva sentito.
Con voce professionale lo rassicur: Dir senz'altro che avete chiamato!.
Mi raccomando, riferitegli il messaggio!
Certo, certo! Buongiorno! ripet l'agente scelto e poi riappese il ricevitore, ripromettendosi di dire a Pietro che il figlio aveva telefonato non appena l'avesse visto. La sua testa per era altrove, come accadeva spesso. Nel pomeriggio ci sarebbe stato nell'ufficio del questore un incontro importante, a cui avrebbero presenziato i commissari, gli ufficiali e i sottufficiali, forse perfino il prefetto, un capitano dei carabinieri con alcuni suoi uomini e dei tecnici del Comune, insieme ad altre importanti autorit germaniche e italiane. In questura c'era una grande agitazione per prepararsi all'evento, e ancora, a poche ore da quell'appuntamento, a lui, l'agente scelto Evagisto Petruzzelli, non era stato detto nulla. Nessuno l'aveva invitato. Ora che ci pensava, arricciandosi i suoi celebri baffetti alla Poirot, anche nel caso di Porta Romana non era stato coinvolto, nonostante da Roma premessero per la sua celere risoluzione. Pens che forse era opportuno che ne parlasse al questore e che intervenisse lui, magari facendo ricorso a uno dei suoi celebri travestimenti.
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Capitolo 32.
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Quando si  creduto di vivere troppo a lungo nel sole abbacinante di un'eterna primavera, i temporali sorprendono, di fronte a essi ci ritroviamo inermi, senza ombrello, e quando passano ringraziamo Dio d'esser sopravvissuti ai fulmini, e rimaniamo zuppi e tremanti a contemplare un paesaggio irriconoscibile. La grandine ha spampanato gli alberi e ai loro piedi, fradici e sporchi, giacciono ammonticchiati i fiori candidi e rosati, epitaffi viventi dei frutti che non nasceranno, di qualcosa che  perduto per sempre e sembra impossibile possa mai rivivere.
Eppure bisogna andare avanti, fra i campi pieni di pozze e l'erba bagnata, e far finta di nulla, dissimulando un certo disagio, l'imbarazzo e la tristezza di chi ha detto troppo, di chi ha urlato,  scappato e poi, per forza di cose,  tornato, e adesso sta al nostro fianco con lo sguardo cupo e la testa china del cane bastonato, del figlio pentito e oppresso dal senso di colpa per essersi lasciato andare.
Cos era anche quel giorno, mentre Pietro e Vitaliano aggiravano con la Topolino il manicomio di San Salvi, diretti in via Tito Speri in cerca dell'abitazione del professor Vinicio Di Sario, il futurista. Vitaliano aveva dormito in ufficio dopo aver vomitato anche l'anima ed era tornato quasi al mattino, intontito dalla sbornia e con un gran mal di testa. Pietro stava bevendo un po' di caffellatte nella cucina di Filomena, si era voltato sentendo il
rumore della porta della camera che si chiudeva e sia lui che la vecchia avevano tirato un sospiro di sollievo.
Dopo essersi sciacquato la faccia, Vitaliano era comparso sulla soglia e Filomena gli aveva messo fra le mani una tazzina di caff, di quello vero, buono, che teneva per le grandi occasioni.
Ho fatto un po' di trambusto ieri sera, Filomena. Vi domando scusa le aveva detto lui sorseggiando il caff senza guardarla negli occhi. Ho disturbato anche gli altri pensionanti...
Figuriamoci, cose che succedono... Cos oggi avranno di che cianciare ribatt la proprietaria alzando la mano e ruotandola, come a dire "che sar mai!".
Pietro si era voltato verso di lui. Vitaliano aveva fatto fatica a reggere il suo sguardo quieto ma pensoso, poi aveva detto: Io vado a interrogare il futurista, che  a casa dalla notte dell'omicidio dell'Umberti, volete accompagnarmi?.
Pietro, senza rispondere, aveva preso il cappello e l'aveva seguito.
Adesso dall'auto guardavano le alte mura e le cancellate del complesso di San Salvi, il manicomio che i fiorentini chiamavano "i tetti rossi" per via del colore delle tegole dei padiglioni che svettavano come dune d'un paesaggio incomprensibile oltre l'alta cinta muraria.
Dal cancello scorsero al piano alto di uno degli edifici alcune figure pallide e allampanate poggiate ai vetri con le inferriate. Vitaliano rallent e si ferm a guardare l'interno. Da una di quelle finestre un matto magro fece loro ciao con la mano da lontano. Come un bambino salutava l'auto rossa amaranto che si era soffermata di fronte all'entrata fuori.
Stanotte avrete pensato che anch'io fossi scappato di qui, e magari pregato che mi ci riportassero disse Draghi, con un filo di voce, e ingranata la prima ripart.
Pietro esit un attimo, poi disse: A volte l'alcol scatena la pazzia. E a volte la pazzia ci permette di vedere una verit che di solito non ammettiamo.
Sono stato ingiusto. Mi dispiace, me la sono presa con voi...  che il pensiero di Nausica alla villa che si fidanza con un altro mi  insopportabile, mi fa uscire matto!
Non erano le parole di un pazzo o di un ubriaco, quelle di ieri sera. Mi hanno fatto riflettere. Forse davvero dovevo lasciarti stare, Vitaliano. Forse avrei dovuto scacciarti come un cane quando mi venivi dietro con le tue domande. I miei figli non l'hanno mai fatto. Tu eri diverso...
Sentivo che eravate un uomo eccezionale ed ero attratto da voi come la falena dalla luce.
Mi hai sempre dato troppo credito, Vitaliano. Ma anche io ero attratto da te, dalla tua curiosit, dalla tua intelligenza. Se ti avessi scacciato forse oggi saresti un ingegnere, o un buon fattore... Ma come si fa a scacciare un bambino che vuole sapere, che vuole capire questo e quello? Come si fa a immaginare che rispondendo si possa mutare per sempre il corso del suo destino, che la falena rischi di bruciarsi?
Intanto, girando rasente le mura che dividevano la follia dei matti di dentro da quella dei matti di fuori, Pietro pens di nuovo a Hitler e a Mussolini, agli occhi sgranati e fissi, ai movimenti da marionette dei due dittatori cos come li aveva visti nei cinegiornali. Anche loro, come il pazzo dal sorriso buono che li aveva salutati poco prima, erano affacciati alla finestra, ma anzich ricevere sguardi di commiserazione da chi passava o essere internati, avevano ai loro piedi due nazioni esultanti.
Forse, pens, queste mura non proteggono noi da loro, ma loro da noi. Forse il vero manicomio  questo mondo lanciato verso il baratro e in mano a dei matti per davvero, di quelli pericolosi.
Se cos la si intendeva, allora la cerchia dei tetti rossi era l'ultimo avamposto, l'ombelico, l'isola, la fortezza, in cui si erano rifugiati gli unici uomini savi di mente, perch ancora capaci di non applaudire ed entusiasmarsi di gioia di fronte al disastro che Pietro, con una parte di s, sentiva in procinto di arrivare. L'incontro fra i dittatori, la follia della guerra d'Africa, le stragi, le uccisioni degli oppositori, l'intolleranza nei confronti di tutto e tutti, le loro parole piene di vanagloria e odio, le parate, i fucili, non erano che il principio a cui sarebbe presto seguito molto di peggio. I due bambini giocavano con il fuoco, non c'era bisogno d'essere una nonna vecchia e saggia per sapere che presto si sarebbero bruciati trascinando nelle fiamme il mondo intero.
Via Tito Speri dev'essere questa disse Vitaliano immettendovisi, e fatti pochi metri videro un gruppo di uomini che usciva dal circolo ex combattenti e guardava su verso l'ultimo piano del palazzo di fronte. Solo dopo Pietro e Vitaliano si accorsero della donna che urlava dalla finestra e un paio di camicie nere che erano uscite dal portone. Una si toccava la fronte e imprecava, un'altra appoggiava qualcosa sul cassone di una camionetta. Subito furono raggiunte da altre due, e presero a confabulare molto agitate.
Accosta Vitaliano, vediamo che succede... disse Pietro.
Quando uscirono dall'auto rimanendo a distanza, per non farsi notare, sentirono le grida della donna affacciata. Gli ho gi dato mio marito a quei crucchi l! vociava. Io la bandiera di quei maledetti alla mia finestra non ce la voglio! Avete capito?! Mi dovete uccidere per appendere la bandiera dei tedeschi ai miei davanzali!
Dalla camionetta scese un altro fascista, un graduato con la pancia prominente, che si tir su i calzoni con due mani.
Che succede, chi grida? chiese.
Quando ci ha visto salire, ha preso a gridare che lei le bandiere non le vuole! Che Hitler ci si impicchi, ha strillato... e diceva di un marito che gli hanno ucciso gli austriaci nella Grande Guerra.
E tirava la roba! s'intromise un altro toccandosi la fronte graffiata, dov'era stato colpito da un cantero volante, per fortuna vuoto. Ha tirato mestoli, piatti, sedie, un comodino, insomma ogni ben di Dio! E non siamo riusciti ad avvicinarci, a farla ragionare. Che facciamo?
Le bandiere s'hanno da mettere, vedova o non vedova. Ci faremo fermare da una vecchia pazza? Sfondiamo la porta e attacchiamole. Ci metto poco io, a farla volare dalla finestra! disse il fascista panciuto, e infil le scale cantando: All'armi! All'armi! All'armi siam fascisti.... Gli altri lo seguirono con entusiasmo, senza rendersi conto che due avventori del circolo ex combattenti dirimpetto che avevano assistito a tutta la scena, dopo che i fascisti furono spariti nel portone del palazzo, gli erano andati dietro. La donna aveva ripreso a gettare roba e a inveire. Pietro non ci pens un solo istante, corse ed entr nel portone unendosi a quei due, uno dei quali era molto giovane. Vitaliano, dopo un primo sconcerto, imprec e gli corse appresso. Fra tegami e bottiglie che volavano e le urla della donna, quelli erano gi a fronteggiare i fascisti e si voltarono appena sentendoli arrivare per capire da che parte stessero.
 una vedova di guerra, ha perso il marito, lasciatela fare! disse il pi vecchio alle camicie nere.
Fatevi gli affari vostri, via di qui se non volete guai! ordin il caposquadra, e non fece in tempo a finire la frase che si becc un cazzotto in bocca che lo mand a gambe all'aria sulle scale. Gli altri tre fascisti si gettarono sui due ex combattenti e si scambiarono i primi pugni e le prime labbrate. Pietro intervenne per
dar loro man forte e assest un colpo a una camicia nera, che indietreggi e poi si ributt su di lui beccandone un altro in pieno viso. Vitaliano, vedendo il pi giovane in difficolt, prese per le spalle il suo assalitore, mentre riceveva un cazzotto nei fianchi. Lasci l'uomo e voltandosi rese un bel pugno sul muso a chi l'aveva colpito, poi si gir e prov a darne uno anche a quello che aveva di fronte, ma fu sbilanciato da altri che gli crollarono addosso.
Rotolarono tutti nell'andito dell'ingresso, la donna smise di tirare la roba e corse a urlare dalla finestra: Si picchiano, i fascisti picchiano gli ex combattenti!. Allora dal circolo uscirono altri uomini di varie et e accorsero, mentre i quattro fascisti, che ne avevano gi prese abbastanza, infilarono la porta e scapparono. Torneremo! url uno di loro. Non finisce qui.
C'era stato un momento durante la scazzottata in cui Vitaliano e Pietro si erano guardati e si erano sorrisi. Ora si rassettavano gli abiti. Draghi aveva il fianco e le nocche doloranti, Pietro nemmeno un graffio. Vitaliano era contento. S'era sentito di nuovo vicino al suo vecchio e aveva notato che questi se l'era cavata insolitamente bene, nonostante il braccio impedito, schivando i pugni e colpendo con il destro come un vero pugile. Si chiese dove avesse imparato. Quell'uomo era davvero pieno di sorprese. Non poteva sapere che don Caldine, il prete della Pieve, aveva insegnato a Pietro un po' di boxe da ragazzo e un caporale dell'esercito c'aveva aggiunto qualche lezione mentre attendevano d'essere mandati all'assalto.
La signora scese con un fiasco di vino e dei bicchieri in un paniere. Casa sua era tutta per le scale. Non era tanto vecchia, avr avuto sessant'anni a dir tanto, ed era ancora una bella signora. Guardandosi intorno comment: Menomale che il vino non gliel'ho tirato, e prese a versarlo. Grazie, grazie! Non ce le voglio
le bandiere con le croci tedesche sulle mie finestre, quelli l m'hanno ammazzato i' mi' Severino! lo disse e gli occhi le si riempirono di lacrime. Grazie, grazie, siete bravi ragazzi! Dei figli siete, ecco cosa!
Torneranno! disse Pietro.
E ci troveranno ad aspettarli afferm un giovanotto facendosi avanti e guardando gli altri. Siamo sempre qui al circolo Andrea del Sarto, faremo dei turni, che dite? Tutti annuirono. Fino a che Baffino non torna a casa, a lei, signora, ci pensiamo noi, per lei e per suo marito, che ha combattuto proprio come me e i fratelli o i padri di questi ragazzi asser uno fra i pi anziani.
Venite in casa che vi medico, ho lo spirito e l'ovatta disse la donna, guardando le labbra tumide e la fronte sbucciata di alcuni di loro, mentre versava ancora vino nei bicchieri.
Iniziarono a salire le scale, attenti a non calpestare i vetri e i piatti in frantumi. Tenevano il bicchiere in una mano, raccogliendo con l'altra uno scolapasta e altri oggetti di alluminio ammaccati, e scavalcando una sedia e un comodino che sarebbero poi tornati a prendere. Pietro e Vitaliano si allontanarono prima che qualcuno potesse chiedere loro chi fossero e da dove sbucassero.
Quella primavera, nella Firenze fascista ed esultante, agghindata da bandiere gemelle con fasci e svastiche per lo storico giorno, ci sarebbero state tre finestre spoglie all'ultimo piano di un palazzo di via Tito Speri, quelle dell'appartamento di Maria Jole Spicciani, vedova Ricciarelli.
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Capitolo 33.
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Burdino Mezzo Bicchiere non sar stato un genio, ma se il suo cervello non era granch in compenso il suo intestino era un orologio e con le sue cagate ci si sarebbe potuta rimettere l'ora da quanto era preciso. Cos, irretito dalle minacce del Faina, sin dal giorno seguente alla loro spedizione alla Rufina, alle otto di mattina precise, aveva preso a farla nel cantero e a rovistare nelle sue feci con uno stecco per cercarvi la fede ingoiata e sfuggire allo squartamento che gli aveva promesso l'amico se non l'avesse trovata. Se l'era anche sognato, il Faina, dallo sguardo satanico, che chinato sul suo corpo gli estraeva gli intestini come trecce di salsicce dalla pancia, mentre lui, da disteso, osservava tutta l'operazione e domandava con una vocina timida timida se l'avesse trovata.
Con grande contentezza, al secondo tentativo, aveva visto luccicare l'oro della fede nella sua cacca, l'aveva presa, lavata con il sapone e aveva constatato che il trattamento l'aveva resa lucente come se fosse stata nuova, appena uscita da sotto la spazzola lucidatrice di un orafo del Ponte Vecchio.
E proprio da quelle parti era corso il Faina, per portarla subito al mago, il principe Antonino dei suoi stivali. Questi era davvero una mente, a suo modo, e subito aveva avuto l'idea di inserirla all'anulare della mano di scheletro che il Faina aveva
nascosto nel materasso della donna e che lei gli aveva portato, insieme agli altri oggetti e indizi minacciosi che aveva trovato disseminati in giro, dopo aver buttato a gambe all'aria la casa, svuotato i cassetti, spostato i mobili e divelti i cuscini e le materasse riducendosi a dormire sui loro resti. Siccome non viveva pi dalla paura, aveva poi preteso di anticipare almeno di un giorno la seduta spiritica con il mago per poter parlare e chiedere piet a suo marito buonanima.
Il principe, per, aveva dichiarato la sua impotenza e asserito che per esser certi di evocare il marito, anche contro la sua volont, occorreva attendere dei medium molto potenti che sarebbero arrivati da lui a giorni e senza i quali era sconsigliato tentare l'impresa. Per scrupolo aveva aggiunto a questa altre scuse esoteriche legate all'effetto che doveva svolgere la luna sugli oggetti del malocchio, tutto per mandare avanti la faccenda, intanto che, Caterina, con la bustina di polvere d'edera velenosa, a ogni occasione rimpinguava il giaciglio della donna oramai ridotta una crosta e un bubbone, cos scempiata da non potersi guardare. Con quel prurito addosso la malcapitata se la sarebbe rifatta tanto volentieri con la bambina, ma invece la trattava ora come una principessa, sentendosi addosso gli occhi del marito morto e sulla pelle gli effetti della sua maledizione. La mattina la donna le serviva la colazione a letto andando a prenderle un panino allo zibibbo al forno e scaldandole il latte, per poi accompagnarla addirittura a scuola. Pettinava la bambina e diceva, voltando gli occhi porcini al cielo: Hai visto?. Le dava da mangiare e diceva: Hai visto come la tratto?, rivolgendosi idealmente al marito che adesso odiava in cuor suo ancora di pi di quando era vivo.
Finalmente, giunta la sera stabilita, la matrigna di Bianca si rec a Firenze, attese che calasse la notte e rintoccassero le ventidue, e poi and a bussare alla porta del principe.
Quando questi le mise fra le mani la mano scheletrica dell'uomo e lei vide la fede che era scomparsa dal cassettone, le sfugg un urlo e perse i sensi. Il mago e la sua serva dovettero rianimarla e, allo scopo, le fecero bere un po' di vino, nel quale Antonino aveva precedentemente disciolto un blando ma efficace allucinogeno. Quando la donna rinvenne e si fu, per cos dire, ripresa, ebbe inizio la seduta con i pi grandi e potenti medium che al mago fosse riuscito di rintracciare. La matrigna fu introdotta in un salone dalle finestre abbuiate da pesanti tende di velluto rosso. La stanza era immersa in una penombra teatrale e al grande tavolo tondo della sala l'attendevano delle figure spettrali, rese tali dalla luce gialla che calava dal lampadario ornato di teschi sopra le loro teste. L'illuminazione radente, dall'alto, rendeva gli occhi dei presenti delle caverne nere animate da un minaccioso luccichio ed evidenziava le rughe della fronte e i nasi solenni. Al tavolo erano seduti nell'ordine: il Faina, truccato per l'occasione come un fachiro, che sfoggiava un grande turbante e una collana d'oro di Bologna a forma di cobra sul dorso nudo e scheletrico, infestato da peli fini e lunghi; al suo fianco un medium colossale dalla pelle nera, giunto da chiss quali porti del Brasile ed esperto di macumb e vud, interpretato da Burde padre, che purtroppo era giunto gi un po' alticcio e per questo aveva l'ordine di non dire nulla che potesse risultare minimamente comprensibile, ma solo di guardare severamente la donna; per ultima la vecchia Girgenti, che di solito vendeva i fiori agli innamorati e mendicava in giro, ma si prestava volentieri a qualsiasi lavoretto in cambio di qualche moneta. Quella sera, rugosa com'era e vestita tutta di nero, sembrava una strega delle fiabe.
La matrigna di Bianca mormor un timido Buonasera e fu fatta accomodare al tavolo. Nessuno dei presenti la degn di uno sguardo, anzi chiusero gli occhi drizzando la schiena e disposero
le mani aperte sul tavolo. Alla donna sembr che ondeggiassero, che le loro figure si dilatassero come le fiamme delle candele, quando da bambina, in chiesa, strizzava gli occhi per sconfiggere la noia e giocava ad allungarle.
Siamo pronti? domand il principe.
Tutti annuirono solennemente e la donna rispose un flebile Si. Avevano fatto le prove anche quel pomeriggio, unirono le dita e la serva dietro il paravento fece partire una musica d'atmosfera sul grammofono. I quattro di fronte alla donna iniziarono a contorcersi lentamente e a voltare gli occhi all'indietro, come presi dalle convulsioni.
Stanno aprendo a forza la comunicazione con il regno dei morti! spieg solenne il principe e poi scand: Filiberto Levi dei De Filippis, parlateci, ci siete? Se ci siete battete un colpo!.
La stanza rimase nel silenzio.
Si rifiuta di comunicare con noi! E soprattutto con voi! disse il mago alla donna. Per questo mi occorrevano questi colleghi, bisogna costringerlo! Ma ai morti non piace esser tirati per i piedi!
Oh, madonnina! esclam la malcapitata. Non se la rifar mica con me? E fece per ritirare le mani.
Il principe intuendolo la redargu: Mi raccomando, non spezzate la catena! Sapete che potrebbe morire qualcuno se lo fate, sono in trance!.
La donna si irrigid, sentendosi morire.
Filiberto Levi dei De Filippis, parlateci, ci siete? Se ci siete battete un colpo!
Ma tutto tacque, allora disse: Grande Loaiwa, convincilo!. Burde, che aveva chiuso la mescita di malavoglia e si sentiva girare la testa per il vino, dette il via alla recita e piegandosi all'indietro con gli occhi spiritati sibil con voce cavernosa:
Orborocorotoro dalambaramba strucatarlo ornitorincus! e poi url, rammentando alla meglio le parole che gli aveva insegnato il mago: Macumba la rumba statrunda ramba la gamba morterius!.
A questo punto, sopraffatto dall'alcol, gli venne da ridere e prese a sghignazzare. Incredibilmente l'effetto ne fu accresciuto.
Grande Osiris, fai le tue forze! supplic il principe, e allora Faina scand come un attore consumato: Visn, ind, Cali, quaggi patapl!.
Filiberto Levi dei De Filippis, parlateci, ci siete? Se ci siete battete un colpo! ripet il principe.
E la serva da dietro il paravento picchi sul tavolo con le nocche.
C', c'! annunci il mago. Volete parlare con vostra moglie? Se ci volete parlare battete due colpi!
E si udirono due colpi.
Siete voi che avete fatto tutto questo male alla donna qui presente? Se siete voi battete un colpo! Se non siete voi, battete due colpi!
Risuonarono due colpi.
Antonino sollev gli occhi al cielo, spazientito, pensando a quella sciocca della sua serva. Ho detto, se sei tu batti un solo colpo, non due, forse non ci siamo capiti! spieg.
Ah! si lasci sfuggire la serva. E subito, finalmente, un solo colpo forte e chiaro risuon facendo trasalire la donna.
La volete morta? Se s, battete un colpo, ripeto, solo un colpo!
Un colpo risuon nella stanza e la matrigna di Bianca, preda dell'allucinogeno, vide le teste dei presenti trasformarsi d'un tratto in altrettanti teschi, mentre il tavolo si sollevava da terra sotto le loro mani man mano che la serva, gi sudata e in pena per aver
sbagliato, pompava con una leva il cric collegato al tavolo oltre il fragile paravento che la nascondeva.
Antonino sorrise e tir il fiato. La parte della serva era quasi finita.
Perch la volete morta? Rivelatevi! E lasciate stare il tavolo!
Adesso i medium dovevano stare con le mani alzate in una posa scomoda. La serva si affrett a pigiare il pedale del crick e il tavolo ridiscese sfiatando.
Una voce maschile disse allora con un tono sofferto: Per il male che mi ha fatto, e come dal nulla, in un angolo buio della stanza alle spalle della donna, comparve del fumo. In quel vapore una figura umana appena illuminata venne avanti e vi si materializz. Era quello il momento di Caponi Enzo, verduraio, attore di vernacolo e capocomico della compagnia amatoriale d'Oltrarno, che, a giudicare dalla foto fornita dalla donna, somigliava per fisionomia al defunto ed era stato truccato a dovere per l'occasione. Il volto spettrale era coperto di cerone, il fumo l'investiva e l'allucinogeno lo rendeva agli occhi della poveretta ancora pi reale, e tale quale al marito.
Non staccate le mani, per nessun motivo! Non svenite adesso, per l'amor di Dio! ordin il mago vedendo la cliente sbiancare dalla paura.
Perdonami, ti prego, perdonami, Filiberto, lasciami vivere!
lo supplic la donna in lacrime, che avendo l'apparizione dietro di s e dovendo tenere le mani sul tavolo, era costretta a star con
il collo girato per vederlo.
Lo spettro inizi a parlare lentamente, strascicando le parole come se provenissero da un altrove lontano.
Nei prossimi giorni apparir in sogno a Bianca che hai fatto scappare, che volevi immettere sulla strada della perdizioneee! Serpe maledettaaa! Le dir di mandare l'uomo che voleva salvarla dal bordello, il contadino, a prendere Caterina, tu firmerai tutti i documenti che lui ti porter e rinuncerai per sempre alle mie figlie, altrimenti le piaghe d'Egitto ti mangeranno la carne viva di fuocooo! Le cavallette ti divoreranno la capocciaaa! Le mosche ti cresceranno nelle orecchie e le ulcere t'infiammeranno... la passeraaa!
Avrebbe dovuto dire il ventre, ma senza suggeritore il verduraio non si ricordava pi il seguito, era il suo difetto quello di dimenticare la parte ma aveva il pregio di saper improvvisare quando gli succedeva, facendo spesso sbellicare la platea. La vecchia, Faina e Burde erano immobili con gli occhi chiusi. Antonino chiese: E i soldi? La casa?.
Allora lo spettro, che morendo evidentemente s'era fatto sboccato, come rammentandosene, disse: Ah, gi! Brutta troia! Devi anche dare tutti i miei soldi, quel che ho lasciato e ci che mi hai rubato, alle ragazze, vendere la casa e ogni cosa, e dar loro il ricavato!.
E se non lo far? Se si terr qualcosa per s? sugger ancora Antonino solennemente.
La brucer viva e mi seguir all'inferno, nelle fiamme e nella dannazione eternaaa!
Ma come vivr, cosa far...? supplic la donna in preda ai brividi.
Bada che ti vedo! Ti tengo d'occhio notte e giorno disse ancora il fantasma del marito e poi la luce che l'illuminava si spense, il fumo cess, sebbene lentamente, e si sent appena una porta sbattere nell'angolo della stanza. Per fortuna la donna, drogata e sconvolta com'era, non ci bad. La musica era cessata, e lei aveva la testa poggiata sul tavolo, distrutta.
Potete staccare le mani! disse il mago.
I tre medium, sfiniti, crollarono in avanti sul tavolo.
Come far a vivere, tutti i miei soldi, tutti i miei risparmi! si lament ancora la matrigna. Quando sollev la testa i medium erano scomparsi e solo il principe Antonino era fermo al suo posto e la guardava con un sorriso. Ce l'abbiamo fatta mormor con la voce affaticata. Ora sapete cosa dovete fare per liberarvi della maledizione!
Ma di che vivr? ripet ancora la donna, caparbia, nonostante tutto.
A quelle parole, per somma precauzione, il mago l'accompagn verso la teca del cobra illuminata dall'abat-jour e la scopr con un gesto teatrale, tirando via il panno nero che la occultava. Il resto della stanza era immerso nella penombra e la teca palpitava ora come un piccolo palcoscenico.
Guardate! disse alla donna solennemente. Il male  come un serpente, ti inganna, ma non si pu ingannare. Tutto! Dovete dare tutto! Perch da dove vi sorveglia vostro marito si vede ogni cosa. Non pensate di fregarlo, di nascondere nemmeno una moneta, o ci che abbiamo fatto sar stato vano e la disgrazia vi azzanner alla gola!
Mentre le parlava apr e richiuse furtivamente la porticina che usava per nutrire il serpente e quello, percependo le vibrazioni, sollev la testa sperando si trattasse della sua cena. Alla donna sembr che gli occhi del rettile, scuri e malvagi, la fissassero. Un brivido le corse lungo la schiena butterata. Deglut e si port una mano al cuore. Va bene, va bene mormor. Qualsiasi cosa, purch mio marito mi perdoni e mi liberi dal male.
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Capitolo 34.
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Ho avuto paura, paura d'essere scoperto. Il cuore mi  balzato in gola quando ho visto la chiave nella porta, identica alla mia. L'ho aperta, pensando ci fosse lui, invece c'era il segretario, che spiava le ragazze seduto sulla mia sedia, con gli occhi incollati alla mia feritoia, piegato in avanti e ansimante come una bestia. Quell'uomo ha qualcosa di disgustoso. Mi fa paura, eppure anche lui, a suo modo, brama la bellezza. Aveva scostato di lato il disegno interrotto di Corinne, calpestato al buio i miei carboncini.
Pi spaventato di lui, non ho potuto far altro che richiudere la porta, girare la chiave perch non gli venisse in mente di inseguirmi, e fuggire.
So che non ha detto nulla a nessuno, ma so anche di essere in pericolo ora che quell'uomo ha scoperto che esisto. In ogni caso il posto era bruciato, mi sono detto: "Non potr pi andarci a disegnare". Invece lui mi ha rassicurato, e allora sono tornato, ho aperto la porta, accostato il mio volto mostruoso alla grata e per poco, vedendola, non sono svenuto.
Era bellissima, era lei e non era lei. La mia Corinne, rediviva, tornata indietro dal regno dell'Ade, una Persefone fuggita dalle grinfie di Ade, del malvagio Plutone, una Proserpina che aveva ripassato l'Acheronte, dimenticato i fiumi dell'odio, del fuoco e del lamento, per tornare in carne e ossa fra i vivi, se possibile ancora pi bella.
Dai miei occhi hanno preso a sgorgare lacrime come stille di rugiada, il mio petto squassandosi di commozione s' aperto come una melagrana matura e ha iniziato a sanguinare.
"I miracoli esistono!" ho pensato. "Le mie preghiere sono state ascoltate!"
Il pittore ha di nuovo la sua musa ed  destinato a grandi cose.
La notte ho sognato di svegliarmi e guardarmi allo specchio, di scorgervi il mio volto tramutatosi in quello di un bellissimo giovane. Entravo allora dalla porta principale con la mia cartella sottobraccio, senza che nessuno mi notasse, o si accorgesse di me, sulle labbra smerlate e perfette un gran sorriso. Camminavo nei corridoi intrisi di vita, di passi di scolari, di grida e risate. Anch'io uomo fra gli uomini, artista fra gli artisti e finalmente re della mia fortuna e del mio talento, della mia Creta, anzi no, della mia Itaca!
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Capitolo 35.
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Il futurista abitava poco lontano, lo trovarono all'ultimo piano del palazzo, in una specie di attico illuminato da grandi vetrate. Avevano suonato a una porta del piano sottostante e una vecchietta dal naso adunco gli aveva indicato le scale per salire, poi, scuotendo lievemente la testa, si era portata un dito alla tempia picchiettandoci, come segno d'avvertimento. L'uomo and ad aprire con la tavolozza in una mano, poggiata sul gomito ripiegato, e dei pennelli nell'altra. Se lo trovarono di fronte e questi li fiss sbalordito, con due grandi occhi da rapace, grigi e sovrastati da sopracciglia folte e ormai quasi bianche. Indossava un basco nero e Draghi, guardandogli il naso ranfigno, pens subito al becco di un rapace, un vecchio grifone dal collo molle e rugoso e la barba di qualche giorno, davvero bianca come un velo di piume. Per il resto il vecchio era un soldo d'uomo, che arrivava loro alla spalla.
Desiderano? domand.
Pubblica sicurezza scand Draghi investito dal dolce odore di trementina e di colori a olio che c'era nella stanza. Siamo qui per l'omicidio del professor Umberti!
Prego, si accomodino! Se  per consegnare un premio siete nel posto giusto, l'omicida sono io! proclam il vecchio, zampettando come un grosso e goffo pulcino d'avvoltoio verso il centro dello studio. Rise, poggiando gli arnesi del mestiere su un tavolo e togliendosi il basco per rivelare una massa di capelli grigi e arruffati che agli occhi di Vitaliano dettero l'ultimo tocco alla sua fisionomia da condor.
Non scherzate, professore.  una cosa seria... disse Draghi, e si guard intorno. Le pareti che Pietro stava gi osservando, di fronte alle grandi vetrate che illuminavano l'attico, erano piene di tele enormi, con le quali sembrava che qualcuno avesse fatto a pugni. Righe nere si intrecciavano fra loro in diagonale su sfondi rosso carminio, lumeggiati di giallo e di bianco, in altre d'azzurro. Esprimevano una forza e una violenza che era difficile immaginare in un uomo cos minuto. Solo a osservarle meglio vi si ravvisavano figure umane, tori, bombardamenti e battaglie, treni e auto lanciati a tutta velocit, profili di citt abbacinate dal tramonto o in fiamme.
Quando Draghi torn a guardare l'uomo, lo vide in maniera diversa.
Allora, disse assecondandolo diteci come avete ucciso l'Umberti e perch.
Il futurista innamorato,  cos che l'avrebbero chiamato da quel giorno, non gli bad. Stava rimestando in un armadietto e per un attimo sia Pietro che Draghi si chiesero se avessero dovuto fermarlo o no, e cosa avrebbero fatto se quello si fosse voltato con una pistola in mano e si fosse sparato o avesse sparato contro di loro. Invece si gir con una bottiglia di liquido chiaro fra le mani e cerc in un acquaio di graniglia inzaccherato di colori, rintracciandovi tre bicchierini.
Gradite un poco di grappa? domand sorridendo come se finalmente gli svoltasse la giornata.
Pietro rimase in silenzio. Naturalmente non credeva a quella confessione, cos come non ci credeva Vitaliano. Era chiaro che
il vecchio si divertiva a prenderli in giro. Per quanto potesse essere energico, con quel fisico non avrebbe mosso di un solo centimetro la statua sotto alla quale era stato trovato morto l'Umberti. Tuttavia, altre persone, magari degli studenti, avrebbero potuto aiutarlo.
Draghi e Pietro declinarono l'offerta.
Ah, gi, siete in servizio! realizz il vecchio pittore.
Non era quello il motivo. A Vitaliano, reduce dalla sbronza recente, la sola idea faceva alzare lo stomaco. E poi gli dolevano ancora il fianco, per il pugno che aveva ricevuto, e le nocche sbucciate. Anche a Pietro la mano doleva, ma non ci badava. L'occasione di rompere il muso a delle camicie nere l'aveva inaspettatamente reso euforico. Pensare agli uomini e ai ragazzi del circolo ex combattenti Andrea del Sarto e immaginarli proteggere la donna dandosi i turni di guardia gli scaldava il cuore e faceva rifiorire in lui la speranza. Forse avevano simpatie socialiste, o, pi probabilmente, erano anarchici. Di certo non erano fascisti, ed alcuni erano giovani. Cosa si poteva desiderare di pi?
L'ho fatto alla griglia, quel papavero vanitoso! disse l'uomo ridacchiando. Gli ho sparato, l'ho accoltellato, l'ho gettato dal campanile di Giotto insieme a tutte le sue donnone poppute, a quegli obbrobri ruffiani che produceva! Rise con un cigolio sommesso, da carrucola di pozzo.
Non correva buon sangue fra voi, evidentemente.
Il vecchio inarc trionfante le labbra smerlettate e a Draghi sembr di vederle trasformarsi in una parentesi graffa con il ricciolo.
Era un bischero, un coglione! E un fascista!
Perch, voi non siete fascista? domand Pietro facendosi serio, e assunse un'espressione accigliata. Gli scappava da ridere.
Io sono futurista! proclam il vecchio sostenendo il suo sguardo con atteggiamento fiero, e si port il pugno al petto. Come
Umberto Boccioni! Con Settimelli e Corra abbiamo fondato la rivista L'Italia Futurista. Altro che Lacerba! Ero pi giovane, sono stato fra i primi ad aderire al Manifesto di Marinetti! Si voleva rifare tutto daccapo, cambiare il mondo, ripulirlo, rinnovarlo!
Mentre parlava i suoi occhi fervevano, infiammati da una passione che era sorprendente in un vecchio e davvero poteva esser confusa per follia.
Io sono su queste pagine! afferm, afferrando un vecchio numero della rivista e sfogliandolo. Ecco l'elenco dei pittori futuristi di Firenze nel 1917: Roberto Marcello Baldessari, Primo Conti, Arnaldo Ginna, Ottone Rosai, Achille Lega... E poi, guardate qui, con i vostri occhi. Ci sono anche io! disse picchiando con forza il dito sul proprio nome.
Hanno tradito quasi tutti! Rosai dipinge gli omini tristi! E a far da padroni sono scultori come l'Umberti. Ma ci pensate? Eravamo al pari del cubismo, delle grandi avanguardie europee. S'era arrivati in scultura a Forme uniche della continuit nello spazio di Boccioni. L'avete vista? Una Nike del futuro! S'era l l per cambiare la grafica, l'arte, il modo di guardare il mondo. Si raccontava l'elettricit, la guerra, la velocit, e ora devo vedere i miei ragazzi studiare le poppe dell'Umberti o di quel Libero Andreotti con i suoi omini secchi, i Cristi colossali e i suoi inutili cavalli?!
Aveva alzato la voce, era chiaro che ormai stava parlando a se stesso, arringando a folle immaginarie. Ma gi si placava, scuotendo la testa lentamente e mormorando: Siamo tornati indietro di trent'anni. M'hanno lasciato solo e mi deridono! Certo che li ammazzerei: a sangue! Per vigliacchi siffatti occorrerebbe un bel bagno di sangue, buttare via tutto e ricominciare daccapo, anzi no: da Boccioni!.
Dove eravate voi la notte dell'omicidio dalle dieci a mezzanotte? domand Draghi, come di rito.
Ero l nella gipsoteca dell'Istituto d'Arte, che tagliavo la gola a quel bischero! disse l'uomo. O almeno mi sarebbe piaciuto! La taglierei a tutti la gola, a partire dal direttore... ma ero a Sesto Fiorentino. M' rimasta una sorella e dei bisnipoti, ed era il compleanno di Carlino, il minore. Potete chiedere a lei.
Lo faremo... disse Draghi, come per rassicurarlo. Adesso, da come l'uomo lo guardava, quasi emergendo da una grande tela di colori ed esplosioni che aveva alle spalle, sembrava contento, quasi grato ai due poliziotti di considerarlo davvero una minaccia.
Ma se non siete stato voi, sapreste dirci chi potrebbe essere stato? domand Pietro. Vi siete fatto un'idea?
Un tipo in quel modo o si ama o si odia, e spesso prima si ama e poi si odia. Tutti l'invidiavano e lo detestavano, oppure lo desideravano e finivano per odiarlo lo stesso. Il professor Salieri l'avrebbe di certo ammazzato con le sue mani, per la cattedra che gli aveva soffiato. Quel coglione dell'assistente, no, lui  masochista, pi Umberti lo calpestava, pi lui l'adorava... vai a capire la gente. La moglie aveva pi corna che un corbellin di chiocciole. E poi le modelle, se le faceva tutte, dicevano avesse una tresca anche con la moglie del direttore... Parola mia, non vorrei esser nei vostri panni.  una lista bella lunga!
Si alz allargando le mani e disse: E ora, signori, o m'arrestate, oppure ho da finire la mia opera. E indic una grande tela su un cavalletto: Il titolo  Velocit., pi fiamme dell'elettricit, pi giramento di coglioni!. Rise del suo riso triste e cigolante, che a Pietro ricord il lamento delle carriole che lui e i compagni usavano per spostare la terra quando scavavano la trincea. Poi si volt e li accompagn verso la porta. Quando volete mi trovate qui. Sono in malattia, ho un certificato. Dolori. Fra poco andr in pensione. Sono sempre qui, a fare il mio dovere, come
una sentinella. A raccontare la mia storia e come potrebbero essere andati il mondo e l'arte. Fra breve s'andr sulla Luna, si vola di gi nel cielo, si creano bombe meravigliose! Un giorno qualcuno guarder queste tele, queste opere e dir: i futuristi avevano ragione! Altro che donnoni popputi. Quest'arte diceva la verit!
Pietro e Vitaliano annuirono quasi meravigliati da tanta fede, da tanto fervore. Gli dettero ragione senza mostrare d'assecondarlo. Il vecchio poteva avercela davvero, ragione. In ogni caso avevano l'impressione d'aver visto qualcosa di straordinario, un fenomeno naturale, come una serra piena di farfalle, o il cratere di un vulcano attivo. La fede non era solo una questione politica o religiosa: era una visione che insieme affliggeva e sosteneva, e per la quale si poteva spendere la vita.
Io sono innamorato del futuro! disse Di Sario, e poi i suoi occhi si velarono e aggiunse: Un futuro che non vedr mai, che vedranno i miei bisnipoti per me. Loro s, sapranno chi aveva ragione. Scendo con voi... il quadro non scappa. C'ho una minestrina che m'attende.
Lo lasciarono far strada e si meravigliarono quando al piano sottostante buss alla porta della vicina e comparve la stessa vecchia che aveva loro indicato la strada. Mia moglie Argia! la present. La mia musa. Son cinquantacinque anni che ci vogliamo bene.  una grande poetessa, una futurista! In futuro le donne saranno al pari dell'uomo! Scommettete?
La vecchia mormor un Piacere fra i denti e gir il culo scomparendo nell'appartamento. Il volto da rapace del professore si schiuse in un sorriso di tenerezza, ricomparve la parentesi graffa, poi Di Sario scosse appena il capo, si port il dito alla tempia e ci picchiett sopra lievemente, come per scusarsi dell'atteggiamento della moglie.
Buongiorno e buona fortuna. Se trovate l'assassino, ditemi chi , gli mander un regalo!
La porta si chiuse. Vitaliano e Pietro si guardarono e sarebbero tanto volentieri scoppiati a ridere, se non fosse che l'animo loro era pervaso da una strana sensazione, una certa tenerezza per il destino degli uomini, la pervicacia dell'amore, l'ostinata speranza che illuminava gli occhi del futurista innamorato. Scesero le scale con calma, come se stessero ridiscendendo una vetta, lasciandosi alle spalle il nido dei due anziani rapaci. Nella loro mente lampeggiavano i colori di graffi e di luce, i corpi saettanti e vibranti, le devastanti esplosioni che avevano visto sulle pareti del grande studio, l'eco di un futuro che di certo, purtroppo o per fortuna, non sarebbe tardato a venire.
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Capitolo 36.
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Quando il Cuccuma torn e fu accolto da Pietro e Vitaliano in ufficio, si becc subito un Belin! di saluto da Vacher, e poi rifer loro che il commendator Bertelli e la moglie non avevano del tutto confermato l'alibi della vedova. Era s vero che la donna e il suo amico erano andati a giocare a carte, ma non per tutto il tempo. Verso le dieci e quarantacinque la signora aveva accusato un forte mal di testa ed era uscita, seguita dal suo accompagnatore, per prendere aria in giardino. Sia il commendatore che la moglie non sapevano ben dire quanto si fosse trattenuta fuori, di certo diverse mani di carte, perch era rientrata dichiarando di star meglio ben oltre le undici.
Aveva l'aria trafelata, i vestiti sporchi...? Insomma, i coniugi Bertelli hanno notato qualcosa?
No... solo che la signora  tornata da sola, senza il suo amico, che l'ha raggiunta a fine serata.
Pietro e Vitaliano si scambiarono un'occhiata.
Come fanno a essere cos precisi sull'orario di uscita? chiese Pietro, portandosi verso il maresciallo e aiutandolo a togliersi la giacca. E mentre lo faceva comment: Oggi si schianta dal caldo in questo ufficio, hanno acceso i termosifoni in aprile. Roba da matti, quando ho chiesto mi hanno detto che ci sono gli operai a fare una prova di funzionamento... date a me!.
Mise cappello e giacca all'attaccapanni con un'aria assolutamente indifferente, assorto nei pensieri del caso.
Perch, seguit Cuccuma andando ad aprire la finestra quando si  alzata la moglie della vittima, la Bertelli ha guardato l'orologio e anche se non ha ricontrollato al suo rientro, si ricorda bene che la serata era oramai quasi al termine. Nel momento in cui il commendatore Bertelli s' assentato, la signora si  sbottonata e mi ha detto che lei a quella storia del mal di testa non c'ha creduto. Ha pensato pi a una tresca ai danni dell'Umberti e che i due volessero utilizzare il suo giardino per amoreggiare. Naturalmente la cosa l'irritava per due motivi: la mancanza di riguardo nei confronti suoi e "della sua casa", ma soprattutto del marito, e il fatto che una donna sposata a un uomo tanto bello e talentuoso potesse perdersi con quell'amico di famiglia con la faccia da gangster e il corpo da gorilla.
C' altro? chiese Vitaliano.
C' che secondo la signora la moglie della vittima non faceva attenzione al gioco quella sera, non ci stava con la testa. Proprio cos ha detto.
La cosa si fa interessante mormor Pietro.
L'auto dei due per non si  mossa per tutto il tempo, perch dietro aveva parcheggiate quelle di altri invitati. Cos ho voluto fare una prova e dal parco dei Bertelli sono andato a piedi fino all'Istituto d'Arte.  una camminata di dieci minuti e per farla si passa di fronte a casa dell'Umberti, dove, volendo, avrebbero potuto prendere un'altra macchina. In venti minuti si va e si viene dalla scuola a casa Bertelli. Di notte e camminando rasente il parco, c' buona probabilit di non esser notati.
Ottimo lavoro, maresciallo lo lod Vitaliano. E cos anche l'alibi della vedova e del suo mastino salta.
In quel momento Mazzuoli buss e molto confuso annunci:
Commissario, c' qui la signora Reiffe di' vivi i' Gleresse, o come si dice... insomma, la vedova Umberti!.
Si parla del diavolo e spuntano le corna mormor Pietro.
La fecero accomodare, la donna era da sola, rifiut di sedersi, avanz verso la scrivania di Draghi e vi gett sopra una lettera.
 opera vostra? domand, con un tono risentito.
Il commissario prese la busta dal tavolo, la guard. Era evidentemente stata consegnata dalle poste e aveva l'indirizzo e l'affrancatura regolamentare. L'apr e Pietro si accost a lui per leggerla a sua volta: SO CHE RUOLO HAI AVUTO NELLA MORTE DELL'UMBERTI, TI TENGO D'OCCHIO, NON LA PASSERAI LISCIA.
L'hanno mandata a Enrico, povero caro. S' preso paura. Lo vedete grande e grosso, ma  un uomo d'animo delicato. E siccome lui non ha avuto nessun ruolo in questa faccenda e tantomeno ucciso nessuno, questa lettera non ha senso. Se a mandarla siete stati voi per vedere la sua reazione, per smuovere le acque, come si dice, ebbene,  stato del tutto inutile. Perch Enrico non ha ammazzato nessuno e abbiamo un alibi per la sera della disgrazia.
Dell'omicidio... la corresse Vitaliano. Omicidio, non disgrazia.
La donna fece un gesto con le mani, come dire: "Quello che !".
In realt il vostro alibi non  confermato, ho il dovere di dirvelo. E noi non siamo soliti ricorrere a certi mezzi.
Come non  confermato? ribatt sbalordita la donna, fissando Vitaliano.
Draghi le rifer brevemente quanto il maresciallo Cuccuma aveva appreso dai Bertelli.
Ma siamo stati a fumare e parlare di fronte alla loro porta, sotto il pergolato, nelle poltrone del giardino. Si stava benissimo e...
Vi ha visti qualcuno?
No, gli altri erano tutti dentro a giocare a carte, incollati a quel maledetto tavolo. Ma noi non ci siamo mossi di l per tutto il tempo, perch io non mi sentivo bene. Forse qualcuno dei domestici. .. Un cameriere veniva ogni tanto a fumare, noi lo scorgevamo, ma non so se lui... c'era una siepe fra noi.
E di cosa avete parlato? domand Pietro.
Di tutto e di niente. Delle nostre vite, del mio mal di testa e di mio marito... Enrico cercava di convincermi a lasciarlo, non ne poteva pi di vedermi soffrire. Il tempo  volato, una sigaretta dietro l'altra... E comunque io non ho bisogno di nessun alibi, amavo Ottavio e Enrico senza il mio consenso non gli avrebbe torto un capello. E poi, nonostante il suo aspetto... non farebbe male a una mosca!
Va bene, signora. Vi credo. Che vi devo dire...? Noi raccogliamo i fatti, mettiamo insieme le tessere del puzzle, ogni tanto ne manca qualcuna, come in questo caso. Poi capita che saltando sulle tessere mancanti come fossero pietre che affiorano da un torrente, si giunga dall'altra parte e si arrivi all'assassino. O agli assassini.
A quella precisazione la donna ebbe un sussulto. Bene, quando accadr, speriamo presto, sar io la prima a felicitarmene. Che siano quelli veri per! Ma se non avete mandato voi questa lettera, allora chi? E perch? domand allibita la vedova Lonie.
Vitaliano disse:  quello che intendo scoprire.
Abbiate la compiacenza di farmelo sapere, quando lo scoprirete ribatt Lonie, e cos dicendo si volt e si diresse verso la porta che Mazzuoli si affrett ad aprirle.
Buona giornata! scand e i presenti nella stanza rimasero ad ascoltare i tacchi della donna sbattere sul pavimento di marmo e immaginarono le teste dei colleghi sollevarsi dalle scrivanie per guardarla passare.
Vacher esclam: Tes-soro, amore... e agli astanti venne da ridere, a Mazzuoli pi che agli altri, e per non farsene accorgere usc chinando la testa in un blando saluto militare. La porta si chiuse.
Il maresciallo Cuccuma invece non sorrideva, affondato nella poltroncina di legno, appariva pensieroso, e teneva le dita incrociate sulla pancia prominente riflettendo in una posa da curato di campagna durante la pennichella. Nel farlo spingeva il labbro inferiore in fuori e lo ritirava indietro come se russasse, o giocasse con il broncio, ma non dormiva. Sotto le ascelle la camicia era lordata da due grosse macchie di sudore. Anche con la finestra aperta, nell'ufficio con i termosifoni lanciati al massimo, si schiantava dal caldo.
Vitaliano preg Pietro di tentare di chiudere il termosifone, ma non si trovava la manopola che qualcuno aveva sfilato.
Ma quanto dura questa prova?! domand irritato, e ripresa dal tavolo la lista dei possibili sospettati, la scorse. I nomi di alcuni di loro, come il professor Di Sario e Antonio, erano stati barrati con una matita copiativa, altri avevano un punto interrogativo. All'improvviso squill il telefono, facendolo sobbalzare. Era il direttore dell'Istituto d'Arte.
Commissario! disse con voce tremante.  successa una cosa terribile!
Calmatevi, ditemi... rispose Vitaliano, e prese a ripetere le parole del direttore per farsi udire da Pietro e dal Cuccuma: Avete ricevuto una lettera anonima? Stamattina in ufficio. Leggetemela, per favore... So che ruolo hai avuto nella morte dell'Umberti, ti tengo d'occhio, non la passerai liscia... Ho capito, mi raccomando, non parlatene con nessuno. Fate finta di non averla ricevuta per adesso, d'accordo?.
Vitaliano stette ancora un po' al telefono con l'orso bianco, cercando di tranquillizzarlo. Pietro, accostatosi, sentiva la voce del direttore arrivare fino a lui: Nessun ruolo, commissario! Assolutamente nessun ruolo! Ve lo giuro!  una calunnia!.
Quando Vitaliano riappese, Pietro dette voce ai suoi pensieri: Una pioggia di lettere anonime tutte uguali?.
Almeno due, per ora... constat pensieroso Draghi.
E invece no. Una pioggia. Un sasso nello stagno per smuovere le acque... disse Pietro.
Vitaliano and alla finestra, guard in strada: l'auto nera era l, dentro c'erano i due uomini vestiti di scuro. Usc con la lettera in mano e and fino alla macchina. Picchiett con la nocca sul vetro dalla parte del passeggero. Quello alto, che nella sua testa Draghi aveva soprannominato il Pugile, appisolato sul volante, si tir su di scatto e, ancora frastornato, fece per portare la mano alla tasca interna del cappotto. Il Professore tranquillizz il compagno con una specie di carezza sul braccio: Buono, buono... continua a dormire, ci penso io gli sussurr e, abbassando il giornale che stava leggendo, si volt verso Draghi e si ritrov la lettera anonima di fronte agli occhi.
 opera vostra? chiese il commissario con tono irritato.
Appunto, ma non dovete ringraziarmi... dovere.
Ringraziarvi?! domand Draghi spazientito.
Appunto! ripet l'uomo. L'altro aveva ripreso a russare lievemente abbracciato al volante, e un filo di saliva gli colava dalla bocca muovendosi avanti e indietro a ogni respiro.
Quante ne avete mandate? A chi? E soprattutto, perch?
Commissario! Mi meraviglio di voi! Non abbiamo tempo. Da
Roma pretendono risultati. Lasciate che vi racconti una fiaba, volete?
Vitaliano, alz gli occhi al cielo, esasperato. Venite dentro, almeno...
Dentro? Ma cos facendo mi vedrebbero tutti. Mentre io, almeno per ora, non ci sono, non esisto, capite? Voi mi vedete, ma non dovreste vedermi. Gi questo vi mette in pericolo...
Finiamola! disse Vitaliano sempre pi irritato. Spiegatevi!
Nel bosco... inizi il Professore piegando il giornale con mosse precise e lente.  stato trovato un animale morto, mettiamo un tasso, un bel tasso grigio. Tutti gli animali del bosco si sono nascosti, rintanati, infrattati. Fra loro c' l'assassino, ed  certo che nessuno l'abbia visto, che nessuno sappia nulla. Lui sa che non deve far altro che rimanere immobile, non compiere sciocchezze, anzi, non fare proprio nulla, e apparir innocente al pari di tutti gli altri animali, mi spiego?
Draghi rimase fermo, senza dargli la soddisfazione di annuire.
Il tempo gioca a suo favore. Ogni giorno che passa il delitto si fa pi lontano e lui diventa un po' pi innocente, simile in tutto e per tutto agli altri. Ma basta un fulmine, un'accusa, una minaccia per far s che gli animali scappino da ogni lato e il gioco si ravvivi. Basta una lettera che dica: "So cosa hai fatto!" per far trasalire gli innocenti e mandare nel panico i colpevoli. Adesso lasciate che vi dica cosa succeder: gli innocenti verranno a parlarvi della lettera chiedendosi perch mai gli sia stata mandata, ma i colpevoli, chiunque in questo fatto abbia avuto un ruolo anche minimo, non vi diranno nulla. Si faranno guardinghi, inizieranno a domandarsi chi  che sa, chi li ha visti, chi ha capito, vorranno rimediare, faranno un passo falso...
E magari ci scapper un altro morto! lo interruppe Draghi, brusco. Il vostro  un gioco pericoloso, Professore. L'assassino
pu sospettare di chiunque, diventare paranoico e metterlo a tacere, anche se quello non ne sa proprio un bel nulla.
Cercate di arrivare prima di lui... altrimenti... pazienza. Un docente o un bidello di meno, la patria potr sopravvivere. L'importante  che il sacrifcio non sia inutile. Intanto segnatevi i nomi di coloro che hanno ricevuto la lettera e puntate la vostra attenzione su chi ve lo ha taciuto! scand, come se fosse un ordine.
Chi vi dice che l'assassino non sia il primo a portarmi la lettera, fingendosi sorpreso d'averla ricevuta? O che non diventi di dominio pubblico nella scuola che ne sono arrivate tante tutte uguali e l'intera faccenda venga presa come una specie di scherzo?
Pu essere, tutto pu essere. Ma per la mia esperienza chi riceve una lettera cos non lo sbandiera al mondo e per venire a dirlo alla polizia, essendo colpevole, dovrebbe avere i nervi d'acciaio e un'intelligenza prodigiosa. Due doti rare, fra gli uomini, credetemi. Lasciatevelo dire da uno che gli uomini li conosce, li studia.
Draghi prese il foglio che il Professore gli porgeva, lo spieg e gli dette un'occhiata. Era la lista dei suoi sospettati: la vedova, il direttore, Salieri, Antonio, Di Sario... Solo alcuni avevano una X a fianco con scritto "inviata lettera".
Come l'avete avuta? chiese irritato.
Me l'avete data voi, non ricordate? disse il Professore, flettendo le labbra in un sorriso. Non era vero.
Al diavolo! pens Draghi, e si volt riattraversando la strada per raccontare tutto a Pietro e ai suoi uomini. Nell'ufficio per trov solo il Cuccuma in canottiera, poggiato alla finestra aperta. Il termosifone era ancora tiepido. Commissario, il capo vi cercava, e anche il questore... Sono tutti nella saletta per la presentazione del piano di sicurezza.
E Pietro dov'? Perch sei in questo stato?
Il commissario capo se l' tirato dietro. Ha detto che una mente come la sua poteva servire a notare particolari che non andavano e farli presenti... Quando ho visto che prendeva la mia giacca e il cappello dall'attaccapanni ho fatto per dire qualcosa, ma il commissario capo ha preteso che dessi loro anche la mia camicia e il mio tesserino e che aspettassi qui.
Vitaliano bestemmi, come gli accadeva solo di rado. Si era completamente dimenticato della riunione. Usc dall'ufficio e corse su per le scale, mentre il Cuccuma, divertito, si faceva il segno della croce e, memore dei suoi studi di seminarista, mormorava: Pater; dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt!.
Belin! Belin! gli url dietro Vacher, le cui penne verdi s'infiammavano di giallo per un raggio di sole che andava a colpire il suo trespolo. Si vedeva che in questura ci stava bene: era diventato uno splendore, non ci pensava nemmeno a volar via, nonostante la finestra aperta.
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Capitolo 37.
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Giunto di fronte alla porta Vitaliano esit. Arrivare in ritardo avrebbe significato avere tutti gli occhi addosso, la precisione tedesca era nota, mentre all'assenza di un semplice commissario nessuno avrebbe fatto caso. Tuttavia si fece coraggio e spinse l'alta anta della sala riunioni, che si apr urtando la schiena massiccia di un militare. Il tipo si volt e lo guard male.
Il commissario Draghi... Devo presenziare, ma ho avuto un'emergenza... Scusate il ritardo spieg in un sussurro. L'altro verific il tesserino, trascrisse il nome in un registro, e si scost. Di fronte a Vitaliano apparve il grande tavolo della sala dalle gambe stile Impero, bianche e dorate, oltre il quale si erano disposti alcuni uomini in uniforme: un nazista, due ufficiali dell'esercito, un capitano dei carabinieri, delle camicie nere e un borghese a lui noto, un dirigente dell'ufficio tecnico del Comune. Agli altri lati, a semicerchio, che si sporgevano o issavano in punta di piedi per vedere l'ampia planimetria della citt stesa sul piano, i suoi colleghi della questura, con il commissario capo in prima fila, alle cui spalle c'era Pietro, silenzioso come un'ombra. Con l'uniforme e il tesserino del Cuccuma non aveva avuto problemi a entrare, a braccetto, per cos dire, nientemeno che con il commissario capo. Non era la riunione generale, quella si era gi tenuta in prefettura o a Palazzo Vecchio, con il questore e il prefetto, il podest e tutti i pezzi grossi dei corpi d'armata coinvolti nel piano di sicurezza: polizia segreta, pubblica sicurezza, carabinieri, vigili urbani, pompieri, militari del genio pontieri e ferrovieri e dell'esercito. Questa era una delle tante riunioni operative predisposte per comunicare ai gradi inferiori dei vari corpi, agli ufficiali e ai sottufficiali, le linee generali del piano e dare ordini su come comportarsi durante la celebre giornata.
Tuttavia era un rischio farvi partecipare Pietro, di certo erano presenti degli agenti dell'OVRA, ed evidentemente Marangon se l'accollava nella speranza che l'uomo, con la sua intelligenza e il suo acume, potesse rafforzare il piano e notarvi delle falle, senza sapere che cos facendo stava portando la volpe nel pollaio, una volpe che se pure avesse colto un buco nella rete, certo non l'avrebbe indicato perch potesse essere riparato, ma casomai l'avrebbe adoperato per entrare nottetempo e far fuori le galline. Solo allora Vitaliano ramment i pantaloni grigi nuovi e le scarpe lucide che indossava Pietro quella mattina, e cap che doveva esser stato lui ad accendere la caldaia e i termosifoni per far togliere giacca e cappello al Cuccuma prima e non dargli l'umiliazione di doverglieli cedere dopo, com'era avvenuto con la camicia, dal momento che il maresciallo se l'era tenuta per non rimanere in canottiera. L'aveva tentata e, tanto per cambiare, c'era riuscito.
Fiss gli occhi sul suo vecchio, che adesso era l, intento ad ascoltare, guardare, memorizzare ogni dettaglio della grande cartina. Pietro gli fece un accenno di sorriso inarcando appena le labbra sotto i baffi. Ancora una volta l'aveva fregato, era veramente capace di farla in barba a molti, e magari sarebbe stato anche capace di far uccidere i due dittatori. Non riusciva a capire Marangon, per. Sapeva bene che Pietro non aveva la tessera e nutriva simpatie socialiste, eppure lo portava l. Fra i due sin dall'indagine della Certosa s'era creato uno strano legame. Non capiva
che pesce fosse il suo capo, n perch avesse scelto, se l'aveva scelto, di chiedere il trasferimento da Venezia a Firenze.
All'improvviso fu interrotto nei suoi pensieri dalla voce del tecnico del Comune, alto e magro, occhialuto, che con aria annoiata gi da un po' indicava con una bacchetta il tragitto che avrebbe compiuto il corteo delle auto, fra le quali ci sarebbe stata quella dei due dittatori.
Un colonnello dell'esercito prese la parola. Si prevede l'arrivo in massa di persone, giornalisti e turisti stranieri. Stanno giungendo dalla Germania, dalla Svizzera e dalla Francia per assistere allo storico evento spieg. Ma anche da tutt'Italia accorrono migliaia di fascisti, dopolavoro ferroviari e non, cori, gruppi folcloristici parrocchiali, e chi pi ne ha pi ne metta. In tantissimi si stanno organizzando in ogni modo per raggiungere Firenze. La citt strariper di gente, e si  pertanto predisposto un piano senza precedenti di accoglienza attraverso strutture alberghiere, nonch di controllo e contenimento dei dissidenti antifascisti. I borsaioli approfitteranno della calca, ci saranno liti per la grande densit di folla, tuttavia non dovrete farvi distrarre. Piccole questioni di ordine pubblico vanno sedate e risolte velocemente, perch non vi siano disturbi. Tutti dobbiamo tenere gli occhi aperti e vigilare sulla sicurezza del nostro Duce e del suo ospite germanico. Tutti gli agenti devono stare pronti a cogliere ogni minimo particolare, la minima incongruenza o stranezza di comportamento per intervenire prontamente. Lungo gran parte del tragitto delle auto a bordo strada saranno schierati militari in doppia fila con baionetta inastata e in presentatarm, oppure camicie nere, per creare un robusto cordone fra il corteo e la folla. Intorno alla macchina dei due condottieri ci saranno numerosi agenti in motocicletta, a creare una barriera. A bordo, oltre all'autista, ci sar la guida, il professor Ranuccio Bianchi Bandinelli, esimio
storico dell'arte che parla perfettamente il tedesco. Non solo, ci saranno squadre e battaglioni pronti ad agire in caso di bisogno, ma la citt sar anche piena zeppa di agenti in borghese, tedeschi e italiani, dispersi fra la folla e pronti a intervenire.
Il giovane ufficiale nazista, alto, impettito, guardava a uno a uno gli astanti con preoccupazione, senza sforzarsi di non far trapelare un certo scetticismo di fronte a quella che doveva apparirgli una specie di caravanserraglio.
Il colonnello non la finiva pi di indicare punti di accesso al tragitto del corteo. Inoltre metteremo qui, qui e qui dei posti di blocco, per operare perquisizioni e controlli. Nessuna licenza, nessuna malattia, nessuna assenza sar giustificata, per quel giorno tutti i membri della vostra questura, dal piantone al prefetto, debbono essere presenti e operativi. Ma  difficile controllare la zuppa quando anche noi saremo, per cos dire, dei fagioli nella pentola, delle punte di spillo nella ressa della folla in giubilo: ci vuole un occhio da massaia, uno sguardo dall'alto, che veda e controlli ogni cosa dalla dovuta distanza.
Draghi fu sorpreso dall'indole letteraria del colonnello e dal paragone dei fagioli, che calzava a pennello.
Per questo continu il graduato il fiore all'occhiello del piano di sicurezza  nello sguardo puntato sulla citt e sulla visita del cancelliere dal cielo. Di questa parte  responsabile uno dei nostri migliori uomini, il capitano Arcieri! Prego, capitano. Spiegate voi.
Nella testa di Pietro, come in quella di molti degli astanti, pass l'immagine di qualche aeroplano, ma l'equivoco fu presto sciolto.
Un capitano dei carabinieri sulla quarantina, con fare compito, prese la parola: Sui tetti di Firenze saranno disposte decine di tiratori scelti di provata fede fascista: uomini fidati, che conosco personalmente, messi l per sorvegliare la situazione dall'alto e
all'occorrenza intervenire. Saranno invisibili, ma collocati un po' ovunque lungo il tragitto delle auto. Qui, qui e qui, ad esempio.
La bacchetta scorse sulla planimetria dei palazzi lungo la strada, sopra la linea rossa che tratteggiava il percorso del corteo indicando dei punti segnati con delle minuscole croci rosse appena visibili.
Chiunque provasse ad avvicinarsi all'auto, mettiamo per lanciare una bomba, o ad appostarsi a una finestra per sparare, contiamo che possa essere visto e neutralizzato dai miei uomini. Ogni finestra sar piena di gente festante, tutte saranno tenute d'occhio dai tiratori scelti.
Pietro trasal ripensando alle parole del capitano: Tiratori scelti, uomini fidati che conosco personalmente. Pens che uno di quei tiratori avrebbe potuto sparare in testa ad almeno ognuno dei due dittatori in tutta tranquillit, e per questo dovevano essere assolutamente affidabili. Se solo fosse stato possibile prendere il posto di uno di loro, sostituirlo all'ultimo momento con un altro, altrettanto abile, ma con diverse intenzioni...
Il capitano continu a spiegare riferendo che i tiratori erano in contatto radio fra loro e con un punto di coordinamento. Non sembrava annoiato, semmai distratto da altri pensieri o dall'aver ripetuto poco prima la stessa tiritera nella reale caserma dei carabinieri e il giorno prima in quella del corpo dei pompieri. Finito il suo discorso, fece un passo indietro e il colonnello riprese la parola, mentre la testa di Pietro ricominciava a registrare tutte le informazioni sul tragitto dell'auto scoperta e la collocazione dei tiratori scelti.
Pietro guard il capitano dei carabinieri addetto alla sorveglianza dai tetti, quell'Arcieri, e i loro occhi si incrociarono un istante. Quell'uomo, forse senza rendersene conto, teneva fra le sue mani la vita dei due dittatori, il bandolo della matassa. Ma
purtroppo per lui era anche un capitano dei carabinieri, nei secoli fedele, e sicuramente un fascista, o non gli avrebbero affidato quell'incarico. Un uomo con il quale parlare sarebbe stato inutile, se non addirittura pericoloso.
Cerc di ricapitolare e memorizzare il percorso delle auto: stazione centrale, Palazzina Reale, dove era stata eretta una tribuna a gradini lunga trecento metri e sormontata da un'alta spalliera verde, poi il corteo avrebbe attraversato tutto il centro cittadino per giungere a Palazzo Pitti, Santa Croce, Boboli, Palazzo Vecchio, Palazzo Medici Riccardi e, infine, al Teatro Comunale. Sulla via del ritorno, stava spiegando il colonnello, dalle Cascine sarebbero stati sparati nel cielo dei fuochi d'artificio di saluto. Non sarebbe stato difficile ricostruire il tragitto esatto, dal momento che tutta Firenze l'avrebbe urlato con gli addobbi delle sue strade e sarebbe stata stravolta per gli occhi di Hitler gi giorni prima. Dove c'erano pi stendardi e ninnoli, pi monumenti e bellezza, di certo passava il corteo. L'importante era capire e memorizzare la posizione dei tiratori scelti e dei posti di blocco, dei battaglioni pronti a intervenire, e delle possibili vie di fuga. Tutto appariva troppo difficile e lontano perch lui potesse vedere bene.
Sussurr nell'orecchio a Marangon una domanda. Il commissario capo lo guard perplesso e scosse la testa, poi per la rivolse lo stesso ai graduati. Diteci anche dove i due condottieri faranno sosta per rifocillarsi. Dovranno pur bere e mangiare. Quelli saranno momenti in cui dovremo aumentare la sorveglianza, e punti a cui prestare maggior attenzione.
Non sono cose di cui dovrete preoccuparvi, abbiamo pensato a tutto, naturalmente! disse l'ufficiale nazista con accento teutonico. Non sono previste soste, solo all'interno di Palazzo Pitti per un riposo del Fhrer fino alle tre e mezza, poi in Boboli per assistere ai giochi e infine alla cena in Palazzo Medici Riccardi!
In Boboli precis il tecnico comunale l'Opera Nazionale del Dopolavoro ha predisposto uno spettacolo con la rievocazione di antichi giochi toscani in costume con sbandieratori, palio di Siena, Giostra del Saracino di Arezzo e gioco del ponte di Pisa. Una meraviglia!
Le occasioni non sarebbero mancate, un vero bagno di folla. Ci furono altre domande, poi la riunione si sciolse e tutti uscirono dalla sala. Con grande meraviglia di Pietro, la cartina fu arrotolata dal colonnello e consegnata al commissario capo perch potesse essere studiata attentamente.
Tenetela al sicuro da occhi indiscreti! precis l'ufficiale nazista. Mi raccomando!
Senz'altro! Senz'altro! garant Marangon mettendosi sugli attenti e stringendo il rotolo in mano come una spada. Non appena quelli scomparvero, dopo sbrigativi saluti, la pass a Pietro.
Vitaliano fu svelto a intervenire e togliergliela di mano. Maresciallo Cuccuma! l'appell con tono sarcastico. Se non vi dispiace, questa la prendo io!
Pietro rimase male, come se gli avesse tolto il gelato di mano, e lo guard con gli occhi di un bambino ferito.
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Capitolo 38.
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Il corso di figura era un fiore all'occhiello dell'Istituto e dava lavoro pi o meno saltuariamente a una decina di persone fra modelle e modelli. Oltre al lavoro di posa in aula c'era quello che veniva svolto per i singoli studenti e artisti. Quando la lezione di figura si svolgeva di pomeriggio, era consuetudine delle modelle ritrovarsi qualche ora prima in una mescita di via Romana, che aveva un piano interrato, una specie di cantinetta con quattro piccole botti per tavoli sotto le volte di mattoni rossi, delle sedie impagliate e un bel calduccio anche d'inverno. L facevano anche dei panini con la finocchiona niente male, che a volte costituivano l'unica e prelibata cena degli avventori. Le ragazze preferivano ritrovarsi l, da i' Gino, che era diventato casa loro, piuttosto che al bar di Viale Petrarca, dove avrebbero speso di pi e preso un t o un Campari, rimanendo con la fame e ritrovandosi a tu per tu con signori e signore imbellettati che le guardavano come fossero state tutte delle cocottes. Loro preferivano una vita bohmien, vicina al popolo e alle bettole, e un buon bicchiere di rosso bevuto fianco a fianco a un carrettiere o a qualche donna che davvero s'arrangiava come poteva.
Sopravvivevano in loro, che ne fossero o meno consapevoli, il mito pucciniano della Bohme, la Parigi di Toulouse-Lautrec, e sebbene per lo pi non sapessero tenere una matita in mano e
disegnare un uovo, si sentivano in qualche modo artiste a loro volta. Franca leggeva poesie di un tale Alfonso Gatto, che aveva conosciuto a Milano, e che, a sentir lei, sarebbe diventato il pi grande poeta italiano; quando nessuno la udiva, si dichiarava spavaldamente socialista e aveva detto a Ernestina che Armenia, la viareggina, era addirittura anarchica e una volta aveva baciato il pittore Lorenzo Viani, cosa che quest'ultimo, poveretto, essendo morto due anni prima, non avrebbe pi potuto smentire. Ernestina non aveva idea di chi fossero tutti quegli artisti di cui Franca le faceva il nome, di politica poi non s'era mai occupata e aveva visto finire male chi ci s'era accostato. Era una bambina piccola quando nel quartiere era scoppiato il finimondo, dopo l'uccisione del comunista Spartaco Lavagnini. In San Frediano e in tutti i quartieri di Firenze s'erano innalzate barricate, contro le mitragliatrici e le autoblindo dell'esercito le donne avevano gettato dalle finestre piatti e acqua bollente, i fascisti e i comunisti se l'erano date di santa ragione, in tanti erano morti e le camere del lavoro erano state date alle fiamme. Lei, tremante, era rimasta rintanata sotto il letto, mentre la madre supplicava il padre di nascondersi, e gli urlava di non farsi ammazzare. Della politica sapeva questo, che chi  povero deve stare attento a non rizzare troppo la cresta o i signori lo fanno ammazzare dai loro cani. E che se eri nato povero dovevi affrettarti a diventare ricco, prima ci riuscivi e meglio campavi.
Franca salut il proprietario e le fece strada guidandola gi per le scale e raccomandandole di far attenzione alla testa.
Ma andiamo in cantina? chiese Ernestina.
L'altra rise. Fatti appena quattro scalini, si ritrovarono in una piccola stanza di mattoni a volta che era piena di fumo di sigaretta anche se c'erano solo due tavoli occupati. Ernestina toss e si sedette al posto indicatole dall'amica. Dietro le spalle di una ragazza che fumava al tavolo, due uomini anziani giocavano a carte battendo un colpo dietro l'altro sul piano della botte. Ogni tanto ridevano a turno, alzavano la voce e intanto bevevano e fumavano anche loro, ammorbando l'aria.
Ti presento Maria! disse Franca alla ragazza.
Armenia! rispose questa scocciata, porgendo la mano e stringendo un attimo la punta delle dita di Ernestina, ma senza quasi guardarla.
Franca mi ha parlato tanto di te! disse lei.
Solo allora Armenia si gir e la squadr da capo a piedi. Era vero quello che le avevano detto: c'era in lei qualcosa di Corinne.
Non si fa mai gli affari suoi, Franca disse, lanciando un'occhiata di rimprovero all'amica.
Hai la luna di traverso? le chiese Franca, ma Armenia la ignor.
Di dove sei? chiese a Ernestina.
Di Firenze rispose lei, con gli occhi che le bruciavano per il fumo.
E di dove volevi essere! Di Roma? E dove dormi qui?
Ernestina fu colta di sorpresa, a domande cos dirette non aveva pensato. Improvvisando disse: I miei sono del Chianti, io alloggio in una pensione di via Nazionale, in attesa di trovare una stanza da dividere....
Ma questo non me l'avevi detto! esclam Franca. Ma  il cielo che ti manda. Come ho fatto a non pensarci prima, a non chiedertelo?! Ma allora vieni a stare da me, che discorsi!
Armenia non era bellissima, non nel modo consueto, almeno, ma ci sapeva fare e faceva colpo: aveva un volto duro, con un che di cinico, il naso piccolo e lievemente aquilino, un modo di fare sprezzante. Un tipo di donna che sa come far soffrire un uomo, e come farlo impazzire. I capelli neri tagliati alla maschietta, le sopracciglia dipinte con la matita scura, il modo studiato che aveva di fumare, le davano l'aria di una femme fatale del cinematografo, la Marlene Dietrich di Shanghai Express, anche se lei non era cos angelica e nemmeno bionda. Ernestina pens che sembrava pi un'Anna May Wong. Era sicura, appariva naturale, una vera donna di mondo. Se ci si fosse provata lei a fumare in quel modo, e a lanciare quelle occhiate di traverso, avrebbe fatto ridere i polli.
Gino venne a portare un mezzo litro e pos due bicchieri, che reggeva con le dita infilate dentro, di fronte alle nuove arrivate. Uno dei due uomini gli fece segno che anche l avevano sete e rise. Evidentemente si stava divertendo un sacco, aveva il volto rubizzo dell'ubriaco.
L'oste gli fece segno con la mano, che stesse calmo. Ora vengo! gli url, e poi sfoder il suo miglior sorriso per le ragazze.
Facciamo un panino? domand asciugandosi le mani al grembiule inzaccherato.
Le nuove arrivate declinarono l'offerta, ma Franca fece lasciare il vino e ne vers un bicchiere anche a Ernestina, che non fu abbastanza svelta a rifiutare.
S disse alzando il bicchiere. Verrai a stare a casa mia. Sto dalle parti di piazza Tasso, la ragazza che abitava con me  andata a Torino e m'ha lasciato nei guai, tu la sostituirai!
Mentre ne parlavano ed Ernestina ascoltava la descrizione dell'appartamento, un uomo comparve sulla porta, piegato in avanti per non sbattere la testa nel basso architrave di mattoni rossi, e vedendo le ragazze si diresse al tavolo. Era alto, col volto pallido e insignificante d'un impiegato del catasto. Aveva il naso grosso e dei brufoli sul mento. Sembrava agitato, prese una sedia da un tavolo vicino e si sedette accosto ad Armenia. Quando si accorse di Ernestina trasal, come se avesse visto uno spettro.
Professore! Vi presento Maria, una nuova modella! si affrett a dire Franca, vedendolo sbiancare. L'uomo afferr un bicchiere pieno di vino dal tavolo, e senza nemmeno chiedere di chi fosse, lo tracann per reggere il colpo. Ora fissava Ernestina con gli occhi spiritati, come quelli di un matto.
S, le somiglia, ma non  lei. Non crepare per niente! disse Armenia, scuotendo la testa.
Ernestina aveva capito di somigliare a qualcuno, e stava per chiedere a chi, quando il professore, come l'aveva chiamato Franca, prese per un braccio Armenia e le sussurr nell'orecchio che doveva parlarle subito. Lei tir via il braccio irritata. Eh! Quanta fretta! Che sar mai! Poi afferr un bastone da sotto il tavolo e lo segu di malavoglia su per le scale.
Ci vediamo in aula! disse alle due ragazze e solo allora Ernestina si rese conto che la ragazza camminava strana.
Ha una gamba di legno, dal ginocchio in gi spieg Franca prevenendo la sua domanda. Gliel'hanno dovuta tagliare da bambina, dopo che era caduta da un carro e la ruota le era passata sopra schiacciandola.
Poveretta... disse Ernestina.
Se vuoi andar d'accordo con lei, per, non la compatire e non farti accorgere che le fissi la gamba, o ti sbrana!
Ma come fa con il lavoro?
Fa, fa... La gamba di legno somiglia a quella vera, l'ha scolpita Libero Andreotti in persona nel pino cembro, profuma come una foresta d'abeti, e gli allievi disegnano anche quella, qualcuno gli rifa anche le dita.
Ma non si vergogna a far vedere il... insomma, il coso, il moncherino?
Non si vede se ha la protesi inserita. Ci scherza, dice che almeno lei ha una parte di s che non ha mai mostrato a nessuno, la gamba che ha perso, e che la pagano come se ne avesse due
anche se ne ha una.  la migliore in questo lavoro, sai? Capace di stare per un'ora in una posa difficile sulla gamba buona.
Ernestina annu, con un'espressione triste. Le girava la testa e si sentiva le guance in fiamme. Non avrebbe dovuto bere nemmeno il mezzo bicchiere che aveva centellinato, perch il vino proprio non lo reggeva.
Ma ora sar meglio andare, o faremo tardi disse Franca.
Una volta fuori traversarono la grande porta di pietre gialle e passarono il cancello dell'Istituto senza pi parlare. Camminavano affiancate sul tavolato di assi del parco. A un certo punto, fra gli alberi alla loro sinistra, vicino al confine con il giardino di Boboli, intravidero le sagome di Armenia e dell'uomo: i due discutevano animatamente.
Ernestina sent lei che diceva spazientita: Devi saperlo per forza! Pensaci e lo capirai....
Ti dico che non lo so!
Quando si accorsero di loro, i due si immobilizzarono e alzando appena la mano in un saluto, attesero che sfilassero oltre, per riprendere a parlare pi sommessamente.
Sono fidanzati? chiese Ernestina.
Non credo, lui  l'assistente dell'Umberti, insegna a scuola. Penso che fosse innamorato di Corinne.
A met del parco, sotto i rami degli ippocastani, si fermarono e guardarono in alto, attratte dallo strepito di una brigata di passeri fra i rami, che volarono via rincorsi da un piccolo pettirosso.
Devo somigliare proprio tanto a questa Corinne. Anche il professor Vichi mi ha chiamato cos, si pu sapere chi ?
Purtroppo per lei, chi era. S, un po' le somigli, o meglio, hai qualcosa di lei, nel fisico e nell'espressione. Anche lei come te era molto bella.
Franca non si fece pregare e le raccont tutta la storia: era una
storia triste, che faceva rabbia. Alla fine del racconto, ormai giunte in prossimit dell'entrata, Ernestina, completamente partecipe del dramma della ragazza, chiese: E si sa chi  stato a farle questo? Di chi era il bambino?.
Certo che si sa, tutte noi lo sapevamo. Era del professor Umberti, quello che hanno trovato morto nella gipsoteca. Io le avevo detto mille volte di non fidarsi di lui, di lasciarlo perdere, ma lei rideva e mi prendeva in giro. Era innamorata e nei suoi racconti anche lui lo era. Lei poi era francese, parlava male l'italiano. Quando lo guardava non vedeva quello che vedevamo noi, il galletto vanaglorioso, ma solo il divo, l'artista, il bell'uomo...
E quel maresciallo, che bastardo! disse Ernestina, con stizza.
 cos che sono gli uomini, vogliono una cosa sola. Anche tu, che sei bella come lei, vedi di fare attenzione!
Io non mi innamoro di certo, quanto  vero che mi chiamo... Maria disse, e nel dirlo sbianc e le si gel il sangue, perch con la lingua sciolta dal vino, stava per dire Ernesta.
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Capitolo 39.
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Dalla finestra dell'ufficio entrava una luce quieta e intensa, quasi estiva ai suoi occhi. La stessa luce che in certi silenziosi pomeriggi dell'infanzia filtrava dallo scurino lasciato socchiuso nella camera della nonna alla fattoria, insieme al frinire delle cicale, quando sua madre voleva che facesse il riposino, mentre lui, richiamato dalla promessa di quell'oro, voleva uscire da quella tomba di crinoline e naftalina, alzarsi dal letto con la spalliera di ferro battuto tutta riccioli e le grandi palle d'ottone issate sui montanti ai lati del capezzale, e correre fuori, vivo fra le cose vive, nello splendore dell'estate.
Anche adesso avrebbe voluto uscire fuori per correre alla villa a chiamare Nausica, prenderla per mano e condurla con s, magari a vedere i nuovi agnellini appena nati, e dimenticare le preoccupazioni di quell'et adulta sconclusionata, fatta di passioni e di afflizioni, capace di bruciare una vita come un cerino: in un istante.
Sembra che il promesso sposo della mia fidanzata sia indisposto, cos hanno rinviato il fidanzamento, cio... la conoscenza spieg Vitaliano a Pietro, mentre Vacher, volato sulla sua spalla, gli ripeteva: Tesoro, a-more! e nel tentativo di farsi dare un seme di zucca gli mordicchiava il lobo dell'orecchio con il becco aguzzo, piegando su un lato la testa verde macchiata di giallo.
Ahi! Vitaliano sussult sentendosi pungere. Che fai, stringi? e per poco non gli lasci andare una manata in un riflesso incondizionato. Vacher intu la mossa e vol sul bordo della libreria urlando: Belin! Belin!.
Pietro ci si divertiva. Vitaliano si tocc l'orecchio bagnato, certo che gli uscisse del sangue, ma era solo un'impressione, la saliva del pappagallo.
Un giorno o l'altro lo faccio allo spiedo!
Dovresti vedertela con tutta la questura, allora. Non so a te, ma mi pare che qui tutti gli vogliano un gran bene.  diventato una specie di... come dicono i francesi, per dire un portafortuna, masc...?
Mascotte! gli ramment Vitaliano, recuperando un po' di spirito, e fu in quel momento che il telefono squill. Era Ernestina.
Aspetta un momento, Ernestina. Voglio far sentire anche a Pietro e fece segno all'altro di avvicinarsi. Quasi senza rendersene conto, come faceva con tutti i suoi agenti, aveva preso a darle del tu.
Guancia a guancia come due innamorati, la cornetta in mezzo, dritta come un cono gelato, si prepararono ad ascoltarla.
Ho scoperto una cosa che magari sapete gi, o forse no.
Se me la dici, lo sapremo disse Draghi.
 successo per caso, dal momento che sembra che io somigli, o forse ricordi, una modella dell'Istituto d'Arte, una francese, una certa Corinne Dubois, che aveva una relazione con l'Umberti.
Che fine ha fatto la ragazza?  tornata in Francia?
No... lasciatemi dire!
Scusami... Vai avanti!
Le domande fatemele dopo, per favore, oppure mi confondo. La ragazza aveva una relazione con l'Umberti, una passione intensa. Lei lo amava e lui, a sentir lei, la ricambiava. Le aveva promesso - lo so perch me l'ha detto la sua amica Franca, una
delle modelle con cui si confidava - che avrebbe lasciato la moglie non appena la sua arte avesse spiccato il volo, in modo da garantirsi di poterle dare tutto. Lei ci credeva, e la cosa andava avanti. Si vedevano di nascosto, passavano dalla gipsoteca, la notte. Pare che l'Umberti avesse la chiave. Da l salivano nell'ufficio del direttore, dove c' un bel divano a ottomana. Poi Corinne  rimasta incinta. Intanto l'Umberti aveva realizzato un monumento ai caduti e s'era comprato l'auto. Le cose gli andavano bene. Quando per Corinne gli ha rivelato del bambino lui  stato preso dal panico. Alla fine hanno litigato, lui le ha chiaramente detto che non avrebbe lasciato sua moglie e che non voleva n lei n il figlio. Piena di rabbia, Corinne  scappata via in lacrime, sentendosi la pi sfortunata delle ragazze, ed  andata dai carabinieri per denunciarlo.
Allora non l'ha ucciso lei?
Sto parlando di fatti che sono accaduti cinque o sei mesi fa! url Ernestina.
E Corinne che fine ha fatto? Potrebbe essere tornata...
Ma, insomma... Corinne  morta! Lasciatemelo dire, santo cielo!
Vitaliano tacque, quella era un'altra Ernestina, che non conosceva.
 andata dai carabinieri e ha confessato tutto, ha detto al maresciallo che voleva fare una denuncia perch era stata sedotta e ingannata da un uomo e adesso aspettava un bambino, il bambino di quel farabutto. Il maresciallo, appreso chi era l'uomo, le ha chiesto se sapesse che era sposato e lei ha risposto di s. Allora le ha sorriso, ha aperto un cassetto e... La voce di Ernestina si incrin per l'indignazione. Ha aperto un cassetto... ripet ... e ha tirato fuori un ago da lana e un filo, poi tenendo l'ago di fronte al volto della ragazza le ha dato il filo e le ha chiesto di fargli la cortesia di infilarlo. Lei, dapprima perplessa, c'ha provato, ma quando ha fatto per centrare la cruna il maresciallo ha mosso l'ago. Allora Corinne, disorientata, gli ha spiegato che se non stava fermo non ci sarebbe mai riuscita, e che lo desse a lei. Il maresciallo ha riso di gusto e le ha detto... Adesso si sentiva che Ernestina tratteneva l'ira a fatica, come se lo avesse detto a lei. "La stessa cosa vale per voi, signorina, se non stavate ferma anche lui non l'infilava e incinta non vi metteva!" Anche l'appuntato alle sue spalle ha riso. Poi ha aggiunto: "Gli uomini sposati vanno lasciati stare, comunque lei  molto bella, trover di certo qualcuno poco sveglio che faccia da padre al bambino, magari credendolo suo". E l'hanno messa alla porta.
Poi cos' accaduto?
Corinne  andata a casa di Franca, dove c'era anche Armenia, un'altra modella, e ha raccontato loro tutto, disperata. Non avrebbero dovuto n voluto lasciarla sola, ma lei ha insistito che doveva andare a casa, che il gatto era digiuno dal giorno prima. La mattina dopo la portiera l'ha trovata impiccata. Il caso  stato archiviato dai carabinieri come suicidio.
Poveretta.  una storia terribile. Richieder il fascicolo.
Tanto oramai...  morta... sentenzi Ernestina, con voce cadaverica.
Hai fatto un ottimo lavoro... Brava! cerc di dire Draghi per consolarla, ma non gli venne bene. Nella stanza era calato un velo di tristezza.
Povera creatura mormor Pietro.
Draghi le raccomand per l'ennesima volta di fare attenzione, di non esporsi troppo. Lei disse solo: Ricordatevi la vostra promessa! Il nostro patto, piuttosto.
Certo, certo... borbott Draghi e riattacc guardando Pietro.
Che patto? gli chiese lui.
Una promessa che le ho fatto se ci avesse aiutati. Ora bisogna interrogare chi voleva bene alla ragazza, questa Franca, qualche spasimante, un padre, un fratello... nel caso si trattasse di vendetta mormor, come ragionando fra s.
Gi, ma  roba di cinque o sei mesi fa... E a quanto mi pare di capire archiviata di fretta.
La vendetta  un piatto che va servito freddo disse Draghi, pensando con amarezza al comportamento del maresciallo dei carabinieri e all'ago che questi teneva nel cassetto per quelle occasioni. Doveva essere un gran divertimento per lui umiliare le poverette che cercavano l'aiuto della Legge ne avessero o meno diritto.
Chiam Cuccuma e gli disse di cercare il fascicolo sul suicidio di Corinne Dubois, avvenuto mesi prima, cinque o forse sei, se a occuparsene erano stati i real carabinieri, sarebbe stato necessario chiederlo a loro. Che si informasse anche circa la presenza sul patrio territorio di parenti della ragazza.
Il Cuccuma, uscendo, per poco non sbatt muso muso con Parrini, che stava per bussare alla porta. Draghi lo fece accomodare.
Allora?
Allora, l'alibi del professor Vinicio Di Sario  confermato: era a cena dai nipoti e l'hanno visto anche dei vicini. Lui credo sia fuori discussione. Il professor Salieri, invece, un alibi non ce l'ha, era a casa, da solo, a sentir lui, e nessuno l'ha visto. Buono anche l'alibi dell'assistente dell'Umberti, Artemio Pistoiesi. La modella zoppa con la quale si vide quel giorno, un bel tipo, ha confermato che erano al cinema in via dei Serragli a guardare una seconda visione: Il signor Max. Per l'appunto l'ho visto anche io, cos ho fatto loro alcune domande sulla trama, anzi, a dire il vero, ho
mentito per vedere se lui o la ragazza ci cascavano, ma lei mi ha corretto. Il film lo conosce di sicuro. Per scrupolo ho chiesto a lei e all'assistente una foto e l'ho mostrata al personale del cinema. Sia la maschera che la cassiera si ricordavano di quella coppietta perch lei era zoppa e aveva un bastone e perch, poco dopo la fine del film e l'uscita degli spettatori, verso mezzanotte, i due erano tornati indietro per via dei guanti. La ragazza li aveva dimenticati sul bracciolo della poltroncina vicina. Il direttore Fiasca, invece, non ha un grande alibi, era a casa con la moglie, dormivano. E poi c' il professor Baccelli, con cui abbiamo parlato io e Marangon, che l'alibi ce l'ha, ma ha detto che ce lo direbbe solo da ultimo e per forza.
E Antonio? Il custode, Mino? domand Pietro, che ascoltava attentamente le parole del brigadiere.
Anche lui, come il direttore, era a casa con la moglie, che per quanto valga l'ha confermato. Quella sera aveva gi fatto il giro d'ispezione verso le dieci e come sapete non ha visto nulla.
Quel giorno in questura era evidentemente la via dell'orto, e c'era un gran viavai. Mazzuoli annunci una donna che voleva parlare con il commissario per la questione dell'Istituto d'Arte. Nel dirlo fece un'espressione di disgusto con la bocca, per far intendere che non si trattava di una gran bellezza, comportamento che, a dire il vero, non era da lui.
La bidella ipotizz Pietro.
Falla passare! ordin Vitaliano.
Poco dopo Ginevra comparve sulla soglia, in tutto e per tutto simile a certi quadri del Seicento, dove uno scheletro con lunghi capelli bianchi cavalca un ronzino mummificato, ma lei non era a cavallo e i suoi occhi azzurri la rendevano ancora pi inquietante.
Buongiorno! disse Vitaliano, facendole segno di accomodarsi.
Lei rifiut stringendo i manici della sua borsetta, con lo sguardo fisso su di lui e la bocca contratta. Vacher la osserv un poco e poi vol sulla libreria pi alta e lontana senza osar emettere un fiato. Rimase cos, immobile e tremante, con la testa sotto l'ala.
L'Umberti aveva la chiave della gipsoteca. Ebbene, io so chi gliel'ha data e so anche tante altre cosette. Ma senza questi... dichiar la bidella sfregando il pollice con l'indice non parlo.
Purtroppo, disse Pietro prendendo la parola a meno che non parliate non sapremo mai se le informazioni in vostro possesso abbiano un valore, e se potrebbero contribuire in maniera pi o meno determinante alla cattura dell'assassino... o degli assassini.
In ogni caso, intervenne Vitaliano dopo questa ammissione, vi consiglio di dire tutto quanto credete di sapere, oppure dovr farvi arrestare seduta stante per aver ostacolato l'indagine.
La donna serr i denti e lo guard con odio. Volete forse fregarmi?
Niente affatto! Diteci ci di cui siete a conoscenza e state certa che se sar determinante avrete il denaro promesso dalla vedova. Vi do la mia parola.
Gli occhi azzurri della bidella ebbero un bagliore e i denti serrati fecero capolino fra le labbra esangui, come se la sua testa fosse stata un lume a petrolio e qualcuno avesse alzato la fiamma un istante.
E va bene, voglio fidarmi di voi. La chiave l'ha avuta dal segretario, l'ho visto io mentre gliela dava l'anno scorso, circa otto mesi fa...
...
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Capitolo 40.
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Dondolato dal movimento del tram semivuoto, con le spalle poggiate al vetro, Pietro, stando attento a non perdere la fermata giusta, si mise a pensare ai problemi di Vitaliano e all'ostilit che il conte gli dimostrava, arroccandosi in difesa della figlia. Il padrone si era espresso fin troppo chiaramente a proposito di un'eventuale simpatia di Nausica per il suo fagianino. Ricord le parole del conte: Parlateci voi. Rammentategli che il mondo  fatto a scale e chi siede sugli scalini di sotto deve stare al suo posto e tener chiusa la bocca, se non vuole che chi sta sopra gli ci pisci dentro!. O qualcosa del genere, che evidenziava bene l'irritazione del titolato, assolutamente non avvezzo a usare termini ed espressioni cos crude e dirette. Erano state quelle parole che gli avevano fatto dire a Vitaliano esattamente il contrario di quanto il conte lo aveva pregato di dirgli, che l'avevano portato a spingere il giovane a lottare per il suo amore, anzich a dissuaderlo.
L c'era una questione di classe: una contessina non poteva innamorarsi d'un commissario, anche se adesso, senza tanti complimenti, sarebbe stata data in pasto al primo figlio di pap con le cambiali in mano che passava, non importava quanto vecchio, guercio o storpio, pur di salvare il salvabile.
Scosse la testa. Un giovanotto seduto di fronte a lui s'indic il petto come a dire: "Ce l'avete con me?". Pietro, rendendosi conto
dell'equivoco, fece di no con la mano e volt lo sguardo altrove, assorto nei suoi pensieri. Il tipo storse la bocca sospettoso, aggiustandosi la cravatta e guardandosi per capire cosa potesse avere fuori posto.
In quell'istante a Pietro torn in mente il vecchio Cicali, suo suocero, pace all'anima sua. Quante volte aveva scosso la testa e s'era lamentato di lui con Sabina. Quanto gli era dispiaciuto avergli dato la figliola.
Quel Pietro, oltre a esser pi vecchio di te, e questo passi, ha troppo cervello, ma nonostante ci non capisce nulla!
Fosse mai esistito un padre al mondo al quale andasse bene l'uomo che gli presentava la figlia! Era pronto a scommettere di no. Ci doveva essere un principio celeste, una gelosia ancestrale che regolava la questione. Nemmeno lui ne era immune, doveva ammettere che se pensava a qualcuno che osasse baciare Ipazia o pi avanti Mariannina, non saltava di gioia. Si vorrebbe il meglio per le proprie figlie e forse anche che, in qualche modo, rimanessero sempre bambine.
Era giovane allora, prima della guerra, e non riusciva a star zitto, a dar ragione a quel suocero antico, atavico quasi, con gli occhi scuri di Sabina e la testa piena di certezze e di saperi ai quali lui sentiva il dovere di opporsi per cambiare le cose e sconfiggere l'ignoranza. Non capiva ancora che quell'ignoranza era anch'essa cultura, che quell'uomo era a suo modo un pozzo di sapere. Che le vie della conoscenza e le mappe del mondo sono infinite e se qualche volta fanno danno, altre volte, per non dire spesso, conducono ai medesimi esiti della scienza, o anche pi in l. Oppure, anche se non servono, danno l'illusione all'uomo di poter fermare un temporale semplicemente benedicendolo con una rama di ulivo pasquale, o renderlo meno terribile bruciando sull'aia delle frasche di quercia raccolte la mattina di San Giovanni.
Ma la superstizione del vecchio Cicali andava ben oltre queste credenze. Una cosa era dire un rosario perch piovesse, o illuminare le fave la sera di Carnevale, sperando di spidocchiarle, un'altra era credere che i sassi li facesse crescere la luna.
Ma davvero pensate che i sassi rinascano nel campo? gli aveva chiesto Pietro, sbalordito, mentre il vecchio chino li toglieva dal terreno, dopo averlo arato.
Certo! Non faccio che levarli e loro ritornano, e non finisco mai. Hai mai visto un campo senza sassi? In qualche terra ci fanno di pi, in qualcun'altra di meno, ma basta che piova, venga la luna piena, e per quanti tu ne abbia tolti, tempo due o tre giorni, riaffiorano.  la luna con la pioggia che li fa nascere!
Avesse trovato adesso un fenomeno come suo suocero, l'avrebbe adorato, studiato, interrogato. Ma allora era giovane, e i giovani sono presuntuosi e non capiscono molto, doveva trattenersi dal non ridergli in faccia e l'altro lo sentiva.
Non ci credi, vero? gli domandava con la piccola faccia increspata tutta rughe e l'espressione schifata, disgustato com'era da tanta inettitudine.
No, non ci credo. Per anche Aristotele pensava che le rane nascessero dal fango...
Non so chi sia questo coglione. Digli che le rane nascono dai girini, dalle uova, come i pulcini, ma i sassi qui chi ce li riporta? La luna dopo piovuto! Lo diceva il mio vecchio, ed  vero. Li fa affiorare, crescere, capisci? Come con i funghi, del resto.
Guardate che non  cos... si provava a dire Pietro.
E allora com', spiegamelo te, che sai tutto! Ce li levo e ci ritornano, chi ce li riporta? Ges?
 che cavar sassi dalla terra  un lavoro infinito, se li cerchi ne vedi sempre di nuovi...
Tu sei un bischero! E t'hai anche la quinta elementare! Rinascono, ti dico! Lo sapr! Da tre generazioni si toglie i sassi dai campi, eppure ci son sempre... Dallo stesso fosso il Romagnoli ha cavato sassi per una casa enorme! Come te lo spieghi? Dicono tu sia intelligente, a me sembri di molto presuntuoso e cieco! Ma a Sabina tu gli garbi, il podere l'hai bono... Fosse per me, per...
E scuoteva la testa.
Non me la dareste, vero?
Non mi fido di quelli come te, Pietro. Pensano di saper tutto e 'un sanno nulla! Ti dico che  cos, com' vero che se il sole fa l'occhio di pollo viene a piovere, che una strega non ti salta la scopa se gliela metti traverso la via, e una vacca con il malocchio diventa soda e non fa i vitelli finch non gli leghi un nastro rosso alla coda! Di tutto ci te 'un tu credi a nulla! L'ho inteso, sai? Tu pensi di poter capire tutto con i termometri dei dottori: te n'accorgerai! Il dottor Burioni non  stato in grado di levarmi i' foco di sant'Antonio e la vecchia Acrimene s: la me l'ha segnato ed  andato via. Lei non sa n leggere n scrivere, l'altro l' pieno di lauree. Da chi andresti te, se ti venisse un orzaiolo a un occhio?
Pietro non rispose, sapeva che era vero, o almeno che sembrava proprio cos. Anche lui sarebbe andato dall'Acrimene, ma non gli andava di ammetterlo.
A volte ho paura 'un tu creda nemmeno n'Iddio! disse il vecchio scuotendo la testa.
No! gli aveva risposto lui. In Dio ci credo e anche in tante altre cose. Buonasera.
E s'era allontanato su per il campo, con il sole che calando arrossava le zolle e lo rendeva scuro e tetro agli occhi del suocero, un'ombra, una minaccia, come uno di quei contadini con la giacca in spalla raffigurati da Pellizza da Volpedo, che avanzando nel celebre dipinto di proporzioni gigantesche, costituivano una minaccia per i padroni e per questo avrebbero decorato le tessere dei partiti della Sinistra negli anni a venire.
Sovrappensiero com'era, con ancora il volto minuto e rugoso del suocero in testa, Pietro si rese conto d'essere alla fermata giusta all'ultimo momento e scese quasi al volo.
Il giovanotto, che non gli aveva tolto gli occhi di dosso per tutto il tempo, lo squadr con un'occhiataccia al suo passaggio e dovette tenersi dalla voglia che gli venne di allungare il piede e fargli gambetta.
Pietro scese incolume in piazza Santa Trinit e si inoltr in via delle Terme per poi girare in via Por Santa Maria a un passo dalla Loggia del Porcellino, e infilarsi in via Vacchereccia. Lo spettacolo che si trov di fronte per poco non lo fece moccolare. La strada straripava di bandiere rosse con un cerchio bianco al centro, una specie di panforte di Siena, sul quale campeggiava la svastica hitleriana. Una per ogni finestra, e sullo sfondo si intravedeva la mole candida della copia del David di Piazza Signoria.
Istantaneamente presero a girargli i coglioni.
Nella piazza c'era un gran fermento d'operai al lavoro: una camionetta di elettricisti con la scala stava cambiando l'impianto d'illuminazione e aggiungendo lampioni di ultima generazione, altri sistemavano le pietre del selciato e i marciapiedi, mentre sulla facciata del Palazzo delle Assicurazioni Generali si stavano disponendo fin quasi a ricoprirlo lunghi drappi rossi e bianchi con gigli e svastiche alternati, in una sorta di prova generale. Si sent girare la testa per aver visto troppe croci uncinate sui palazzi della sua Firenze: Be', mi stoffa sciupata! si disse, e per non pensarci travers la piazza e si port sotto la statua di Giuditta e Oloferne per contemplarla nella sua interezza. Era a sinistra del David, e a destra del Biancone. Non bianca, come quella di gesso usata come arma del delitto, ma di bronzo scuro e lucente. Finalmente pot osservare integro e intero il capolavoro di Donatello. Giuditta, con sguardo e gesto implacabili, senza tradire emozione, le labbra appena contratte nello sforzo, solleva la spada una seconda volta per assestare un altro colpo e staccare la testa di Oloferne. Pietro si ricord le parole di Antonio, sulla virt che vince il vizio, sul debole che sconfigge il prepotente. La bibliotecaria aveva spiegato loro che la storia biblica di Giuditta ispirava gli artisti da tempo immemorabile, era stata dipinta da Caravaggio e da Artemisia Gentileschi, una pittrice, che con quel quadro aveva rappresentato la vendetta per la violenza da lei subita e l'accordo di due donne che si univano per sconfiggere l'uomo con l'inganno.
Un inganno, una vendetta, la virt che trionfa sulla prepotenza del maschio, che si attende favori e si ritrova, invece, con la testa tagliata. Da l a poco, Pietro, venendo a conoscenza della tentata violenza di Bianca e che Sabina e le ragazze erano in pericolo, quella statua l'avrebbe capita meglio. Avrebbe ripensato a quella scena e concluso che lui stesso avrebbe tagliato qualche testa, se si fosse trovato di fronte i responsabili. Ma non era l per vedere la scultura, e dell'aggressione di Bianca ancora non sapeva niente o sarebbe corso a casa seduta stante.
Aggir il Biancone e si diresse verso via dei Gondi, nei pressi del Consorzio Agrario. Era l intorno che il marted e il venerd si ritrovavano fattori e sensali, grossisti di vino e altri prodotti agricoli per concludere i loro affari. Ne riconobbe alcuni disposti a coppie e capannelli a ragionare e trafficare. Sapeva per esserci stato con il padre di Vitaliano che non erano solo fiorentini o toscani, alcuni venivano anche da fuori regione, dalle Marche e dall'Umbria. I fattori si riconoscevano: rubizzi, con i capelli tagliati e la barba rasata di fresco, profumati d'acqua di colonia, per aver approfittato dell'occasione di venire in citt per andare dal
barbiere, ben vestiti con corpetto, catena dell'orologio e cappello di paglia di Firenze. Era facile distinguerli sia dai grossisti di vino, veri e propri commercianti, che dai sensali, per lo pi vestiti semplicemente, non solo per necessit, ma soprattutto per strategia. Era come se dicessero che il loro era un lavoro umile, che il guadagno, il due per cento da ciascuna delle due parti sull'ammontare dell'affare, era poca cosa. E invece alcuni, particolarmente bravi, ci s'erano fatti ricchi.
Vide un sensale unire le mani di un fattore e di un grossista di vino, e poi sigillare con la ceralacca la bottiglietta del campione, in caso ci fossero state contestazioni sulla differenza fra il vino o l'olio fatto assaggiare dalla fiaschetta e quello poi fornito.
Quelle strette di mano, con cui si cedevano e s'acquistavano raccolti, quintali d'olio e cantine di vino, valevano pi d'un contratto e d'una firma. Se qualcuno si fosse rimangiato la parola, la sua reputazione si sarebbe rovinata e nessuno avrebbe pi voluto far affari con lui.
Pietro trasecol sentendo dire: M'ha dato disdetta, m'ha lasciato i' podere, ora mi ci vuole un'altra famiglia, me la trovate? Ma che abbia parecchi maschi e un buon rendimento!.
Tutti i maschi, vogliono, pens.
Poco lontano un fattore chiedeva a un sensale di trovargli un'altra famiglia da appoderare. I sensali e i trecconi giravano, in un mondo in cui gli altri stavano fermi, e per questo trovavano di tutto a chi glielo chiedeva, perfino le spose e i mariti, come dei ruffiani.
Sent che i due parlavano di rendimento. In effetti, al momento la sua di famiglia che rendimento poteva avere? A cose normali, un uomo adulto valeva uno, ma lui e suo fratello erano due invalidi, e i vecchi e i ragazzi contavano mezzo, le donne, se giovani, poco di pi.
Certi conti in casa sua era meglio non farli e, invece, adesso il fattore nuovo li voleva fare. Pietro era l proprio per avere informazioni su di lui. Si mise a girare fra la gente, in cerca di Sporta, un sensale che conosceva da tanti anni e sapeva tutto di tutti. A lui si poteva chiedere se il futuro genero fosse adatto per la propria figliola, o viceversa, e non avrebbe mancato di dire la verit, se la sapeva.
Finalmente lo trov impegnato a discorrere con un uomo sul canto della via. Mentre l'altro gli parlava, Sporta si volt e lo vide a sua volta.
Porca miseria! esclam, lasciando a mezzo il discorso. O te?! Da dove sei sortito? O icch tu ci fai qui, che mi voi ruba' i' mestiere?
S'abbracciarono.
Lui s che c'avrebbe delle belle bestie per le vostre bistecche! disse Sporta, che tutti chiamavano cos per via della cartella a tracolla che si tirava sempre dietro e che gli dava l'aria d'uno invecchiato sui banchi.
Buonasera! disse il tipo salutando Pietro, e poi: Ce l'avete davvero le bestie?.
Qualcosa c'ho, ma roba giovane: quante ne volevate?
Due da macello, che poi mando ai negozi.
Prima ne devo parlare con il fattore, vi faccio sapere alla svelta, tramite Danilo.
Non ave' paura, che ci penso io! disse Sporta, che solo Pietro chiamava per nome.
Quando si dice le combinazioni! scherz il sensale. Potete iniziare ad affilare i coltelli. Bestie meglio di queste non le trovate da nessuna parte. Lui c'ha la stazione di monta taurina, quella della fattoria del Nero, di Casaglie, a Tavarnelle. I suoi manzi c'hanno tre quarti di nobilt!
Allora icch si fa? Mi sapete dire i' prezzo? Posso venire a vederle? domand l'uomo.
Prima ho da parlare con i' fattore, come vi ho detto. Son qui per puro caso, cercavo lui disse Pietro indicando Sporta.
Dopo essersi salutati con il macellaio, si avviarono verso una mescita.
Sulla strada un omino, un giocoliere con un paio di piccoli cani ammaestrati, vestiti da pagliaccetto come lui, era stato interrotto nel suo numero da due monelli che gli avevano rubato il cappello e adesso se lo tiravano l'un l'altro facendo andare avanti e indietro il poveretto. I cagnolini abbaiavano come belve feroci. Alla fine l'uomo riusc ad afferrarne uno e, esasperato, alz la mano per picchiarlo. Pietro, che era ormai giunto alla loro altezza, gli blocc la mano, come fece l'angelo con quella di Abramo. Il ragazzino approfitt dell'aiuto per svignarsela, tirando via il colletto dalle mani del suo assalitore. I cagnetti lo rincorsero abbaiando furiosamente e il compare lo raggiunse ridendo.
Su, via, son ragazzi! Avete riavuto il vostro berretto! disse Pietro, conciliante.
L'uomo si volt: era pi anziano di quel che gli era sembrato in un primo momento. Pietro si ritrov di fronte il suo volto pallido, decorato da mille piccole rughe amplificate dal cerone, e gli occhi grandi e pieni di lacrime, disperati, come quelli di un bambino.
Non lasciano lavorare, signore. Non hanno rispetto di nulla! disse, e scoppi a piangere abbandonandosi inspiegabilmente sul petto di Pietro. Come si fa a campare? Ad andare avanti?... si lament, singhiozzando.
Pietro gli pass il braccio buono sulla spalla. Coraggio... disse. Sono tempi duri, ci vuole pazienza...
Pass un breve istante prima che l'uomo sollevasse la testa, e
si ricomponesse. Scusate fece, asciugandosi gli occhi. Grazie... Questo  vostro e gli rese il portafoglio.
Pietro lo guard interdetto.
Potrei fare questo per vivere, sapete? Ma sono un artista, non un ladro, non pi... e si trattenne un istante prima di sollevare la testa. Morirei, piuttosto!
Si presentarono. Pietro, ammirato, lo esamin. Poi apr il portafoglio, tir fuori tre lire e gliele dette.  un bel nome Vasco, da artista comment. Venite a trovarmi una di queste sere. Prima, per sapere se ci sono, chiamate in via Nazionale, vi risponder Filomena, della pensione Gloria. Ci prendiamo un caff.
L'uomo sorrise, e sent lo stomaco brontolargli di felicit. Grazie, signore! Grazie! disse, indietreggiando.
Di niente,  solo un caff. L'onest va premiata.
Pietro continu per la sua strada, con Sporta al suo fianco che se la rideva. T'hai fatto un bell'affare a impicciarti. Sei stato fortunato che hai trovato un ladro onesto.
Forse... rispose Pietro, enigmatico. Io attiro i ladri come le mosche da un po' di tempo a questa parte, e i farabutti.
A proposito, mi dicevi del fattore nuovo. Oh chi  ora i' tu' fattore, dopo la morte del povero Draghi?
Pietro si ferm. Scand il nome e vide il sensale impallidire.
Sono appunto qui per chiederti informazioni su di lui... dalla tua reazione mi pare che qualcosa tu sappia, e anche io devo scoprire il pi possibile.
Sporta era un ometto piccolo, con la testa calva sotto il cappello e il volto bianco, come lavato nel ranno, sul quale guizzavano due occhi scuri da scoiattolo. Divenne rosso fino alla punta delle orecchie. Dio ce ne scampi e liberi... sussurr.
Vieni, t'offro da bere. Devi dirmi ogni cosa, tutto icch tu sai!
...
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Capitolo 41.
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Oramai dall'inizio di quella storia, vale a dire dal ritrovamento del cadavere del maestro Ottavio Umberti, in questura non si viveva pi e la tensione saliva di ora in ora. Da Roma un solerte segretario non faceva altro che telefonare per chiedere, a nome di Sua Eccellenza il ministro, se ci fossero sviluppi nell'indagine, e il questore era in fibrillazione: urlava, sudava, maltrattava e, evidentemente, temeva per il suo posto. Fosse stato per lui, qualsiasi indiziato sarebbe andato bene, pure uno studente, un bidello, un vagabondo... Qualcuno da arrestare per tranquillizzare Roma, per poter rispondere qualcosa, invece di continuare a farfugliare che le indagini avanzavano, che tutti gli uomini erano sul campo e il cerchio si stava stringendo, che non v'era dubbio che a momenti. .. Maledizione! Intanto, come se non bastasse, aprile stava finendo e la visita del condottiero germanico si faceva ogni giorno pi vicina, con la citt che pian piano cambiava volto, parandosi a festa e infiocchettandosi come un bue da fiera: tirata a lucido, spazzolata e stracolma di stendardi e bandiere con i fasci, i gigli e le croci uncinate.
Anche quella mattina il Professore e il suo gorilla comparvero per sollecitare ulteriormente una rapida conclusione dell'indagine, vollero parlare con il commissario capo e con Draghi, e da un'analisi della situazione risult che il giorno prima il sasso gettato nello stagno aveva causato un bel trambusto nel Regio Istituto d'Arte, che poteva essere cos ricapitolato: alle nove e ventisette il segretario, dopo aver confessato a Marangon e Parrini di essere stato lui, senza dire perch, a consegnare la chiave della gipsoteca all'Umberti e di non averlo detto prima, dal momento che se n'era proprio dimenticato, aveva fatto chiamare Ginevra e l'aveva sgridata aspramente, certo com'era che fosse stata lei a riferire il fatto. Si era ricordato, infatti, che la donna era uscita dall'ufficio del direttore con la scopa in mano nell'attimo esatto in cui, furtivamente, avveniva la consegna. Fra il segretario e la bidella c'era stato un alterco, erano volate brutte parole e minacce di licenziamento, come la stessa custode aveva subito riferito al commissario, contenta di dar forza alla sua informazione, giacch, come dice il proverbio, "Male non fare, paura non avere", e se lui aveva cos tanta paura...
Salieri, che era stato interrogato da Parrini per verificarne l'alibi e che non ce l'aveva, verso le dieci e quaranta di quella stessa mattina se l'era presa con il segretario, fino ad arrivare a prenderlo per il collo con l'intenzione di strozzarlo, certo com'era che fosse stato lui a riferire la questione della cattedra tanto bramata alla polizia, visto che da sempre non lo poteva vedere. Antonio e il direttore stesso erano dovuti accorrere per evitare il peggio, mentre Ginevra era rimasta a guardare con aria soddisfatta e s'era dovuta tenere dall'incitare l'assalitore.
Ma vi rendete conto?! Sospettare di me... urlava il Salieri. Di me, come di un volgare assassino! E come faccio io, adesso? Con un movente e senza un alibi?! Mi si vuole incastrare, lo sapevo, tutti con me ce l'hanno! Ma vender cara la pelle... So ben io, chi  stato. Qualcuno a cui prudevano troppo le corna!
Il direttore, tenendosi a sua volta dall'aggredire il Salieri per l'offesa subita, si stava ancora asciugando il sudore dalla fronte
per la fatica di reggere il professore, quando il maestro formatore Baccelli era entrato nel suo ufficio senza bussare, e senza nessun riguardo aveva detto: Caro Fiasca, con questa puoi pulirtici il culo!, e aveva lasciato cadere la lettera anonima ricevuta sulla cattedra del direttore basito, poi aveva girato sui tacchi e, prima che Fiasca potesse riprendersi e replicare alcunch, si era sbattuto la porta alle spalle.
Antonio, invece, come aveva confessato a Pietro quando era stato interrogato sull'argomento, la sua lettera l'aveva bruciata, senza dir nulla a nessuno, e aveva cercato di dimenticarsene, iniziando per a tenere gli occhi e le orecchie ancor pi aperti di quanto non facesse di solito. L'aria che si respirava non gli piaceva e cominciava a temere anche per se stesso.
 a questo punto che gli eventi iniziarono a precipitare e all'aggressione del Salieri se ne aggiunse un'altra quello stesso pomeriggio. Una delle modelle, una tale Arminia Ciccatelli, in arte Armenia Dolores, la modella invalida, attardatasi a rivestirsi nel camerino dopo aver posato per la scultura di un allievo, era stata aggredita da un essere con la testa di toro, che aveva tentato di violentarla e forse di ucciderla. La ragazza aveva urlato, l'aggressore aveva cercato di strangolarla per farla tacere, ma poi, sentendo sopraggiungere di corsa lo scultore, ancora intento a riporre gli arnesi, si era dileguato facendo perdere miracolosamente le sue tracce.
Chiamata la questura, Vitaliano, Pietro, Parrini e lo stesso Marangon si precipitarono sul posto per interrogare la sopravvissuta.
Quando arrivarono, Antonio, allarmato, and loro incontro pallido come uno spettro: tremava. Raccomandandogli di fare presto, fece loro strada. I quattro passarono di corsa sotto il grande lucernario dell'Ottagono, diretti verso la sezione di scultura. I loro soprabiti sfarfallarono, accompagnati dal rintocco dei passi mentre attraversavano l'ampio corridoio, dove la luce proveniente dal giardino si stava ormai smorzando. L'odore della creta polverosa e del legno umido li invest. Trovarono la ragazza seduta in lacrime di fronte al Professore romano, l'agente dell'OVRA, che dell'Ottagono e del parco aveva fatto la sua sala d'attesa, e da l, richiamato dal trambusto, li aveva anticipati. Cercava ora di consolare Armenia senza particolare tenerezza, mentre l'altro, l'ex pugile, guardava la scultura della ragazza nuda con aria annoiata.
Lo avete riconosciuto? Poteva trattarsi di uno studente? stava domandando l'uomo.
Non lo so, non lo so, era... mostruoso... mormor la modella, seguitando a singhiozzare.
Quando Pietro e i poliziotti comparvero, il Professore si volt verso di loro e gett ai nuovi arrivati uno sguardo di commiserazione. Poi si alz.
Ah! Siete qui? Meglio tardi che mai.
Il suo compare sorrise, come se fosse stata una battuta, e si pass il fiammifero che aveva in bocca sugli incisivi, forse per liberarli da residui di cibo. Poi storcendo gli occhi fiss il risultato della sua manovra e la punta del fiammifero con attenzione, infine lo ricacci in bocca succhiandolo come un lecca-lecca.
Lo studente in piedi teneva la mano sulle spalle della ragazza, che non mostrava il volto e continuava a uggiolare. Vedendo i nuovi arrivati si sent in dovere di spiegare: Ho sentito urlare, qualcosa che cadeva, del trambusto... Quando sono corso qui, per, s'era gi dileguato nel nulla, come un fantasma.
L'avete inseguito? domand Marangon. L'avete visto?
Come ho detto al vostro collega... No. Ho pensato subito a soccorrere la ragazza, che tossiva e non respirava bene.
Potete raccontarci tutto daccapo, per favore? chiese Marangon, mentre Pietro e Parrini seguivano l'ex pugile sul luogo dell'agguato. Un cavalletto e una piccola scultura in gesso erano precipitati a terra nella colluttazione, nient'altro. La ragazza doveva aver scalciato, spinto indietro l'aggressore... La sentirono raccontare l'intera scena un'altra volta, dall'inizio.
Mi ero appena rivestita, stavo per uscire da dietro al paravento, quando mi sono sentita afferrare da dietro. Mi ha serrato la gola con le mani, non respiravo, non potevo urlare. Ho scalciato con la gamba buona, poi sono riuscita a mordergli la mano e a urlare, fino a che  accorso lui spieg indicando lo scultore. Quel mostro mi ha lasciato ed  scappato, nel girarsi ha urtato un cavalletto, l'ho visto, ma non l'ho riconosciuto, aveva le corna, come un toro, ma non era un fantasma, guardate! disse mostrando il collo arrossato.
Pietro si port a grandi passi verso di lei, sotto gli occhi attoniti di tutti le scost i capelli e si chin a esaminarle il collo arrossato. La ragazza ebbe un moto di vergogna, gli gett uno sguardo adirato, e si ricopr con una specie di scialle.
Avete sentito sbattere la porta dal lato opposto che d sul giardino? domand Pietro allo scultore.
No, non so, non ci ho fatto caso ammise lui.
S disse la ragazza. Io l'ho sentita...
Potrebbe trattarsi di chiunque: uno studente, un professore... riflett Marangon. E potrebbe essere ancora qui dentro, forse mescolato agli altri presenti nell'Istituto o nascosto in attesa di svignarsela.
Abbiamo controllato, guardato in giro, ma senza esito. Un tizio con le corna dovrebbe essere facile da notare. Magari si tratta del nostro assassino, che non  stanco di uccidere! intervenne il Professore. E che va fermato al pi presto!
Sapevate qualcosa sull'omicidio dell'Umberti, qualcosa per
cui l'assassino potesse avere interesse a farvi tacere? chiese Vitaliano, premuroso, alla giovane.
Assolutamente no! disse la ragazza, con un'espressione innocente e meravigliata, poi si alz. Vorrei andare a casa adesso. Giovannetti, potreste accompagnarmi? domand al giovane scultore.
L'artista annu e le dette il braccio, dopo aver recuperato il bastone per lei.
Riposatevi, se vi torna in mente qualcosa, vi prego... si raccomand Marangon. Un particolare, un anello, un segno o una cicatrice sulle mani, qualsiasi cosa possa aiutare a identificarlo. Dal momento che sul sesso del vostro aggressore non ci sono dubbi, giusto?
Era un uomo. Non mi ha dato l'impressione di essere particolarmente alto, o robusto, altrimenti non sarei qui.
Cercate di riposare, prendete un calmante, non dormite da sola, chiamate qualcuno, un'amica... le raccomand Draghi.
Avete detto di averlo morso. Abbastanza forte da lasciargli un segno? le chiese Pietro.
Non so, non credo... non a sangue... non penso... rispose Armenia riflettendo a testa bassa, senza guardarlo.
Antonio, poggiato alla parete, era pallido tanto da confondersi con l'intonaco, e aveva gli occhi pieni di spavento. Sull'edificio calava la sera, gli alberi fuori dai grandi vetri divenivano silhouette grigie, ritagliate nella carta di riso, e il cielo si mutava in un blu accecante, mentre quegli uomini guardavano la ragazza allontanarsi a braccetto del suo accompagnatore, leggermente claudicante, tirandosi dietro la gamba, che picchiava appena sul pavimento di cotto come un pettirosso su un vetro quando scorge nel proprio riflesso un rivale.
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Capitolo 42.
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Questa storia dell'aggressione mi piace poco, Vitaliano.
Piace poco anche a me. Guarda caso dopo le lettere anonime del Professore.
Gi, il tipo  scaltro e sconsiderato. Non gli interessa cosa accade, chi ci pu andare di mezzo. Ha preso dell'olio e l'ha versato sulla pista delle biglie, aumentandone vertiginosamente la velocit, se qualcuna schizza fuori, a lui non importa. Anzi,  quel che cerca, purch ci siano novit.
Vitaliano sorrise appena. State ancora leggendo quel libro sugli esperimenti galileiani che vi ho visto tempo fa alla pensione?
No, purtroppo ho altro a cui pensare. Anche se tutto si lega, e magari anche leggendo di esperimenti galileiani pu capitare di avere una qualche idea. Sto iniziando a capire, non chiedermi cosa, sarebbe ancora troppo confuso, ma fra la nebbia, dopo quanto ci ha riferito Ernestina e a seguito dell'aggressione, se cos si pu chiamare... Di certo adesso occorre che anche noi ci mettiamo a correre, prima che succeda qualche altra disgrazia.
Perch dite "se cos si pu chiamare" riferendovi all'aggressione della modella? chiese Draghi, ma prima che Pietro potesse rispondergli entr Parrini: era molto agitato.
Io l'ammazzo, commissario disse, guardandosi intorno circospetto. Gli taglio la gola e lo butto in Arno, quella carogna!
Nel caso non dovresti venire a raccontarlo proprio a me, non
ti pare? rispose Draghi sospirando, ma lo capiva bene, anche lui nutriva sentimenti simili per un uomo che non conosceva e non aveva mai visto. Un uomo che da un momento all'altro sarebbe potuto arrivare alla fattoria per chiedere del conte e di Nausica, per prendersi la villa, le propriet, e con quelle la sua amata e tutta la sua vita.
Ieri mattina quella carogna, quel maledetto,  andato dall'ortolano mentre la bottega era piena di gente e ha iniziato a fare domande a Immacolata di fronte a tutti. L'ha fatta sudare e arrossire. M'ha raccontato la scena. "Eppure mi sembra di avervi gi vista", e intanto sorrideva malefico sbucciando una banana somala della Regia Azienda Monopolio Banane. "Vi sbagliate con qualcun'altra, signore... son qui da poco."
"Mi sa che mi verr in mente, tempo due o tre giorni torner a dirvelo..." l'ha minacciata, mordicchiando il frutto sulla punta in modo osceno, e intanto tutti gli tenevano gli occhi addosso. Fiore, il proprietario, le ha chiesto: "Ma questo signore vestito da finocchio e con la faccia a culo, lo conosci o non lo conosci?" e s' messo in sospetto. "Ma chi l'ha mai visto, signor Fiore! Non l'avete visto che ci provava?! Nemmeno lavorare in santa pace ti fanno!" e a testa bassa ha continuato a pesare la verdura. Ora, prima che torni, prendo due o tre amici, gli metto un sacco in capo e gli do un carico di legnate!
Pietro, che per forza aveva sentito, domand: Perch non lo fate arrestare? Siete un poliziotto e, se ben capisco, lui  un pappone.
Perch per farlo arrestare ci vorrebbe una denuncia, ma questo a Immacolata non posso chiederlo o verrebbe fuori tutto... Le sue ragazze, figuriamoci, hanno paura. I pappa possono permettersi avvocati con i fiocchi, se l'arresto dopo due giorni quello  fuori.
Ma anche se lo bastonate, poi magari si vendica e fa bastonare voi, o se la prende con la ragazza. Non la finite pi!
E allora?! esclam Parrini esasperato. Non mi resta davvero che decidermi a buttarlo in Arno.
Macch Arno, c' di gi anche troppo sudiciume in questo vostro fiume. La risposta  semplice, ve lo dico io come fare. Per risolvere la questione non ci manca nulla. Fossero questi i problemi. Non avete il fascismo? Funziona cos bene per certe cose. Perch non l'adopriate a fin di bene, io questo proprio non lo capisco.
Vitaliano, che stava esaminando l'elenco dei sospettati senza alibi e rimuginando sul caso, un po' li ascoltava e un po' pensava alla sua di questione, che evidentemente tanto semplice non era. Sentendo Pietro dire cos alz la testa e chiese: E come? nell'esatto istante in cui Parrini faceva lo stesso.
Con una trappola spieg Pietro. Niente di pi facile. Quando la volpe gira intorno al pollaio, se non  prima  dopo, ti c'entra e ti fa danno. Ma se hai la fortuna di accorgertene, se fa l'errore di darti un'avvisaglia, puoi tendergli una trappola. E la vostra volpe, Parrini, anzich colpire, quest'errore l'ha fatto:  venuta a minacciare. Le coster la coda, tutta questa spavalderia e vanit.
Dalle metafore galileiane a quelle contadine! disse Vitaliano, spazientito. Fareste prima a spiegarvi! e sent che forse la sua rabbia nasceva dal fatto che il suo vecchio avesse una risposta per Parrini e non ancora per lui.
 meglio che lo dica solo al brigadiere. TU meno ne sai, meglio  per tutti! ribatt Pietro, e Draghi rimase un po' male.
Come volete! disse serio, risentito, e riabbass gli occhi sui suoi appunti. Solo... aggiunse quasi in un sussurro. Se fate cazzate, poi non venite a cercar me, perch io non ve le aggiusto!
Ti si racconta dopo, credimi,  meglio... disse Pietro, e stava per invitare al bar Parrini, quando Mazzuoli buss, fu fatto passare e annunci che c'era una signorina che chiedeva di lui.
Fatela entrare! disse subito Vitaliano. Ma non fu necessario, perch Bianca, dietro le spalle di Mazzuoli, sent e si fece avanti. Quando Pietro la vide si allarm, e fece un passo per abbracciarla. Che ci fai qui,  successo qualcosa?
Sono andata alla pensione a cercarvi, avrei voluto aspettarvi l, ma non m'hanno fatto entrare, quel signore vestito da... Non fece in tempo a finire la frase che Pietro le tapp la bocca con un dito parandoglisi davanti in modo che Vitaliano non la vedesse, e disse facendole gli occhiacci: Va bene, va bene, sar stato il maestro Cerpinica, esegue gli ordini di Filomena... Quella brava donna. Ma dimmi, cosa sei venuta a fare?.
Bianca cap d'aver detto troppo e si port la mano alla bocca. S, s, Cerpinica, il maestro conferm mangiando la foglia.
Draghi s'era alzato, aveva liquidato Mazzuoli e chiuso la porta. Badava poco alle parole di Bianca, era ansioso di farle lui delle domande, di conoscere la situazione alla fattoria e di avere notizie di Nausica.
Parrini, rimasto in piedi di fronte alla scrivania in attesa del consiglio di Pietro, guardava la ragazza giunta a sottrarglielo con l'espressione delusa di un bambino che improvvisamente scopre che piove e non pu pi andar fuori.
Belin! Belin! gli disse subito Vacher, che aveva una certa sensibilit per capire le situazioni.
Pietro lo guard grato, come se il pappagallo gli avesse detto: "Oh! Ricordati di questo bischero, non lo lasciar cos!".
Allora si accost al brigadiere e poggiandogli una mano sulla spalla se lo tir dietro. Torno subito, Bianca, solo un momento... si scus, mentre Parrini usciva, chiudendosi la porta alle spalle. Dinanzi all'ufficio, senza nemmeno fare un passo in pi,
in tre parole, Pietro mormor al brigadiere tutte le istruzioni, e man mano che spiegava, il volto di Parrini s'illuminava.
Come ho fatto a non pensarci,  un'idea perfetta!
Venite stasera alla pensione e chiedete di me. Se non ci sono, lascio tutto a Filomena, la padrona, intesi? Vi dar della roba perfetta allo scopo. Prima lo fate e meglio ! lo incit Pietro con la mano gi sulla maniglia per rientrare. Stava in pena, sapeva che l'arrivo di Bianca in questura, cos, all'improvviso, non prometteva nulla di buono.
Quando si richiuse la porta alle spalle, lui e Vitaliano fissarono la ragazza pregandola che spiegasse loro ogni cosa.
Bianca, a cui al pensiero di quel che avrebbe dovuto dire veniva da piangere, raccont della situazione alla fattoria, e del comportamento del fattore, che non dava tempo a Pacifico e Placido di mandare avanti i campi, figuriamoci di curare le api, e gli comandava apposta lavori inutili, quando c'erano da fare cose pi importanti. Poi rifer, evitando i particolari pi umilianti, dell'aggressione che aveva subito, del guardia che era stato aggredito, e di quello che lo aveva sostituito con il suo aiutante, che altri non erano che i suoi aggressori, evidentemente chiamati alla fattoria, dal fattore stesso.
Pietro ascoltava e man mano che Bianca raccontava, con il volto stravolto dalla paura e gli occhi lucidi, una rabbia assurda gli saliva nella testa e un'ondata di sudore freddo scendeva dalla sua fronte scorrendogli sul corpo fino alle gambe.
Sabina, le bambine, Ipazia? Stanno bene? Ma perch non mi avete telefonato?
L'abbiamo fatto, qui in questura. Ma non c'eravate e ci hanno detto che vi avrebbero avvertito. Quando abbiamo visto che i giorni passavano e voi non arrivavate... Sabina ha mandato me per togliermi di l, dal momento che il nuovo guardia poteva
farsi vivo da un momento all'altro e perch conosco la pensione e so come arrivarci.
E lei, Ipazia, Mariannina?
Si muovono sempre tutte insieme, e Sabina stava organizzando per mandarle a Mercatale, da sua sorella! Anche vostra cognata e Liberar la piccina, senza che il fattore se ne accorgesse e protestasse. Non sapeva cos'altro fare, quando ha capito che lui mandava apposta gli uomini - Pacifico, vostro fratello e perfino Placido - a lavorare lontano, dall'altra parte del podere, e il guardia e il vecchio, rivestiti a festa, giravano intorno casa apposta, per farci paura.
E Nausica, l'avete vista? Perch non chiedete aiuto a lei? Ora la chiamo subito e le spiego la situazione disse Vitaliano, allarmato.
Non lo so... a dire il vero siamo andati a suonare alla villa, ma c'erano solo la vecchia Ines e la ragazzina rossa della servit. Abbiamo chiesto a loro. Il conte e la contessina sembra siano in Maremma. Lui non sta tanto bene e aveva bisogno d'aria di mare.
Pietro ascoltava e si passava la mano sulla faccia, mentre i suoi pensieri filavano a tutta velocit, come un treno nero in una notte senza luna. Aveva saputo da Sporta con che razza di carogna avrebbe avuto a che fare, ma non pensava che il nuovo fattore potesse arrivare a tanto. Sarebbe voluto correre a casa, a difendere Sabina, i figli e il fratello, a rimettere a posto le cose, ma aveva da riprendere Caterina, l'appuntamento era fissato due giorni dopo e non poteva certo mandarci Faina. Poi c'era il conte Zaroff, o i conti Zaroff che dir si voglia, che aspettavano il suo piano, un piano che lentamente si era formato nella sua testa ad avanzatempo, ora che conosceva il tragitto dell'auto, i posti di blocco, e soprattutto la posizione dei tiratori scelti, e che aveva trovato un'incredibile lacuna studiando la carta che Vitaliano aveva reso a
Marangon e che questi aveva accettato di mostrargli con tutta calma, senza sospettare di nulla. Del caso dell'Umberti, suo malgrado, non poteva pi fregarsene, ora che sentiva che fra le mura di quell'istituto c'era un mistero che si andava svelando nella sua mente e che le ultime mosse fatte dai giocatori di quella partita puntavano a colpire qualcosa e qualcuno. Chi conduceva il gioco, temendo d'essere scoperto, stava cercando di chiuderlo a spese di qualcun altro. Se avesse ceduto all'istinto, alla paura, ed egoisticamente fosse corso a casa a difendere Sabina e i figli, troppi tasselli non sarebbero andati al loro posto, ancora una volta avrebbe trionfato l'ingiustizia e lui non se lo sarebbe perdonato. Respir per calmarsi. Poi alz il volto verso Vitaliano e gli disse: Vai tu!.
Ma siete impazzito, se non chiudo l'indagine non posso muovermi!
L'indagine te la chiudo io, di' che tua madre sta male... inventati qualcosa!
Il questore  stato chiaro: nessuno si muove per nessun motivo fino a che non viene fuori il colpevole. Potrei chiamare i carabinieri del posto... Bianca pu riconoscere i due come i suoi aggressori e fare una denuncia...
La ragazza alz gli occhi allarmata, e prima che potesse aprire bocca Pietro l'anticip: No! Niente carabinieri. Sarebbe la parola di Bianca contro la loro, e hanno il fattore a proteggerli. Ci penso io. Il Cuccuma, ci puoi mandare il Cuccuma?.
Non posso togliere nemmeno un uomo dall'indagine... disse Vitaliano, sbattendo il pugno sulla scrivania per la frustrazione. Si sentiva schiacciare dagli eventi e non poteva far a meno di chiedersi dove fossero finiti il conte e Nausica, che cavolo ci facessero in Maremma. La storia del mare non lo convinceva per niente.
Pietro riflett un attimo. Adesso basta! disse poi perentorio. Fammi fare una telefonata. Devo giocare la mia mossa, e forse ce l'ho. E poi devo pensare. Sto iniziando a capire alcune cose sul caso e sull'Istituto d'Arte, devo solo collegarle. Ma ora ho bisogno di sgonfiare il cuore dalla rabbia, di mantenere la calma e la concentrazione. Ho la soluzione l a due passi, dietro a un muro di nebbia. Intravedo le sagome degli attori, ma se non si disperde quel fumo, non coglier mai il nesso della faccenda. Prima di tutto faccio una telefonata a Minnenne. Devo proteggere Sabina e i ragazzi, poi vado con Bianca alla pensione, se mi vuoi mi trovi l.
Io provo a chiamare in Maremma, se trovo Nausica la faccio rientrare e le racconto tutto! disse Vitaliano.
No, potrebbe esser peggio... Devo ancora una volta aver fiducia in Sabina, nella mia famiglia e nei miei ragazzi. Ho solo bisogno di pensare, di sgombrare la testa da troppe informazioni e vedere un disegno in quella che sembra solo una complicatissima macchia. Risolviamo il caso e poi voleremo a casa, per liberarci di quel fattore e di tutto il resto.
Vitaliano sussult, sperando che quella promessa riguardasse anche lui e la sua situazione. Rimugin sulle parole di Pietro: "Vedere un disegno in quella che sembra solo una complicatissima macchia". Un'altra metafora. Quando il suo vecchio entrava in quella modalit, il suo pensiero procedeva per immagini, lampi, piccole intuizioni, e la parte razionale veniva stemperata da un modo di riflettere che di razionale aveva ben poco: un vento che soffiava sulla scena ed era capace di disperdere la nebbia e far emergere le figure.
Pietro si mise al telefono facendosi passare il caff del Cinema Olimpia di Tavarnelle Val di Pesa, urgentemente. Dopo poco fu messo in comunicazione. Parl con qualcuno, attese ancora che gli passassero Bista, il proprietario, e ci parl a lungo. Solo quando fu certo che l'altro avesse capito, riappese. Quindi lui e Bianca uscirono, presero il tram e, giunti in piazza Indipendenza, scesero per raggiungere a piedi la pensione.
Mentre camminavano a braccetto, Pietro si volt verso di lei e le chiese: T'hanno fatto del male?.
La ragazza cap cosa intendeva e scosse la testa. Per fortuna il guardia  arrivato in tempo. Ma c' mancato poco!
La pagheranno! mormor Pietro serrando i denti. Te lo prometto!
Un'altra promessa, come quella di Caterina. Bianca non ebbe cuore di domandare, annu.
Ma babbo... alla pensione l'anziano vestito da donna non mi far entrare disse. E solo dopo si rese conto di aver detto babbo, anzich signor Pietro.
Pietro non fece una piega. I figli non erano solo quelli che ti nascevano, e lui lo sapeva.
Ti far entrare eccome, puoi giurarci!
Il commendatore doveva averli visti arrivare. Con una sciarpa di fronte al viso e un paio di guanti accost la porta e ripet che lui di ragazze non ne prendeva, che la sua era una pensione onorata, dando fiato a tutta la tiritera.
Commendatore, Bianca v'ha gi sgamato dalla prima volta che vi ha visto gli sussurr Pietro. Non dir niente, garantisco io, ma fateci entrare. Datele qualcosa da mangiare e trattatela bene... Forza, Filomena, sfamate questa ragazza, dalla brava donna che siete! Io ho bisogno di riflettere, ma prima devo darvi un pacco da consegnare al brigadiere Parrini, che passer a ritirarlo in serata.
Il commendatore, spaventato, guard Bianca, che annu e si sent salire alle labbra la stessa parola che aveva udito poco prima da Pietro: Prometto....
Vieni, cara le disse lui, rassicurato. Ma vedi di non tradirti! e la condusse in cucina, chiudendosi la porta a vetri alle spalle. Cominciavano a essere un po' troppi a conoscere il suo segreto.
Pietro entr nella minuscola camera che divideva con Vitaliano, prese una sedia, tir gi da sopra l'armadio una delle due scatole da scarpe chiusa a dovere e torn indietro a consegnarla a Filomena. Mettetela al sicuro,  un pacco pericoloso, che non deve cadere nelle mani sbagliate, siamo intesi? le disse.
Una bomba? domand Filomena strabuzzando gli occhi e prendendola con cautela.
Una specie... disse Pietro sorridendo, e le fece l'occhietto.
Poi, finalmente, mentre la donna nascondeva il pacco insieme a Bianca, apr la portafinestra e si sistem sul terrazzino, rivolto verso il mare di tetti rossi dal quale sorgeva in lontananza la cupola del Duomo illuminata dal sole. Con la schiena dritta, i piedi poggiati a terra e le mani sulle gambe, chiuse gli occhi e respir cercando di scacciare le emozioni che gli si affollavano dentro, portando l'attenzione sul proprio respiro, come gli aveva insegnato a fare padre Giacomo alla Certosa. Dopo un poco la tensione scem, sapeva che non avrebbe dovuto pensare a nulla, lasciare che le immagini sorgessero, osservarle e solo poi avrebbe potuto cercare d'interpretarle. Faceva fatica a concentrarsi. La sua testa correva dietro alle informazioni, cercava di aprirle con forza ostinata, come noci. Ma non era quella la strada, doveva farsi cullare dal respiro, lasciare andare ogni pensiero e infilare un viottolo laterale, un sentiero nel bosco della mente illuminato dal sole e punteggiato di primule.
Quando finalmente ci riusc, i rumori della citt scomparvero e lui divenne il suo respiro, ma anzich sul sentiero assolato si ritrov in un corridoio buio, dalle pareti di umidi mattoni rossi. Fu tentato di aprire gli occhi, ma non lo fece. Avanz a tentoni
sentendo la paura salirgli nel cuore e infine ud in lontananza il formidabile muggito di uno dei suoi tori. Invece di scappare nella direzione opposta, corse in avanti. Il corridoio si biforcava, ancora e ancora, e lui avanzava a tentoni nell'oscurit, le mani sul muro, verso l'origine di quel terribile muggito. Adesso era nel labirinto.
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Capitolo 43.
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A un certo punto l'ho sentito. Ho sentito i suoi passi. Correva. Non lo fa mai, ma stavolta correva.
 andato verso la lampada, mentre io stavo chinato a disegnare sul cavalletto. Ho alzato la testa e ho visto il suo volto terreo, colmo di paura. Mi ha afferrato per le spalle voltandomi, cos arrabbiato non l'avevo mai visto. Ha guardato il disegno della mia musa, che stavo ritoccando a memoria.
Ti manca tanto l'amore? mi ha chiesto.
Ho annuito, incapace di mentirgli. Mi ha abbracciato stretto.
Non  questo il modo, per. Non  questo, capisci? Mai, per nessun motivo!
Ha pianto, mi ha supplicato di dirgli la verit, e alla fine io gliel'ho detta, la verit, tutta quanta, fino infondo. Solo il mio segreto non gli ho detto, so che non potrebbe capirlo, che non lo accetterebbe.
Allora nei suoi occhi ho visto il terrore, quello vero.
Nella notte abbiamo camminato insieme nei corridoi neri come budelli, in questo labirinto nel quale sono condannato a muovermi senza farmi vedere.
Dammi la maschera mi ha detto. La voglio, non devi pi metterla, intesi? Non devi mai pi indossarla!
Avreste dovuto vedere il suo tremore quando, giunti nella cambusa della mia nave, ha visto che la maschera non c'era pi.
S' infuriato: Dove l'hai messa? Dove l'hai nascosta? Dimmelo! Dimmelo!.
Ma non gli ho risposto, mi doleva la testa, e una grande pena si faceva strada nel mio cuore. Mi sono rannicchiato ai piedi del muro, sotto al chiodo che fino a poco prima reggeva la maschera di cartapesta fatta da qualche studente chiss quanti anni prima. Ho pianto anch'io.
Dove l'hai messa? ripeteva, scuotendomi. Mormorava: Perch! Perch!.
Come un fagotto scuro, la cui ombra grottesca  resa immensa dal lume sulla parete fiammeggiante, siamo rimasti abbracciati, stretti stretti. Mi carezzava la testa, mi stringeva a s come per proteggermi.
Perch? Perch? continuava a bisbigliare.
Avrei voluto dirgli tutto. E invece non rispondevo, pensavo ai disegni che non c'erano pi, che erano tutti spariti. Pensavo che non c' essere pi misero al mondo di colui che non ha nemmeno un amico.
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Capitolo 44.
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Ancora deluso per il suo mancato coinvolgimento nella riunione sulla sicurezza per la visita di Hitler a Firenze, nonch nelle indagini sul morto del Regio Istituto d'Arte, Evagisto Petruzzelli, era sempre pi scontento. Tanto pi che Ernestina, la sua promessa sposa, negli ultimi tempi con una scusa o con un'altra aveva sempre da fare e non usciva pi con lui. Si era anche rifiutata di presentargli i genitori, e di invitarlo a casa. Tutti questi indizi non promettevano nulla di buono: che ci stesse ripensando?
Afflitto da questi e altri pensieri, Petruzzelli pens che aveva esitato fin troppo, e che a un uomo d'azione come lui ci non s'addiceva. Cos si present dal questore e chiese un colloquio.
Petruzzelli! disse il superiore facendolo accomodare. Sedetevi, sedetevi! Ma non ho tempo, sapete dell'aggressione alla modella? Qualcosa si sta muovendo, finalmente! L'assassino si sente braccato ed  tornato a colpire! Finalmente abbiamo qualcosa da dire a Roma, anche se da qui a prenderlo...
Petruzzelli, con la paglietta poggiata sul ginocchio della gamba accavallata, nel bell'abito di lino bianco che amava indossare in primavera e lo rendeva simile a un personaggio di Renoir, assunse un tono risoluto e uno sguardo grave.
Sono qui appunto per questo! scand.
Il questore, che si era portato alla finestra e oramai da giorni
guardava la strada come un ragazzino innamorato che aspetti la fidanzata, si volt verso l'agente scelto. Petruzzelli not che aveva la faccia grigia e profonde occhiaie scure. Lo vide socchiudere gli occhi un istante. Quando la notte non dormiva, il giorno seguente l'uomo sentiva la testa spegnersi per brevi attimi e un peso sul petto. Dette ancora uno sguardo alla strada sperando di veder sopraggiungere un'auto della questura e di vedervi discendere l'assassino dell'Umberti, chiunque fosse, ammanettato. Ma niente. Sospir e chiese: Ebbene?.
Ebbene? Ve lo chiedo anch'io: lo vogliamo risolvere o non lo vogliamo risolvere questo caso? domand Petruzzelli con un forte accento barese, sopraggiunto suo malgrado per l'emozione.
L'altro gli fece segno di continuare muovendo impercettibilmente la testa.
E allora perch tergiversare? Non ci sono qua io? domand. Me la date questa carta bianca o non me la date? Ma dico io, perch non mi avete coinvolto prima? Non sono pi il vostro... mastino, per cus dire?
Il questore si carezz i favoriti e gli gett un'occhiata scettica. Pi che un mastino, gli sembrava un bastardino sovrappeso. Per, pensandoci bene, era stato lui a salvare due volte la vita al commissario Draghi e a trovare degli indizi importanti alla Certosa. In fondo costui, proprio come certi cagnetti, quando addentava il gambale dei pantaloni di qualcuno, non lo mollava e non temeva nemmeno i calci.
Petruzzelli usc soddisfatto dall'ufficio del questore con la sua benedizione. Il superiore aveva provveduto ad avvertire il direttore Fiasca delle intenzioni del "mastino" e questi l'aveva infiltrato fra gli allievi del corso di figura del pomeriggio, aperto anche ad amatori e dilettanti, iscrivendovelo con il nome di Pompeo Latini e giurando totale riservatezza.
Al questore non era passato neanche per la mente che il direttore potesse essere coinvolto nell'omicidio dell'Umberti, giacch un capo, uno che svolgeva una funzione dirigenziale proprio come lui, doveva per forza essere innocente: di certo, se avesse ammazzato qualcuno, non l'avrebbe fatto nel proprio istituto, cos come lui non l'avrebbe mai fatto nella propria questura.
Senza porre tempo in mezzo, quello stesso pomeriggio Petruzzelli comparve barellando sul cancello dell'Istituto d'Arte con un gruppo di monelli che gli s'erano messi alle calcagna fin da Palazzo Pitti, gridandogli dietro Pulcinella! Pulcinella! per tutta via Romana e ridendo a crepapelle. Qualcuno s'era anche azzardato a lanciargli qualche sasso. Lui aveva dovuto fingere di voltarsi per inseguirli, e poi allungare il passo per liberarsene. Alla fine i monelli, all'altezza di Porta Romana, vedendolo entrare nel parco delle scuderie, avevano desistito e ridato indietro. Probabilmente erano giunti al limite del loro territorio e avventurarsi oltre gli era proibito o li faceva sentire insicuri, dal momento che avrebbero potuto incappare nei ragazzi di Porta Romana e buscarne.
Sono solo bambini! pens Evagisto. Poveracci, evidentemente non hanno mai visto un pittore. Ma quando comparve sulla soglia del Regio Istituto, che di pittori doveva averne visti pi di uno, alcuni studenti in grembiule nero lo guardarono e scoppiarono a ridere. C'era poco da fare, ogni volta che lui si muoveva, il dramma si mutava in farsa, in commedia. Per l'occasione il nostro aveva avuto l'idea di consultare un libro di scuola, per l'esattezza un alfabetiere, e fra le illustrazioni delle lettere aveva scovato quella della P di "pittore". Cos adesso indossava un ampio basco nero, un cravattino a pois rossi, una camicia bianca con ampie maniche, dei pantaloni alla zuava stretti sotto il ginocchio, calze a quadretti e scarpette lucide con la fibbia dorata, che lo azzoppavano da quanto erano strette e lo rendevano s in tutto e per tutto simile al pittore del disegno, ma anche sommamente ridicolo. Per completare l'opera, e si sarebbe detto a scanso di equivoci, si tirava dietro una cassetta di colori, un mazzo di pennelli e una tavolozza, il tutto nuovo di zecca.
Quando Vichi lo vide arrivare si mise le mani fra i capelli e non seppe se ridere o piangere. In tanti anni ne aveva viste di tutti i colori, soprattutto nel corso del pomeriggio. Si ricord dell'anziano commendator Caciotti, che voleva toccare le ragazze pi che disegnarle, della signora Rava, che arrivava in abito da sera con scialle e diadema, accompagnata dallo chauffeur che l'attendeva in auto, e del Prezzolini, un salumiere, che disegnava meglio di lui e veniva con il grembiule della bottega, spargendo nell'aula un buon odore di insaccati e parmigiano. Questo per li batteva tutti.
Consult l'elenco e vi trov aggiunto in fondo un nuovo nome a matita: Pompeo Latini. Un nome, una promessa.
L'accompagn a un cavalletto libero, mentre gli altri studenti intorno lo guardavano e si scambiavano commenti e risatine. Petruzzelli si rese conto di non essere riuscito a passare inosservato. Tutti erano vestiti sobriamente, indossavano camici scuri, all'apparenza ignari di cosa fosse un'artista o un pittore e di come convenisse abbigliarsi. A che pr aveva letto libri e studiato in tutti i dettagli l'arte del travestimento, se poi la gente faceva i propri comodi e si vestiva a casaccio?
Va detto che in qualche modo la sua era una mente d'artista, che gi al paese d'infanzia, quando faceva il signorino nel podere paterno, aveva nutrito di dozzinali romanzetti d'avventura, bellissimi fumetti, illustrazioni romantiche e pellicole viste al cinema parrocchiale. Sedotto da quell'immaginario che evocava mari del Sud, foreste vergini e citt piene di grattacieli, nonostante fosse circondato da pastori, pecore, muli, usanze arcaiche e
contadini poveri, come un novello Don Chisciotte, aveva preso a vestirsi e atteggiarsi come i suoi personaggi preferiti, senza rendersi conto di non avere il physique du rle di un Humphrey Bogart o di un Rodolfo Valentino, e nemmeno di quel Mandrake che era comparso solo da qualche anno sull'Avventuroso e del quale ancora oggi non perdeva una striscia.
E non se ne rendeva conto, perch lui, unico maschio e ultimogenito della famiglia, tanto atteso, amato e vezzeggiato dalla madre e dalle sorelle e tate di casa, quanto fosse bello se l'era sentito ripetere fin dalla pi tenera infanzia. E se a Roma avrebbero riso dei suoi impermeabili e dei suoi cappelli, l al paese, fra gente semplice, lui gi da ragazzo era stato un mito, una specie di visione venuta a confermare che davvero, da qualche altra parte del mondo, ci poteva esser gente che viveva in quel modo. Cos il signorino, quando si guardava allo specchio - anche adesso che i trenta li aveva passati da tempo, gli era venuta un po' di pancetta e un primo accenno di doppio mento, e i capelli s'erano diradati alquanto - si piaceva e si sentiva ci che non era. In poche parole, si voleva bene e stimava di valere quanto gli eroi di carta dei suoi fumetti e di quel mondo fantastico che non solo non esisteva al suo paese natale, ma non esisteva proprio: era un inganno e un'illusione inseguendo i quali s'era spinto a fare carriera in polizia, alla ricerca di gloria, e a lasciare i compaesani, casa sua, la madre e le sorelle in grande costernazione. Arrivato nelle grandi citt del centro, a Roma, Bologna e poi Firenze, deriso e sballottato da una questura all'altra, aveva avuto la bella idea di trasformare nella sua mente ogni avvenimento in un'avventura, ogni sconfitta in una vittoria, ogni presa in giro in un complimento, rimanendo concentrato nel suo ultimo vero intento: fare della sua vita un'opera d'arte, un romanzo, un film, qualcosa di mitico e di memorabile.
Per questo gli sembrava naturale che uno schianto come Ernestina stesse con lui, per questo le medaglie che aveva ricevuto salvando per puro caso la vita a Pietro e Vitaliano non rappresentavano ai suoi occhi nient'altro che l'inevitabile conferma del suo valore. E sempre per questo, quando qualcuno non lo coinvolgeva in un'indagine o lo ignorava per evitare disastri, si meravigliava, trasecolava, e alla fine interveniva ugualmente, come adesso, facendosi ridere dietro per la sua mania dei travestimenti.
Un'ultima cosa va detta, per, e non dimenticata: come aveva iniziato a capire Vitaliano, anzi, il commissario Draghi, e anche Pietro, Evagisto Petruzzelli, pur con questi difetti, era un buono, un animo semplice e puro, che sapeva farsi voler bene e volerne a sua volta. Come succede con i bambini e con certi piccoli animali particolarmente indifesi, lo si poteva rimproverare una o due volte per le sue involontarie malafatte, ma poi, vedendolo confondersi e spalancare gli occhietti lucidi da topolino, si comprendevano due cose: la sua completa incapacit di capire cosa avesse fatto di male e lo sbalordimento di fronte a quell'esperienza totalmente nuova, che la sua mente subito s'affannava a rimuovere, riscrivere e dimenticare. E allora faceva pena vederlo cos smarrito, rincantucciarsi a testa china, uggiolante, come un cucciolo spaventato e ferito, e si finiva per sentirsi in colpa e giurare a se stessi di non farlo mai pi.
Quando Vichi gli si avvicin per assisterlo e fare conoscenza con il suo nuovo allievo, si rese conto che questi non aveva un foglio, n un carboncino. Per compensare la propria mancanza Poirot mostr a Vichi la tavolozza, i pennelli e i colori.
Tutta questa roba tenetela da parte per quando sarete diventato bravo, signor Goya! gli disse sarcastico il docente. Per ora vi do io l'occorrente, la prossima volta procuratevelo!
Mi chiamo Pompilio, non Goya precis risentito Petruzzelli.
In molti sghignazzarono, un ragazzo e una ragazza, soprattutto, che non riuscivano a riprendersi e stavano nascosti dietro alle tavole dei loro cavalletti, cercando di soffocare la ridarella.
Sarebbe bello disegnare lui! disse un giovanotto al compagno che aveva a fianco.
Basta, su! disse Vichi. Siate clementi, per l'amor del cielo! Ma intanto anche a lui scappava da ridere. Rimboccatevi questi maniconi bianchi, o prima della fine del disegno saranno neri, credetemi! La prossima volta venite vestito normale, non c' bisogno...
Petruzzelli, rosso come un peperone, annu e si tolse il cappello. Se il suo piano era quello di passare inosservato, ebbene, poteva dirsi fallito su tutta la linea.
Poi entrarono le modelle. Erano tre, Franca, Armenia ed Ernestina, che parlavano fra loro mentre si avviavano verso la postazione.
Tu, bambina, fai troppe domande... non me la racconti giusta! stava dicendo Armenia rivolta a Ernestina.
Scusami, non volevo essere indiscreta. Come non detto... rispose lei, mostrandosi dispiaciuta. Arrivate ai loro posti sganciarono l'accappatoio e si rimisero in posa, seguendo le indicazioni del professore che le guidava nell'operazione esaminando i disegni degli allievi pi promettenti e si presume precisi.
Ora, mentre si sistemava, Ernestina ripensava alle parole che aveva sentito dire ad Armenia quando era entrata nel camerino credendolo vuoto. La ragazza, dalla porta socchiusa, aveva sussurrato a qualcuno: Ora ce ne vorrebbe un'altra, peggio della mia... e non appena, voltandosi, si era accorta di non essere sola, s'era irrigidita trattando male Ernestina. Non t'avevo vista, che fai al buio? Stai sempre a spiare?
E allora lei non aveva potuto fare a meno di chiedere: Un'altra di che? Con chi parlavi?.
Di modelle... di cosa senn? Qui si lavora troppo! le aveva risposto Armenia stizzita e aveva abbassato subito la testa.
Era chiaro che non si riferiva ad alcuna modella, ma alla sua aggressione. Con chi stesse parlando, per, Ernestina non l'aveva visto, forse con Franca o con Vichi. Magari era solo un suo modo anarchico di mandare tutti al diavolo, di odiare l'Istituto, il mondo. Oppure un consiglio, un'indicazione, che stava sussurrando a qualcuno.
In posa cercava di rivedere la scena e avrebbe voluto aprire la porta per capire chi ci fosse dall'altra parte ad ascoltare quella frase.
Petruzzelli non s'era ancora accorto di lei, impegnato com'era a fissare con le puntine il grande foglio da disegno sulla tavoletta. Quando finalmente ci riusc, gli altri erano gi all'opera. Not che guardavano di fronte a s, allora abbass anche lui la tavola e vide, seduta di fronte a lui, una ragazza completamente nuda.
Divenne rosso all'istante, e per pudore e per convenienza, dal momento che era un gentiluomo, scost gli occhi. Solo poi li rialz, perch incredibilmente il volto che aveva appena intravisto gli era sembrato... Ma non poteva essere. La modella era ora girata dall'altro lato e ne vedeva solo i capelli, la schiena, la punta di un seno e la gamba ripiegata sotto la natica destra.
Il suo cuore prese a battere riempiendo la stanza. Tutto intorno a lui cominci a girare.
Ernestina! esclam.
Soprappensiero, Ernestina, sentendosi chiamare, volt automaticamente la testa e si trov occhi negli occhi con il suo fidanzato, al quale fino a quel giorno non aveva fatto vedere nemmeno un piede scalzo.
Sgran gli occhi tradendosi, mentre gi Petruzzelli si alzava rosso in viso e volgendosi intorno sbraitava: Non guardate, non
guardate! E tu, spudorata, rivestiti. Ernestina! e intanto correva verso di lei recuperando l'accappatoio poggiato sulla spalliera del divanetto per coprirla, sforzandosi a un tempo di non guardarla, dal momento che era un gentiluomo, lui!
Tutti erano rimasti pietrificati, mentre il professor Vichi accorreva e l'afferrava per le spalle. Ma cosa fate! Siete impazzito, lasciate stare Maria! Vi sbagliate!
Costei non  Maria, url spazientito Petruzzelli ma la mia fidanzata, e si chiama Ernestina! E questa  una vergogna!
Vichi guard la ragazza, che fu svelta ad assumere l'espressione pi meravigliata e innocente che le riusc. Lo conoscete? domand, mentre alcuni studenti avevano a loro volta afferrato Petruzzelli per il collo plissettato della camicia e lo trattenevano.
Mai visto prima! farfugli Ernestina.
Levatemi le mani di dosso, sono un poliziotto! In nome del re e della Legge vi ordino di non guardare la mia fidanzata!
Fu tratto fuori dall'aula a forza, fra le sue proteste, mentre si dibatteva, urlava e puntava i piedi, memore del suo sangue meridionale e ferito nell'onore da quanto aveva visto.
La ragazza si chiama Maria, non Ernestina! cerc di spiegargli il professore, intanto che tre studenti belli robusti lo tenevano fermo e altri lo circondavano.
Maria un cavolo, l'ho riconosciuta!  la mia fidanzata, vi dico! Sono un agente di polizia, lasciate che vi mostri il mio tesserino.
Glielo lasciarono fare e il professore dovette constatare che quel che gli era parso un semplice matto molto probabilmente diceva la verit.
La polizia dovr chiamarla io, se insistete a disturbare disse Vichi. Facciamo cos, andate a casa. Noi la vostra fidanzata, sempre che sia lei, non ve la mangiamo, la disegniamo e basta. Quando torna, stasera, se davvero  lei, regolerete i conti. Se invece arrivasse la polizia scoppierebbe uno scandalo, tutti lo saprebbero e se poi non fosse l'Ernestina che dite, ma una sosia... potrebbe costarvi il distintivo.
Nella mente del nostro si apr come uno spiraglio. Una volta aveva visto un film su due sosia interpretate dalla stessa attrice: che figura ci avrebbe fatto con il questore e la questura, sia che fosse lei sia che non lo fosse? In pi, come avrebbe potuto spiegare al questore d'aver gi fatto saltare la propria copertura? S'aggrapp allora a quella speranza. Rassicur gli astanti, fu lasciato, si rassett, dette due occhiate alla porta dell'aula, e senza aggiungere altro si diresse con passo marziale verso le scale per recarsi all'uscita, mollando l cappello, cassetta, tavolozza e pennelli, e con la camicia strappata.
Eppure sembrava proprio lei, pensava, mentre uscito all'aria aperta percorreva il viale alberato, ancora turbato dalla bellezza della ragazza. E se non era lei, allora dovrebbe essere a casa. Adesso andr a suonarle il campanello, so dove abita. Trasandato com'era, intercett una carrozzella, la chiam, dette l'indirizzo e cos fece.
Intanto a Porta Romana la lezione di disegno stava per riprendere.
Chi era? chiese Franca. Un parente?
Ma che ne so, chi l'ha mai visto? Sar un matto!
Uno sbirro, non l'hai sentito? comment Armenia, e intanto la guardava, la guardava con due occhi che sembrava volessero trapassarla da parte a parte, rigiragli la pelle come a un coniglio, per leggerle nel cuore la verit.
Il professore rientr, e preg i presenti di concentrarsi e dimenticare l'incidente. Si chin a rimettere un pezzo di catasta nella stufa e le ragazze si tolsero l'accappatoio. Ernestina per tremava, ed esit a spogliarsi. Lui le si avvicin e rivolto agli studenti chiese di avere ancora un po' di pazienza. Poi si abbass a parlarle all'orecchio e le disse: Ho la moto, vi accompagno a casa io dopo, non vorrei che il tipo fosse rimasto nei paraggi e vi tendesse un agguato. Cos evitiamo brutte sorprese, va bene?.
Lei annu, grata, e si tolse infine l'accappatoio consegnandolo nelle sue mani.
Petruzzelli nel frattempo era giunto di fronte al portone del palazzo al quale ormai da due anni accompagnava la sua fidanzata al ritorno dalle loro serate. Suon.
Dopo un po' apr un domestico e Poirot gli domand della signorina Ernestina.
Qui non abita nessuno con questo nome, ci sono solo io, il cavalier Filomeni e sua sorella spieg il vecchietto, e gli richiuse la porta in faccia.
Petruzzelli risuon. Il servo riapr irritato.
Siete sicuro? richiese, speranzoso, e spieg: Sarei il fidanzato!.
L'altro, esasperato per aver fatto avanti e indietro, dette un'occhiata agli abiti del nostro, scosse la testa e sollev gli occhi al cielo. Va' 'ia, va' 'ia! Ernestina! Piscia all'erta e alla china! sentenzi, e richiuse la porta, certo d'avere a che fare con un matto o un briaco.
Mentre stralunato Petruzzelli tornava a piedi verso casa lungo il marciapiede d'un Arno lucente come una lama, e in lontananza il Ponte Vecchio abbuiava tagliando in due il nastro di stagnola dell'acqua, Ernestina pregava che la lezione finisse presto, grata al professor Vichi della sua offerta, che l'avrebbe messa al sicuro da un agguato di Evagisto, al quale davvero ora sarebbe stato molto difficile spiegare come mai lei si trovasse l, di fronte a tutta quella gente, nuda come mamma l'aveva fatta.
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Capitolo 45.
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La giornata era bella, limpida e senza ombre. Apparentemente niente era mutato e il sole illuminava l'aia, il grande moro e la facciata color crema con rinnovato vigore. Dalla torre della stazione di monta, forse, qualcuno con gli occhi buoni Firenze avrebbe potuto scorgerla appena, un grumo, una spatolata di colore sull'orizzonte lontanissimo del quadro. Gli uomini erano nel campo a lavorare, dall'altra parte del podere, come aveva comandato il fattore, quando il nuovo guardia sbuc sul viottolo assolato con un sigaro appena iniziato fra i denti e i pollici ficcati nel panciotto. Aveva il carniere pieno e il fucile a tracolla. L'uomo non era abituato agli abiti nuovi. Il corpetto sulla camicia l'infastidiva, e le scarpe aveva sbagliato a comprarle: pi adatte a un matrimonio che per andare per campi e boschi. Il fattore gli aveva spiegato per filo e per segno cosa doveva fare. Niente di troppo grave, che potesse attirare l'attenzione dei carabinieri. Doveva importunare le donne, terrorizzarle, in modo che queste, vergognandosi di riferirlo ai mariti, temendone la reazione e le conseguenze, iniziassero piuttosto a soffiar loro nell'orecchio l'idea di abbandonare il podere. Il fattore non poteva immaginare che lui, senza saperlo, avesse gi iniziato il lavoro con l'aggressione di Bianca e del vecchio guardia. Ma doveva stare attento, gi quella volta per poco non s'era beccato una fucilata. Il fattore gli aveva
spiegato che era semplice, di aver gi attuato quel piano diverse volte altrove, pagando tipi come lui per spaventare i contadini e costringerli a mollare il podere per poi insediare nelle fattorie chi voleva lui. Stavolta per, il gioco s era fatto pi difficile. Arrivato lui, le ragazze, la bambina e la nuora di Pietro con la neonata s'erano volatilizzate. Come nella dama, a ogni mossa del fattore, quelli li, i Bensi, non stavano ad aspettare, ma facevano una contromossa per difendersi. Cos ora in casa era rimasta solo la massaia, la capoccia, che era pur sempre meglio di niente.
Il nuovo guardia si port di fronte all'uscio dei Bensi, buss e apr, senza attendere risposta. Sabina sollev la testa dal tagliere giusto in tempo per veder sbucare la sua faccia, ma non lo riconobbe subito. S'era fatto tagliare i capelli e radere dalla volta in cui il fattore l'aveva presentato a tutti loro, s'era rivestito, ma era lui. Le occorsero pochi secondi per realizzarlo.
Buongiorno, massaia! disse l'uomo, squadrandola da capo a piedi. Siete sola?
Il cuore le balz in gola. Desiderate? domand, scontrosa e pens: Ecco, ci siamo!
Sono il nuovo guardia, questo lo sapete gi.
Ebbene? domand lei, sostenendo il suo sguardo, e nel dirlo riprese il lungo coltello con il quale stava affettando la cipolla e ricominci a fare il battuto. In cosa posso favorirvi? Non dovreste essere nella bandita? Che cercate qui?
La voce le tremava, adesso, e anche le mani.
Accipicchia, siete poco gentile, signora Bensi. Guardate qui cosa vi ho portato disse l'uomo e, poggiato al muro il fucile, tir fuori dal carniere una bella lepre posandola sulla tavola.
Da quando in qua il guardia porta le lepri ai contadini? domand Sabina, fissando con odio il volto sbarbato di fresco dell'uomo e i suoi occhi che ardevano d'una luce beffarda. Le
bast lanciare un fugace sguardo all'animale per accorgersi che era una femmina, ed era pregna. Scosse la testa.
Siamo alle dipendenze dei signori, ma fra noi bisogna farsi i piaceri disse lui con una strizzata d'occhio. Posso avere un bicchiere di vino?
Sabina s'interruppe, anzich posare il coltello sul tavolo se lo port con s e and a prendere un fiasco e un bicchiere di vetro da sopra una madia. Per versare il vino dovette posare il coltello. Poi lo riprese con la destra, poggiando il bicchiere con la sinistra di fronte all'uomo.
Lui gett un'occhiata alla lama e rise.
Non siete solo bella, siete anche pericolosa! Di che avete paura?
Sabina non rispose. Bella lo era davvero, nonostante i suoi quarantatr anni e il lutto che portava ancora per il padre, ma i capelli legati a crocchia come una vecchia non bastavano a toglierle ogni attrattiva. Non era la bellezza di Bianca o di Nausica, e nemmeno quella di Ernestina. Era una belt diversa, pi semplice, antica, forse etrusca, fatta di lineamenti compiti, la grazia d'una contadina che non voleva dare nell'occhio. Se si fosse sciolta i capelli, per, e vestita con un po' pi di colori e di garbo, avrebbe fatto invidia a molte donne pi giovani di lei e perfino fatto voltare qualche giovanotto passando in una fiera.
Bevete, riprendete questa lepre, che m'imbratta la tavola, e buona giornata! disse dura. Non si spara alle femmine in aprile, non vedete che  pregna?
Che caratterino! Povero il vostro marito! esord il farabutto, ignorando il rimprovero. La dolcezza proprio non sapete dove sta di casa. Sar per questo che il vostro sposo non c' mai, che sta sempre a Firenze. Non vi sentite sola?
Meglio sola che male accompagnata! E ora, per favore: aria! Che c'ho da fare!
L'uomo, che si era seduto senza chieder permesso, si alz. Era alto e la sovrastava.
Se volessi... mormor. Cosa credete di fare con quello?
V'apro come un cappone! minacci Sabina puntando la lama verso di lui.
Il guardia rise, per niente spaventato, lei trem di rabbia e d'impotenza.
Potreste farvi male... un po' di dolcezza vi converrebbe. Potrei riempire voi e le vostre figliole di regali. A proposito, dove sono finite? Non le ho pi viste in giro.
Non sono affari vostri! disse Sabina, e non fece in tempo a finire la frase che l'uomo le afferr il polso con uno scatto fulmineo, glielo torse e la costrinse a far cadere l'arma. Sabina gemette, mormor un Maledetto e sent le labbra umide del guardia posarlesi sul collo mentre la stringeva a s. Percep la sua lingua immonda sfilare sulla sua pelle e scost il volto. Prese a picchiare e scalciare, a urlare come una pazza chiamando aiuto. Lui l'alz di peso, come aveva fatto con Bianca e stava per voltarsi e stenderla sul tavolo, quando qualcuno buss alla porta.
L'uomo la lasci, lei tocc terra e si ricompose. Si chin a raccogliere il coltello svelta come una gatta e glielo punt contro urlando: Avanti!.
Allora la porta si apr e un altro uomo avanz sulla soglia. Era, se possibile, ancora pi grosso del primo. Alto e robusto, con un collo spesso e duro come un tronco d'olivo e i polsi ampi come filoncini di pane.
Che sta succedendo qui? esclam minaccioso. Sabina! Sorella mia! Eri tu che gridavi? e le and incontro abbracciandola.
Sabina, che aveva riconosciuto in lui Aladino, il maniscalco di Tignano, stette al gioco. Tremava ancora mentre lo stringeva e in cuor suo ringraziava Dio di quell'insperata fortuna. L'uomo
le sussurr all'orecchio: Mi manda Pietro, sono arrivato in tempo?.
Che tu sia benedetto, fratello mio! disse Sabina e poi aggiunse in un sussurro a fior di labbra: Appena in tempo... Appena in tempo....
Il nuovo guardia rimase a fissarlo con stupore misto a terrore e istintivamente recuper il fucile poggiato al muro.
Che succede qui? ripet il nuovo arrivato guardandolo sospettoso.
Niente. Vostra sorella mi ha offerto un bicchiere di vino e urlava, mi rimproverava per la lepre. Non mi ero accorto che fosse una femmina e pregna... ci s' arrabbiata tanto balbett l'altro, e s'affrett a prendere il carniere che aveva lasciato a fianco della sedia, ringraziare e uscire chiudendosi la porta alle spalle.
Sabina afferr la lepre, gli corse dietro e piena di rabbia e di sollievo url sarcastica: Signor guardia! Non dimenticate questa! e quando lui si volt gliela scagli contro beccandolo in pieno petto.
Il maniscalco assistette da sulla porta alla scena con le braccia incrociate e rimase a fissare il nuovo guardia con uno sguardo eloquente, finch questi non si fu allontanato. Non mi piace quel tipo... disse. Era un uomo semplice per tante cose, ma ne coglieva al volo tante altre, fra cui l'indole delle persone. Ora capisco perch Pietro mi ha mandato qui. Ho fatto prima che potevo.
Menomale. Resterete a lungo? chiese Sabina speranzosa.
Un passo farete voi, e uno ne far io. Cos ha lasciato detto Pietro a Minnenne. Fino a che non ritorna. Sapete quanto gli devo e sono contento di rendermi utile.
Ma la bottega, i clienti, il lavoro? Come faranno vostra moglie e i vostri figli?
Non dovete preoccuparvi di questo, Sabina. Minnenne e gli altri non le faranno mancare nulla. I clienti aspetteranno, o andranno da Fico, tanto poi ritornano, perch i cavalli come li ferro
io non li ferra nessuno.
Sabina and a prendere un pezzo di sapone da bucato e vers dell'acqua da una mezzina in una bacinella prendendo a lavarsi
il collo con forza. Le veniva da piangere, tremava tutta dalla tensione per lo scampato pericolo. Ora s che capiva Bianca e immaginava la paura che doveva aver provato la ragazza. L'aveva considerata fragile e debole, ma forse si era sbagliata. Dopotutto era ancora in piedi, addirittura a Firenze per recuperare Pietro. Magari l'apparenza l'aveva ingannata, forse davvero quella ragazza capace di digerire il male, masticarlo e sputarlo lontano, ebrea o no, sarebbe stata degna del suo Serafino.
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Capitolo 46.
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Pietro, dopo aver meditato a lungo, aveva salutato Bianca pregandola di attenderlo l con Filomena, alla quale aveva consegnato il pacco per Parrini. Prima di andarsene aveva fatto una telefonata dalla pensione alla questura e parlato con il Cuccuma, che, al solito efficientissimo, aveva trovato le informazioni che gli occorrevano.
Lui e Draghi erano scesi insieme, avevano preso l'auto al garage Indipendenza ed erano arrivati a scuola senza quasi fiatare, ognuno immerso nelle proprie riflessioni.
Allora... aveva appena mormorato Draghi.
Allora credo di aver capito. Fra un po' ne avr la conferma, poi sarai il primo a sapere, non dubitare.
Draghi non aveva insistito oltre. Quand'era cos il suo vecchio andava lasciato fare.
Ora Pietro, seduto su una delle panche dell'Ottagono, aspettava Antonio, che aveva mandato a chiamare tramite Ginevra. Il sole tenue lo illuminava e riscaldava calando dal grande lucernario, e al colosso di gesso sarebbe bastato voltarsi, scendere dal piedistallo e fare un passo per schiacciarlo su quella panca come una lucertola.
Con gli occhi socchiusi Pietro rifletteva. Ora sapeva, ne era certo, ma voleva che fosse Antonio a dirglielo. Le idee cominciavano a chiarirglisi, ma prove non ne aveva ancora. Avrebbe avuto bisogno di tempo, ma era consapevole che invece di tempo non ce n'era e per questo era deciso a tentare il tutto per tutto e forzare la mano.
In quel momento, nell'ufficio del direttore vicino all'aula magna, Vitaliano stava affrontando la testa del serpente, il direttore in persona, per rinfacciargli di aver taciuto del suicidio della modella e chiedergliene conto. Lui invece preferiva occuparsi della coda, per cos dire, e aspettava che comparisse Mino.
Pietro, con gli occhi chiusi, prima ancora di udirlo respirare, sent l'ombra dell'uomo calare sul suo volto e il calore del sole sulla sua pelle svanire. Apr gli occhi e quando si abitu al controluce dalla sagoma scura in piedi di fronte a lui emersero i lineamenti del custode.
Buongiorno mormor Antonio.
Pietro lo invit a sederglisi a fianco. Non avete dormito gli disse.
Antonio non prov a negare, del resto sarebbe stato inutile. Sotto la luce diretta e implacabile del sole il suo volto appariva mutato, come se una manciata d'anni e di rughe gli fosse piovuta addosso nelle ultime ore. Il colorito grigio, le guance ancora pi scavate e le occhiaie profonde, entro le quali affondavano gli occhi grandi, lucidi e disperati, denunciavano il suo stato.
Che cosa succede, Antonio? A me potete dirlo.
Mino lo fiss. S, forse davvero a quell'uomo avrebbe potuto dire tutto. Trasal, percependo sul ginocchio la mano di Pietro, che l'incoraggiava e lo consolava con quel gesto fraterno.
Niente disse.  che quella ragazza aggredita... Qui, nella mia scuola... Mi ha tolto il sonno, m'ha sconvolto.
Pietro lo fiss, poco convinto. Perch non mi avete detto nulla di Corinne Debois?
Antonio alz il volto, allarmato. La pelle come di cera s'era impallidita e le labbra gli tremavano impercettibilmente. Gli occhi sembravano adesso ancora pi ampi e lucenti, pi tormentati. La brillantina non era riuscita a sedare i suoi capelli, nei quali la notte, in preda all'ansia, doveva aver ripetutamente passato le mani, e ora, alcuni ciuffi ritti come minuscoli rastrelli gli davano un'aria da rapace macilento.
Era una cosa vecchia, non ci pensavo pi disse. C'ha rattristato tanto, abbiamo cercato di dimenticarla. Era molto bella, e gentile con tutti.
Sapevate che aveva una relazione con L'Umberti?
Lo sospettavo, ma non perch l'avessi vista. L'Umberti con le studentesse e le modelle faceva il fascinoso, con tutte, ma stava anche molto attento a non far trapelare possibili tresche, credo pi per paura della professoressa Vallanzini, la moglie del direttore, che della sua.
Avete la febbre? domand Pietro.
No, ma quale febbre... sminu Antonio.
Verreste con me nella sezione di scultura?
Se serve...
Credo di s.
Tornarono sul luogo dell'agguato. Pietro condusse il custode verso l'uscita sul giardino interno, dal quale si presumeva fosse fuggito il misterioso assalitore. Nel piccolo spazio verde, zeppo di sculture e piante, gli uccelli si rincorrevano fra i rami in una gazzarra festosa.
Credete ai fantasmi? domand ad Antonio.
Questi allarg le braccia, lasci trascorrere una manciata di secondi e finalmente fece un accenno di sorriso, ironico. Sono napoletano... Credo a tutto e a nulla.
Aprite la porta, per favore.
Impossibile spieg Antonio. Appena si potr, la faremo sostituire.
E infatti ci ho provato anche io dopo l'agguato. L'acqua, filtrando dal tettino in vetro che avrebbe dovuto riparare l'infisso, per via dell'intonaco che l'edera ha fatto cadere, s' creata un varco. Mese dopo mese ha inzuppato l'intelaiatura, che s' gonfiata a tal punto da far staccare la vernice e marcire il legno. Per aprirla ci vorrebbe un Ercole e probabilmente la porta andrebbe in pezzi e i vetri rovinerebbero a terra.
E allora? chiese, Antonio.
E allora l'assalitore non  fuggito di qui. Eppure la ragazza sostiene di aver sentito sbattere la porta. Ora passiamo di nuovo dall'entrata principale del laboratorio, e ditemi voi, che conoscete bene l'ambiente, se esistano altre porte dalle quali il colpevole sia potuto uscire.
Lo escludo... riflett Antonio aggrottando la fronte.
Magari segrete.
Non che io sappia.
Anche io non ne vedo disse Pietro esaminando le pareti palmo a palmo. Quindi o la porta c' ed  ben camuffata o l'assalitore non  uscito dal laboratorio. Se si  nascosto in attesa che
la gente uscisse, allora nessuna porta  stata sbattuta. Infatti lo scultore non ricorda di aver sentito rumori.
Forse la ragazza ricorda male. O ricorda male Giovannetti. Son momenti quelli... lo sciocche, la paura...
O forse non c' mai stato nessun assalitore...
Ma come... perch? farfugli Antonio, sbalordito.
 una domanda interessante, che mi ha fatto molto pensare. Mi chiedo se non faccia pensare anche voi, Mino... qualcosa mi dice che avete la risposta.
Io veramente... perch non lo chiedete alla ragazza?
Pietro non fece in tempo a rispondere che in lontananza echeggi un urlo terribile.
I due si guardarono.
Viene dal piano di sopra... disse Antonio sentendosi morire. Ma non aveva finito la frase che gi Pietro correva verso le scale. Le sal quattro gradini alla volta, poi sent dei passi dietro di s: era l'agente dell'OVRA con il suo gorilla che si affrettava dietro di lui. In cima alle scale si divisero. Il Professore corse con Pietro in una direzione e il suo sgherro nell'altra, lungo l'ampio corridoio illuminato da finestroni.
Le porte di alcune aule occupate si stavano aprendo e i docenti mettevano il naso fuori insieme agli studenti per capacitarsi di quanto avevano udito, vedere chi fosse che aveva urlato. Tutti li guardavano correre. Nel piccolo corridoio che portava alla sezione di fotografia, dove diverse foto di Hitler e Mussolini riprodotte dai giornali penzolavano da un filo ad asciugare, in prossimit del bagno, una studentessa era riversa a terra e dietro le sue spalle, oramai lontano, un uomo ammantato di nero con la testa di toro stava scappando in direzione dell'ala sinistra dell'edificio.
Pietro si ferm a soccorrere la ragazza, ma il Professore, che aveva la pistola in pugno, spar inutilmente due colpi all'ombra minotaurica, che gi era sparita calando per le scale, e poi continu l'inseguimento. Udendo dei passi, si fiond gi per le scale a sua volta e all'altezza del piano inferiore si ritrov faccia a faccia con Pistoiesi che, trafelato, accorreva da basso, insieme ad altri studenti che arrivarono da l a poco preceduti dal Salieri.
L'avete visto? gli url l'agente.
Di l,  andato di l! disse l'assistente dell'Umberti, e si ritrovarono in un corridoio laterale che portava a una scala di servizio. Si affrettarono ad aprire le porte di alcune aule in ristrutturazione che a quell'ora erano deserte.
 un cazzo di labirinto! sbuff l'agente. Cercate dappertutto! disse con la pistola in mano.
Gli occhi dei ragazzi erano tutti calamitati dall'arma. Obbedirono, eccitati, mentre l'uomo si gettava di nuovo all'inseguimento del minotauro, gi per altre scale fino a giungere di fronte a una porta del pianoterra, un'uscita posteriore che dava sul retro dell'edificio e sull'esterno. La spinse, rimanendo abbacinato dalla luce, corse ancora guardandosi intorno, si port sulla strada e controll in ogni direzione. Nel parco deserto le fronde dei grandi alberi erano accese di verde brillante e ondeggiavano quiete al vento. Perfino gli uccelli tacevano.
Imprec.
Torn indietro e uno studente gli and incontro con sguardo fiero: aveva fatto una scoperta. Dietro la porta della prima aula del corridoio laterale del primo piano, appesa all'attaccapanni e nascosta alla meglio dalle spolverine degli imbianchini, aveva trovato una maschera di toro di cartapesta. La consegn fra le sue mani impellendosi come chi si aspetti una medaglia o quantomeno un complimento. L'uomo la prese e l'esamin senza degnarlo d'uno sguardo.
Rifece tutto il percorso al contrario con lo studente alle calcagna che raccontava ancora come e dove l'aveva trovata.
Pietro, Antonio e un capannello di studenti e professori stavano ancora intorno alla ragazza aggredita. C'erano anche Pistoiesi e Salieri quando il Professore con la maschera in mano e lo studente li raggiunsero. La ragazza era sotto choc, le avevano fatto bere un po' d'acqua e Pietro la stava consolando e interrogando a un tempo. L'agente dell'OVRA si fece avanti e scostandolo gli mise la maschera fra le mani. Quando Antonio la vide ebbe un malore. Fu fatto sedere e il bicchiere pass dalle mani della ragazza alle sue.
Il Professore non vi bad, si chin su di lei. L'avete visto? L'avete riconosciuto? chiese spazientito.
La ragazza era piccolina, minuta, un'italiana del corso di tessitura. Singhiozzava.
No, sono uscita dal bagno e mi ha aggredita alle spalle, mi ha afferrato al collo! Ho urlato, poi gli ho affondato le unghie nelle mani ma aveva i guanti, allora gli ho graffiato i polsi e ho scalciato con tutta la forza che avevo, colpendolo alle gambe, e ho urlato ancora quando ha allentato la presa... ma poi l'ha riserrata, ha ripreso a stringere, non riuscivo a respirare. Pensavo di morire. Infine ha mollato ed  scappato, e subito anch'io vi ho sentito accorrere. Menomale che siete arrivati.
Si rimise a piangere dal nervoso e dalla paura.
Era la stessa cosa che aveva detto a Pietro, pochi istanti prima. Adesso la riascoltava mentre si rigirava la maschera di toro fra le mani e guardava Antonio che pian piano si riprendeva, accudito dagli studenti.
Gli ha sparato? chiese Antonio a Pietro. L'ha colpito? Il volto pallido e le labbra tremanti rivelavano la sua apprensione.
Pietro fece di no con la testa continuando a riflettere e a esaminare la maschera. Era a elmo, fatta molto bene, leggera nonostante le ampie corna irrigidite dal fil di ferro interno. Si calzava dall'alto e copriva per intero la faccia lasciando per un'ampia visuale attraverso i grandi buchi degli occhi, dal taglio irato e terribile.
Draghi, il direttore, altri studenti e insegnanti sopraggiunsero.
Un'altra aggressione! spieg loro il professor Salieri. C' mancato poco!
Mentre Draghi e Fiasca apprendevano confusamente quanto era successo, la ragazza fu portata al pianoterra, con l'intenzione di farla uscire nel parco a prendere aria. Tremava tutta di paura,
piagnucolava, e sul collo arrossato che si massaggiava di continuo i segni della stretta gi si illividivano.
Antonio si alz, improvvisamente sollecito, e disse che se non c'era pi bisogno di lui, sarebbe volentieri tornato al lavoro, con il permesso del direttore. Pietro gli si affianc, senza pi la maschera che aveva consegnato a Vitaliano. Se non mi dite la verit, non sar in grado di aiutarvi... dovete fidarmi di me, Mino!
Non ho niente da dire disse il custode.
Ho visto come avete reagito alla vista della maschera. Intanto potreste cominciare a dirmi perch vi chiamano Mino. Il vostro nome  Antonio, Antonino, e il diminutivo sarebbe Nino, giusto? Non Mino.
L'uomo si ferm e si volt di scatto, allarmato. Siete fuori strada! Il vecchio professor Bazzani, un letterato coi fiocchi, pace all'anima sua, mi chiamava cos, Mino. Storpiava il mio nome e da allora tutti si rivolgono a me cos. I soprannomi sono cose strane, spesso senza significato.
E perch lo faceva?
Lo faceva e basta.
Forse perch in greco Minos vuol dire "re" e voi siete il re di questo posto.
Forse, pu darsi.
E allora siete anche Minosse, il padre del mostro, del Minotauro nascosto nel labirinto, non  vero? Il professor Umberti lo sapeva.
Gli occhi dell'uomo si riempirono di lacrime. Serr i denti in un moto di rabbia.
Ho richiesto i documenti e scoperto che voi avete un figlio, un figlio del quale non parlate mai. Anzi, che negate di avere spieg Pietro, implacabile. Deve avere qualcosa che non va. L'avete battezzato Asterio, signore delle stelle. Se non fosse che
Asterione  anche il nome del Minotauro. Lo tenete nascosto qui, da qualche parte. Ma non farsi mai vedere  impossibile. Ecco dunque la leggenda del fantasma, le apparizioni del mostro e la scomparsa di piccoli oggetti di cui parlano gli studenti. So che anche ora state correndo a vedere se sia stato colpito, e siete in pena per paura che sia ferito, non  vero? Che cos'ha che non va vostro figlio per tenerlo nascosto?  matto?  malato?
Siete fuori strada inve Antonio rabbioso. Smaniava: Avete la testa piena di fantasie. Cercate meglio nelle vostre carte, e troverete che mio figlio  morto affogato nella fontana di Boboli quand'era ancora bambino!.
Pietro scosse la testa, scontento. Antonio, calmatevi. Dovete ascoltarmi. Ho poco tempo e tante cose da risolvere. Anche io devo proteggere la mia famiglia, proprio come voi. Per questo vi chiedo di dirmi tutto. Di non farmi perdere tempo. Badate bene di farlo, per piet, perch quando si aprir la caccia al Minotauro, a vostro figlio, sar l'unico a potervi aiutare, capite?
Siete fuori strada! ripet l'uomo coprendosi il volto, e fece per scappare.
Pietro l'afferr per il braccio. Fermatevi, comprendo cosa vi turba. Temete che sia colpevole, non  cos?  questo che vi impedisce di dirmi la verit?
 morto! ripet Antonio. I morti non possono essere colpevoli di nulla!
Cos dicendo si divincol dalla stretta spingendo via la mano di Pietro dal proprio braccio e allung il passo allontanandosi nel corridoio.
Come volete, mormor Pietro come volete...
Ma era certo di non sbagliarsi. Non c'era un certificato di morte, o il Cuccuma l'avrebbe trovato. Aveva ripensato in quei giorni alla reazione dell'uomo alla vista del bambino mulatto di Benedetto, alla storia di Maria Maddalena de' Medici che Antonio gli aveva raccontato. Una parte di lui voleva dirgli la verit, l'aveva messo sulla strada giusta, ma un'altra aveva troppa paura e temeva forse che il figlio fosse colpevole o, peggio, che fosse giudicato tale a prescindere.
Non c' niente di pi difficile di voler aiutare qualcuno che non vuol essere aiutato, riflett Pietro, e si diresse a passo svelto verso l'Ottagono. Sapeva di non avere pi molto tempo e di dover agire.
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Capitolo 47.
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Ernestina si svegli con un gran mal di testa, e le labbra tirate fino a farle male per via di un bavaglio che le attraversava la bocca impedendole di gridare. La stanza era in penombra e puzzava di scarpe vecchie e acquaragia. Stesa su un letto aveva i piedi liberi e i polsi legati stretti alla testiera di ferro con delle garze. Non aveva cenato e le era venuta fame. Cerc di ricordare cosa le fosse successo la sera prima, ma una fitta di dolore le attravers le tempie e la fronte, come una saetta. Dove cavolo era finita? Sent la paura salirle in gola. Era costretta a inghiottire la saliva che le si formava di continuo in bocca a contatto con la tela del fazzoletto e a respirare con il naso. Il suo petto andava su e gi per la posizione e per l'affanno.
Recit un'Ave Maria nella mente, guardandosi intorno. Pian piano i suoi occhi si abituarono alla poca luce che filtrava dalle persiane chiuse. Quello in cui si trovava era lo studio di un pittore, c'erano diverse tele poggiate qua e l e un quadro su un cavalletto raffigurante una ragazza nuda. Nonostante non fosse finito e rimanesse in penombra, la riconobbe subito. Di fronte a un disordinato angolo cucina, oltre il letto sul quale si trovava, c'era un divano verde e davanti a quello la tela sul cavalletto e una tavolozza e una cassetta dei colori poggiate sul piccolo tavolo, come se qualcuno avesse appena finito di dipingere.
La ragazza del dipinto le somigliava, doveva essere Corinne. Era nuda, ritratta seduta discinta su quel medesimo divano che aveva di fronte. Di certo era stata l. Ramment allora, nonostante il mal di testa, che il professor Vichi, dopo averla fatta salire in moto, arrivato a Porta Romana, aveva svoltato in direzione del Viale dei Colli, anzich infilare la Porta e andare verso il centro.
Abito dall'altra parte! gli aveva sussurrato lei nell'orecchio quando se n'era accorta, felice che non ci fosse Evagisto ad aspettarla fuori, n lungo il viale. Era contenta anche perch quel giorno aveva finalmente scoperto qualcosa, sentito qualcosa che non avrebbe dovuto e che di sicuro avrebbe dato una svolta alle indagini, facendo cos passare di grado il suo fidanzato. Quel "Ora ce ne vorrebbe un'altra..." che Armenia aveva detto a qualcuno. Ma a chi?
Devo passare dallo studio a prendere una cosa, poi ridiscendiamo dal Piazzale e ti porto a casa replic il professore.
Avevano preso una stradina di campagna dietro l'educandato del Poggio Imperiale, il collegio delle Poggioline, come lo chiamavano, e dopo un bel po' di strade e stradine erano arrivati a un gruppo di case, ridosso a una chiesetta, molto meno di un borgo, dove Vichi aveva parcheggiato. Tenersi stretta a quell'uomo in moto le aveva ricordato le corse fatte con il suo Michele e la Benelli rossa fiammante. Quando ancora le bastava sfilare con quella e con lui, bello come il sole, fra le strade di San Frediano per sentirsi la ragazza pi fortunata e felice del mondo. Prima che la paura si impossessasse di lei vedendo com'erano finite le altre bellezze del quartiere, sposate a poveracci e operai, vecchie a trent'anni con le occhiaie e la faccia pallida, circondate da figli mal vestiti e moccicosi. Prima che le venisse in mente di pretendere di pi e di giocarsi il tutto per tutto per non fare la loro stessa fine.
Vieni, ti faccio vedere i miei quadri le aveva detto Vichi, e poi?
Pian piano se ne ricordava: mentre si guardava intorno, l'uomo aveva armeggiato con il caff, aveva messo la caffettiera sul fornellino e atteso che salisse. Poi l'aveva versato, chiedendole quanti cucchiaini di zucchero ci volesse. Lei aveva risposto: Uno!, automaticamente. Lui aveva trafficato dandole le spalle e le aveva passato la tazzina di caff, bevendo il suo. Lei l'aveva imitato, meravigliandosi che fosse di quello buono.
Non aveva fatto in tempo a percepire un sapore strano che l'aveva gi finito. Dopo poco aveva iniziato a sbadigliare e, vergognandosi della propria improvvisa stanchezza, si era addormentata, proprio l, sulla brandina.
Si chiese se il professore non si fosse approfittato di lei dopo averla drogata. Portandovi l'attenzione, e muovendo i fianchi sul materasso, percep con sollievo di avere ancora le mutande indosso e questo la fece sperare altrimenti.
Stratton, prov a mordere il bavaglio, a gridare. Si addorment ancora, esausta, senza sapere cosa attendersi e senza nemmeno indovinare l'ora, dal momento che le imposte erano chiuse e solo un velo di luce filtrava dalle persiane.
La serratura scatt destandola e l'ombra alta del professore comparve, mentre gi la porta si chiudeva alle sue spalle. Si sedette vicino al letto e la scosse delicatamente. Lei, che faceva finta di dormire ancora e l'aveva visto dalle palpebre socchiuse, sgran gli occhi, impaurita.
Prometti di non urlare se ti tolgo la benda? Tanto la chiesa  deserta, il prete  a Lourdes e nessuno ti sentir. Cos parliamo.
Ernestina annu a occhi sbarrati. L'uomo si chin e le tolse il bavaglio.
Lei respir a lungo a bocca aperta. Dell'acqua! supplic.
Vichi si alz e and a riempire un bicchiere, poi l'aiut a bere.
M'avete...? domand Ernestina.
L'uomo la guard interdetto.
Vi siete approfittato di me, dopo avermi drogato? mormor lei con la bocca impastata.
Ma assolutamente no! reag indignato il professore. Per chi mi hai preso?!
E allora perch mi avete rapita? Che ci faccio qui? Cosa volete farmi?
Benedetta ragazza disse l'uomo con un'espressione triste, mentre si frugava in tasca con le mani tremanti. Benedetta creatura! Lo sai benissimo. Sei una ficcanaso... spieg rammaricato scuotendo la testa senza guardarla negli occhi, e nella sua mano aperta comparve un coltello a serramanico. Fece scattare la lama che balugin bianca nella penombra.
Ernestina url con tutto il fiato che aveva in gola, una, due, tre volte.
Lui, con gli occhi lucidi e pietosi del carnefice fissi su di lei, attese che fosse soddisfatta, poi disse: Nessuno ti pu sentire, creatura. E io, purtroppo, accidenti a me, ti devo ammazzare....
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Capitolo 48.
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Da qualche notte una visione viene ad agitarmi il sonno. Mi sveglio sudato, allora, accovacciato nel mio giaciglio, e tremo ascoltando il rumore del vento da fuori che si muta in quello di passi immaginari. Sogno un labirinto che  impossibile da dire senza fallire.
Dentro al labirinto ce n' un altro, a ogni svolta se ne aggiunge uno nuovo e fa crescere il grande labirinto composto da altre migliaia di labirinti che sono il labirinto stesso, tutt'uno con lui. Ma a ogni svolta, a ogni ansa, un altro se ne aggiunge e un altro ancora. Un groviglio di cervella che sale e che scende e imprigiona: il labirinto della mente, delle idee, dei ricordi. Uno dentro l'altro, come in un gioco di scatole cinesi fatte di specchi, ma senza che diventino sempre pi piccole, senza ordine, senza gerarchia. Una struttura complessa e incomprensibile, senza centro e senza periferia. Questo fu capace di fare Dedalo e poi cre le ali di cera per librarsi sopra il labirinto e cercare di comprendere. Da lass vide il mostro, ma non lo cap. Vide il mostro e i giovinetti che gli venivano offerti in pasto come sacrificio. Li vide vivi e felici rincorrersi e giocare, cogliere arance sugli alberi piantati lungo le pareti del labirinto, fare l'amore e ascoltare i racconti dal mostro maestro dei giochi.
Se volete tornare indietro potete farlo, potete andare, a patto che riusciate a ritrovare la strada diceva il mostro, con gli occhi di
toro colmi di tristezza. Allargava le braccia nel dirlo, a significare che non dipendeva da lui.
Ma nessuno dei giovinetti provava a fuggire da quell'Eden nascosto dagli occhi del mondo. Il Minotauro li amava come un padre e non faceva mancare loro niente. Presto la parola solitudine fu dimenticata e il significato and smarrito.
Il vero labirinto disse un giorno Teseo  il mondo l fuori, fatto di guerre, obblighi, follie!
E piant la sua spada nella terra per rinunciare alla sua missione, indovinando il centro esatto di quel prodigio e recidendo inconsapevolmente il filo invisibile e sotterraneo che lo teneva insieme.
Allora tutte le pareti crollarono e il labirinto rovin implodendo su se stesso fra alte torri di polvere.
Subito le guardie e gli uomini accorsero con lance e frecce per trafiggere il mostro.
Arianna url loro di risparmiare l'amato fratello, ma gi il sangue sgorgava dalla bestia fra le urla di disperazione dei giovinetti e delle fanciulle, gi braccati da madri, padri e fratelli, che urlavano al miracolo di quel ricongiungimento.
La torre di macerie fu la fine dell'Eden e l'inizio di Babele, costruita su quelle rovine.
Arianna fugg con Dioniso e fu da lui tradita e fatta uccidere da Artemide sull'isola di Nasso.
Dedalo non pronunci pi parola, sconvolto dalla morte del figlio, che si era spinto troppo vicino al sole ed era precipitato.
Lui e Minosse, il re, camminavano a sera sulle mura di Creta, guardando verso l'orizzonte. Padri falliti entrambi, destinati a essere ricordati nei secoli come icone viventi del tracollo del potere e della ragione.
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Capitolo 49.
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Parrini sal le scale della pensione verso le sette di sera, appena tornato dal lavoro. Non trov Pietro, come aveva sperato, ma la signora Filomena lo fece accomodare. Appena entrato sent un odorino niente male, di rosmarino e salvia, forse di sugo.
Buonasera. Parrini? Avete un documento? domand Filomena, che lo conosceva bene.
Parrini, in uniforme, sorrise.  necessario? chiese.
Se devo consegnarvi una bomba, come pare... ci vuole scherz lei. Ma venite, venite, che ora dovete aspettare un pochino, perch ho da fare! Sono in un momento delicato.
L'odore era veramente buono e Parrini si sent illanguidire lo stomaco per via dell'ora, mentre seguiva Filomena fino alla cucina traversando il lungo corridoio delle camere, appena rischiarato da alcune abat-jour da poco prezzo, che diffondevano sull'intonaco una patina di luce gialla.
Qui un vecchietto magro e occhialuto stava chinato in avanti su un fornello a gas, intento nell'esame di un fiasco di vetro chiaro. Lo riconobbe subito come il celebre maestro Cerpinica.
Buonasera, maestro! lo salut.
Bah! O voi! Che siete venuto ad arrestarmi, brigadiere? Icch ho detto stavolta, con la mia linguaccia? Sentiamo! scherz.
No, non son qui per voi, potete stare tranquillo!
Menomale, perch io e la signora qui presente siamo ni' be' mezzo di un'operazione delicata! Mi spiacerebbe rinunciare a una cena cos luculliana... Stasera nemmeno i' Duce gli sta come si sta noi!
Teneva il volto con gli occhiali spessi quasi appiccicato al fiasco e la vecchia non era da meno.
S' fatto i fagioli al fiasco. Una delizia! Ho messo il frangifiamma, perch una volta, senza, a i' mi' marito commendator Pompilio buon'anima, gli si schiant. Un disastro! Ora son belle du' ore che cociano, ma la domanda : saranno cotti davvero?
Perch i fagioli nel fiasco son come i dittatori, brigadiere, magari si potesse prima assaggiarli e poi nel caso ripensarci. Se dici che vanno bene e li togli dal fuoco entusiasta e poi dopo un po' che mastichi ti accorgi che son duri come carogne, te li tieni duri!
S' speso pi di gasse che di fagioli!
Parrini era intenerito da quei due vecchi che, insieme, s'impegnavano a metter un po' di bont nelle loro vite, a organizzare la cena chini su un fiasco, nella cucina male illuminata dalla lampadina. Una manciata di fagioli pu bastare alle volte a rendere una serata degna d'esser vissuta.
Guardateli, brigadiere, secondo voi, che ci vedete bene, son cotti?
Mi date una responsabilit di pe' ridere! esord Parrini, e si chin in avanti respirando il vapore delizioso che usciva dal fiasco. Vide i fagioli bollire lentamente, l'olio, poco, che li cullava, il pepe, e gli sembr di sentirne il sapore in bocca.
A me mi paian cotti. Senn vi si spappolano, poi  peggio!
I due vegliardi annuirono e spensero il fornello.
Se lo dice la Legge... ironizz Cerpinica bisogna obbedire! e sorrise mostrando la dentiera.
Volete favorire? domand Filomena. C' anche Bianca, l'ho mandata a comprare il pane e rest sulle spine ad attendere la risposta. Cerpinica gli lanci un'occhiata e un'altra ne gett al fiasco. Anche Parrini valut la cosa: dentro c'era appena di che riempire due piatti, e i commensali erano gi tre. No disse, alzando la mano. Grazie, ma un'altra volta! Ho i bambini che mi aspettano a casa e anche mia sorella.
Nella stanza quasi si percep il sospiro di sollievo dei due anziani e Cerpinica, ringalluzzito dal suo rifiuto, si proffer: Ma una barzelletta, quella la vorreste sentire? Me n'hanno raccontata una bella fresca!.
Parrini annu. Poi, per, prenderei il pacco e andrei, che m'aspettano a cena.
Mentre Filomena versava i fagioli in due scodelle, Cerpinica felice inizi: Allora, a proposito di cibo e di cene luculliane... A Roma c' un bel banchetto con tutti i signori, e gli alti gradi del fascio, insomma, la crema dei ladroni d'Italia....
Per abbassate la voce, maestro! lo preg Parrini, affacciandosi nel corridoio.
Insomma, c' anche il nostro Starace, il sommo segretario pieno di medaglie e altri ninnoli. A un certo punto un signore alza due coltelli e domanda agli astanti: "Sapete, signori, perch questi due coltelli sono due pesci?". I commensali fanno di no con la testa e aspettano la risposta. "Perch sono i-dentici!" Un applauso scoppia fragoroso fra le risa dei commensali alticci, sotto gli occhi attenti e un po' invidiosi del nostro Starace. Giorni dopo, il grande segretario, ritrovandosi a un banchetto con il Duce e tanti altri ladroni, alza due forchette e domanda con un sorriso furbo: "Sapete perch queste due forchette sono due pesci?". I commensali anche stavolta fanno di no con la testa. E lui: "Perch sono u-guali!".
Parrini non pot far a meno di ridere, e anche Cerpinica rise con lui, di gusto.
Ne volete sentire un'altra? domand, ancor pi ringalluzzito.
No, no, per oggi basta. Vi si freddano i fagioli, maestro. Semmai di questo piatto vorrei la ricetta, quando crederete.
L' presto detta spieg Filomena. Venite che vi do la scatola di Pietro e, mentre s'avviava nella propria camera, inizi: Li tenete a mollo tutta la notte, poi li sciacquate e con acqua pulita e fresca li mettete nel fiasco con olio, salvia, rosmarino, sale e pepe. Li cuocete due ore a fuoco lento con il frangifiamma, secondo il tipo anche di pi, ed ecco fatto! Poi li servite con il brodo sul pane fresco o abbrustolito, se avete denti. Una delizia!
Grazie! disse Parrini, prendendo la scatola. Grazie di cuore.
Dovere, brigadiere, date un bacio ai bambini e a vostra sorella da parte mia e se per piacere non la fate esplodere per le scale, che poi i vicini si lamentano!
Va bene, ci star attento disse Parrini stando al gioco.
Mentre scendeva incontr Bianca, che lo salut con mezzo filone di pane in braccio. S'era fatta ancora pi bella, ed ebbe piacere di rivederla. Tornando a casa a piedi pass di fronte a un ristorante, guard il men e sorrise. Dentro c'era solo qualche avventore. Vide un tipo in camicia nera che cenava con la moglie e due bambini. Avevano preso delle tagliatelle al sugo. Com' buffo l'uomo, pens. Se avesse potuto scegliere cosa mangiare quella sera, a tutti quei piatti da signori avrebbe preferito i fagioli al fiasco di Filomena e Cerpinica, fatti con amore, perizia, speranza. Si rese conto che glien'era rimasta la voglia, e guard i volti seri dei pochi avventori all'interno, signori che per la maggior parte sembrava non avessero pi voglia di nulla.
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Capitolo 50.
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Le due aggressioni che si erano succedute nell'arco di poche ore avevano portato nella scuola una grande trepidazione e la paura e l'agitazione si erano fatte spazio nella mente e nel cuore di tutti. Le allieve straniere, pi eccitate delle altre, non avevano certo rinunciato a frequentare le lezioni e alla loro avventura estera, ma le poche ragazze italiane, e anche molti studenti maschi, a dire il vero, erano stati tenuti a casa dalle famiglie, per precauzione. La scuola non era stata chiusa, ma la raccomandazione del direttore e della professoressa Vallanzini sua moglie era stata chiara: nessuno doveva muoversi nell'edificio da solo, ma sempre accompagnato, e le studentesse in particolare dovevano girare in coppia e andare in bagno a gruppi di tre. Ogni studente era stato munito di un fischietto e a ogni piano delle due ali dell'istituto erano stati disposti degli agenti pronti a intervenire. Nella scuola c'era qualcuno che aveva sete di sangue, che aggrediva e uccideva, la prima volta il professor Umberti nella gipsoteca e poi la modella e la studentessa, che per puro miracolo ne erano uscite incolumi.
Ginevra era in preda a una nuova baldanza. Tutti l'avevano presa in giro quando aveva raccontato dell'incontro con il fantasma dalla testa di toro. Chiss che paura si  preso! avevano sussurrato malignamente gli studenti, piegandosi sui propri cavalletti e pensando che il racconto fosse frutto delle fantasie pruriginose di una zitella. E ancora: Levategli i' vino!, il che, a onor del vero, era una calunnia. Ora la bidella dal volto di teschio ci teneva a ricordare di quando anche lei per poco non era stata violentata e uccisa dal fantasma, un fantasma evidentemente di bocca buona.
Spinti dall'agitazione per la notizia delle aggressioni, e gi da prima in verit, fin da quando si erano sentiti quei rumori nell'aula di figura, a tutti era tornata alla mente la storia del fantasma cornuto. Alcuni piccoli particolari ed episodi senza importanza, ai quali si era a suo tempo badato e accennato appena per paura d'essere derisi, venivano ora riferiti ingigantiti, e si facevano racconto, mito, prendendo a circolare fra gli studenti, i professori e le modelle. Storie che narravano dei piccoli oggetti scomparsi, di rumori nelle intercapedini, sopra la testa e nei soffitti, e del magnifico, mitico trambusto nell'aula di figura. Perfino il segretario, mutando le coordinate dell'evento, aveva dichiarato di aver visto il terribile essere una volta mentre chiudeva l'ufficio. E cos i racconti si erano moltiplicati, portando alla convinzione che il fantasma assassino ci fosse davvero, che cos come aveva ucciso l'Umberti e aggredito la modella e la piccola studentessa italiana, avrebbe potuto assalire chiunque in ogni momento.
Fra i banchi di scuola e fra i docenti le ipotesi e le versioni della storia si sprecavano. Forse l'Umberti aveva scoperto qualche insano delitto commesso dal fantasma con la testa di toro e si era recato in gipsoteca per smascherarlo finendo in una trappola. Oppure era stato ucciso per odio e per rappresaglia da qualche rivale con perverse abitudini, che viveva e operava nell'Istituto e lo conosceva come le sue tasche. Questo era l'aspetto peggiore: ognuno poteva essere l'assassino, e non c'era da fidarsi di nessuno. Per questo la professoressa Vallanzini era stata chiara con le
ragazze: non dovevano accompagnarsi da sole a nessun essere di sesso maschile, per quanto innocuo potesse sembrar loro, se sconosciuto.
Chi aveva ricevuto una delle lettere del Professore dell'OVRA tirava il fiato o, a seconda dei casi, viveva con particolare apprensione le novit. Il tutto mentre il brigadiere Parrini, il maresciallo Cuccuma e altri agenti passeggiavano per i corridoi per evitare altre aggressioni con la segreta speranza, magari, di catturare il fantasma.
Un tale dispiegamento di sorveglianza, se da un lato garantiva la sicurezza degli studenti e dei docenti, dall'altro non era certo il modo migliore di arrestare qualcuno. Se un mostro c'era, avrebbe certo evitato d'agire. A meno che, su questo si contava, la voglia di sfidare la polizia, la mitomania o qualcosa del genere, non lo spingessero a dimostrare d'essere pi scaltro della Legge.
Pietro e Draghi stavano facendo il punto della situazione nell'ufficio di quest'ultimo quando si sent bussare.
Nell'aula dov' stata rinvenuta la maschera, la custode, la solita Ginevra, ha trovato anche il mantello nero che indossava l'assalitore. Prima di scappare ha evidentemente avuto il tempo di liberarsene per non essere identificato fin di dire Pietro. Vitaliano, ascoltando quasi soprappensiero, scand: Avanti!.
Era Mazzuoli. Buongiorno, commissario. La signora... prese a spiegare. La signora qui, con la bambina,  venuta a fare una denuncia, siccome si tratta della madre di Ernestina, la fidanzata dell'agente Petruzzelli, ho pensato ci voleste parlare.
Draghi sbianc e sopravanzando la scrivania la preg di accomodarsi andando ad accoglierla sulla porta. La donna entr, era piccola, con gli occhi castani della figlia, ma senza la sua bellezza, che doveva aver saltato la sua generazione, giungendo in dono alla ragazza da qualche antenato. Oppure s'era sfiorita presto, come succedeva alle donne che facevano il suo lavoro, sempre chine sulle sedie da impagliare.
Dopo i convenevoli la donna, preoccupatissima e quasi rassegnata, disse: Non  mai successo che rimanesse fuori la notte senza avvertire.  tanto bella questa figlia mia, e scapestrata, c'ha manie di grandezza, la poverina. Non vorrei che avesse incontrato qualche malintenzionato.
Teneva per mano una bambina che stava a occhi bassi, lei s, somigliava molto di pi a Ernestina e si sarebbe potuta dire pi che caruccia.
Quando l'avete vista l'ultima volta?
Ieri notte era tornata a dormire, stanca morta, ma vestita semplice, sapete, da brava ragazza, una volta tanto rispose la donna.
Avvieremo subito le ricerche, me ne occuper personalmente e vi far avvertire non appena sapr qualcosa, lasciate un recapito telefonico a cui posso farvi chiamare.
Nel quartiere c' un posto pubblico, da Gosto. Se chiamate l, in men che non si dica, dandosi voce da finestra a finestra, me lo fanno sapere e io corro a rispondere.
Nel dirlo estrasse dalla borsetta dozzinale, che si era tirata dietro per l'occasione, un foglietto ripiegato, strappato da un giornale, sul quale con calligrafia infantile aveva appuntato il numero.
A Draghi fece tenerezza, si chiese se per caso a trascriverlo non fosse stata la bambina. Immagin la donna mettere il vestito buono e cercare la borsa nell'armadio per recarsi in questura a fare la denuncia. La dignit prima di tutto, quando si usciva dal quartiere, perch non si vedesse troppo che erano dei poveracci. Perch il mondo fuori da San Frediano, dove tutti si conoscevano ed erano uguali e fratelli, foss'anche nell'inimicizie che pure esistevano, non scuotesse la testa e li riconoscesse per ci che erano.
Anche la bimba, in uniforme da giovane italiana, era stata pettinata e le avevano fatto le treccine e lavato le orecchie per non sfigurare. Non poteva immaginare, Vitaliano, che la madre di Ernestina si era fatta prestare quell'uniforme da una parente con una figlia della stessa et e il marito di provata fede fascista. Sperava che le autorit vedendola si sarebbero prese pi a cuore la sua denuncia? La bambina guardava il pappagallo sul trespolo e gli sorrideva.
Vuoi dargli dei semi? le chiese Pietro passandogliene una manciatina. Vieni, avvicinati, ma attenta alle dita!
Come si chiama?
Vacher, ed  un gran mascalzone!
Te-ssoro. Amore! disse il pappagallo, prendendo il seme. La bambina rise, dimentica della preoccupazione per la sorella. Dopo aver lasciato il seme, fu svelta a ritirare la mano per paura del becco ricurvo e pungente del volatile, e ne pesc subito un altro da dargli. Assorta nell'operazione e meravigliata dall'occhio vigile e umano di Vacher, non ascoltava pi il commissario che continuava a parlare con la madre.
Ernestina  tanto inquieta,  tanto disgraziata! disse la donna trattenendo le lacrime e ravversandosi i capelli stopposi che aveva tentato di domare con qualche bigodino. Dio non me lo doveva fare questo dispetto. Guardate anche questa, non  bella? disse indicando la bambina. Che ce ne facciamo noi della bellezza? Siamo gente semplice, lavoratori. La bellezza pu solo illuderci d'essere pi di quanto siamo,  un dono allocato male, che non porta niente di buono, e infatti... Ernestina  sparita!
Torner, torner. Non sono passate nemmeno quarantotto ore cerc di rassicurarla Vitaliano, ma intanto, dentro il cuore, gli saliva l'ansia ed era, se possibile, pi in pena di lei.
Quando la donna e la bambina se ne andarono si rivolse a
Pietro e coprendosi il viso con le mani disse costernato: Che si sia fatta scoprire? Che abbia scoperto qualcosa che l'ha messa in pericolo?.
Belin, Belin! disse Vacher vedendolo agitato.
 colpa mia, non dovevo chiederle una cosa cos pericolosa!
Vitaliano prese a camminare avanti e indietro e si fece pallido, poi si sedette portandosi una mano al cuore. Si allent il colletto della camicia. Improvvisamente, all'idea che potesse essere successo qualcosa a Ernestina, non respirava pi.
Pietro cap che stava per precipitare in uno dei suoi attacchi. Prese la giacca e il cappello dall'attaccapanni e disse deciso: Andiamo, fagiano! Diamoci da fare. Tu muori dopo!.
Per Vitaliano fu come se l'avesse riscosso e colpito con uno schiaffo. Fece un respirone, s'alz e, staccato lo spolverino leggero dall'attaccapanni a sua volta, gli corse dietro con l'intenzione di prendere l'auto e recarsi al Regio Istituto d'Arte per cercare Ernestina e il bandolo di quella matassa.
Uscito nel piazzale, vide del movimento. Anche Pietro si era fermato a guardare la scena. Riconobbero il questore in uniforme insieme al Professore dell'OVRA che confabulavano. L'agente romano sal in auto con il gorilla e il questore corse verso la camionetta e sal in cabina a fianco del conducente. Quando il mezzo si mosse, mostrando il retro del cassone telato aperto, Pietro e Vitaliano si resero conto che era gremito di agenti in uniforme seduti sulle panche laterali e che non ne conoscevano nemmeno uno. Fuori, sulla strada, un'auto piena di camicie nere dalle facce poco rassicuranti attendeva, pronta a partire e con il motore acceso.
Corsero verso la macchina del Professore. Vitaliano buss al vetro con un'espressione interrogativa e non ebbe bisogno di chiedere nulla. L'uomo tir gi il finestrino con aria seccata e disse: Ve l'avevo pur detto che se non ci aveste pensato voi, l'avrei
fatto io! Il sasso nello stagno ha funzionato, ci sono novit, abbiamo ricevuto una soffiata! e part, costringendo Vitaliano e Pietro a scostarsi per non essere travolti dalla fiancata dell'auto.
Si guardarono sbalorditi, raggiunsero la Topolino di Vitaliano e vi salirono in fretta e furia per accodarsi al corteo che procedeva di buona lena.
I militi nel cassone avevano volti seri, annoiati. Alcuni erano poco pi che ragazzi, ma fumavano cercando di darsi un'aria vissuta.
Devi superarli, Vitaliano! lo supplic Pietro. Non ho tempo di spiegarti, ma bisogna arrivare prima di loro. Stava riflettendo: forse avrebbe potuto chiamare al telefono la direzione e farsi passare Antonio. Oramai il disegno nella sua testa era chiaro, quel che aveva tanto temuto si stava avverando con prodigiosa velocit. Aveva contato di avere un po' pi di tempo, invece non era cos. Il conto alla rovescia era scaduto sotto i suoi occhi, l'assassino aveva fatto la sua mossa prima del previsto.
Vitaliano, al contrario, pur intuendo qualcosa di terribile, non riusciva ancora a capire. La spiegazione del suo vecchio, le ipotesi sulle aggressioni delle ragazze, erano state interrotte dall'arrivo della madre di Ernestina, e ora lui riusciva a pensare solo a lei. Correva sperando che quella corsa valesse a salvarla, a sottrarla alle mani dell'assassino o degli assassini. E in pi, come se non bastasse, una parte di s temeva che quello spiegamento di uomini potesse avere a che fare con il ritrovamento del cadavere della ragazza, o ancora che un'uscita del genere, in pompa magna e con un grande impiego di forze, potesse metterla in pericolo nel caso fosse stata rapita dall'assalitore misterioso.
Ce li abbiamo di fronte e stanno facendo anche loro la strada pi breve a velocit sostenuta. Non posso superarli qui! spieg stizzito.
Devi farcela, dobbiamo arrivare prima di loro!
 troppo stretta, e la camionetta prende tutta la corsia!
Fai un giro dell'isolato e risbucagli davanti!
Vitaliano gir, pass a tutta velocit suonando il clacson e facendo saltare alcuni artigiani sul marciapiede. Non c'erano bambini per strada, per fortuna. Sent le maledizioni dei passanti, fil via, ma quando riguadagn la strada la camionetta e le auto erano gi passate e procedevano ancora pi distanti di fronte a loro.
Era prevedibile, per quanto veloci, tre lati sono pi di uno. Speravo trovassero un intoppo, e invece abbiamo perso solo tempo! Fermati al primo posto telefonico gli ordin Pietro.
Parcheggiarono sul marciapiede ed entrarono scostando malamente un signore che stava telefonando. Vitaliano gli tolse la cornetta dalle mani senza complimenti, totalmente dimentico dell'ansia che l'aveva assalito solo pochi istanti prima.
Ma che maniere! si lament questi.
Polizia! si qualific Draghi.  una questione di vita o di morte, spostatevi!
Riattacc con la mano e si rese conto che non aveva il numero della scuola, doveva passare per il centralino.
Signorina, signorina, mettetemi in comunicazione con il Regio Istituto d'Arte, la direzione o la segreteria!  urgente, polizia!
Subito, ci sto provando... lo rassicur solerte ed emozionata la telefonista. Non risponde nessuno, volete che attenda?
Aspettarono qualche minuto, sudando freddo.
Rispondete! Rispondete! mormorava Draghi fra i denti.
Alla fine, rassegnati, uscirono di corsa, dopo aver consegnato la cornetta nelle mani del signore, che era rimasto basito alle loro spalle ad assistere alla scena. L'uomo se la port all'orecchio automaticamente. Mentre per strada l'auto partiva, la telefonista disse: Vi passo la comunicazione....
Una voce maschile scand: Pronto, Regio Istituto d'Arte, chi parla?.
Un momento! rispose il tipo, e corse fuori a chiamare la strana coppia di agenti, che per, ormai a bordo della Topolino, si stavano allontanando a tutta velocit. L'uomo prov a urlare, ma i due erano gi troppo distanti.
Quando Pietro e Vitaliano arrivarono al cancello del parco dell'Istituto videro sullo sfondo, oltre la rotonda della cavallerizza, i poliziotti in uniforme al comando del questore che scendevano dalla camionetta in formazione, a passo di corsa, e gli agenti romani e le camicie nere che lasciavano le rispettive auto per penetrare nell'Ottagono a seguito della squadra dei poliziotti.
Non ci fu bisogno di dire agli uomini: Cercate dappertutto!. Il Professore sapeva dove andare. Fra le mani teneva una lettera anonima, dove il percorso era segnato a mano: una cartina con tutte le indicazioni e le spiegazioni. Un filo rosso d'Arianna tracciato con l'inchiostro conduceva quel plotone di stolti Tesei fino al bersaglio.
...
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Capitolo 51.
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Vitaliano fren a poche decine di centimetri del grande portone dell'Istituto, se fosse stato spalancato c'era da star certi che sarebbe entrato dentro con la macchina per guadagnare una manciata di secondi. Lui e Pietro saltarono fuori dall'auto quasi al volo, lasciando le portiere aperte, e irruppero nell'Ottagono. Antonio era a terra. Aveva cercato di chiedere conto di quell'intrusione, di fermare i militari, ed esigere spiegazioni, ma era stato spinto da parte senza complimenti: Si tolga di mezzo,  un ordine! Si chiuda da qualche parte,  un'operazione di polizia! L'assassino potrebbe essere armato.
Vista la sua resistenza, era stato spinto con ancora pi decisione e fatto sdraiare su una panca dell'Ottagono. Stava rialzandosi a fatica per inseguire il gruppo dei poliziotti diretti verso l'ala ovest, quando vide Pietro sopraggiungere con Vitaliano e corse loro incontro.
Che succede?! supplic in preda alla paura. Che succede?!
Quel che temevo! gli rispose Pietro duro. Se c' un modo per mettere vostro figlio in salvo prima che lo catturino,  il momento di dirlo!
Non so Se faremo in tempo, ma seguitemi! disse Antonio mettendosi a correre. Lo seguirono verso la sezione di oreficeria, e da l, passando fra i banchi e fra gli studenti chini sugli sbalzi e le fiaccole accese, giunsero a una piccola porta in un sottoscala.
Antonio prese a cercare con mani tremanti la chiave giusta dal mazzo che si portava alla cintola. Quando finalmente ci riusc scesero gi per una scaletta che conduceva a pi ampie scale e al corridoio della servit.
Man mano che avanzavano sentivano i passi dei poliziotti procedere sulle loro teste o da qualche altra parte oltre la parete. Aprirono una seconda minuscola porta che dava accesso a una specie di galleria, e si inoltrarono nel buio. Solo allora Pietro percep che quel luogo, quell'odore, avevano qualcosa di gi noto e cap di essere nel suo sogno meditativo. C'erano il corridoio stretto e il muro di mattoni freddo e umido. L'oscurit li obbligava a procedere a tastoni toccando la parete con le mani. Mancava solo il muggito del Minotauro in lontananza e in pi c'erano Antonio e Vitaliano che correvano innanzi a lui.
Finalmente giunsero al termine del corridoio e bussarono a una porta massiccia immersi nel buio pi totale, mentre dei topi scappavano fra i loro piedi. L'aria pesante e polverosa gli seccava la gola facendoli sudare. Antonio continu a picchiare disperatamente sulla porta, ma nessuno apriva, n rispondeva. Anche Vitaliano e Pietro presero a colpire l'anta con calci e pugni.
Sono io, Asterio, apri! Sono io! Svelto, sbrigati! grid Antonio.
Pietro giudic che quel portone massiccio sarebbe stato impossibile da abbattere o da sfondare. Antonio seguit a picchiare e chiamare in preda alla disperazione, ma chiunque vi fosse oltre quella porta ora non poteva sentirli. Il ragazzo gi da alcuni minuti era impegnato a porgere l'orecchio verso altri rumori dalla parte opposta di quell'ampio ambiente sotterraneo. Qualcuno, sforzandosi di non far rumore, stava scostando i pannelli e le tele dal fondo del magazzino per entrare. Il ragazzo sper che potesse essere lui. Forse era tornato, forse aveva riportato i disegni
e delle buone notizie. Gli and incontro speranzoso. Quando il passaggio segreto si apr, invece, un gruppo di uomini in uniforme e altri vestiti di nero gli comparvero di fronte con delle torce, l'abbagliarono. Eccolo! sent urlare. Prendiamolo!
Brandivano manganelli e fucili e sembravano molto arrabbiati con lui. Corse indietro, verso l'uscita di sicurezza.
Nessuno spari! Prendetelo vivo!  un ordine! url il Professore.
Lui si precipit alla porta, e sent la voce del padre che lo chiamava dall'altro lato. Armeggi con la stanghetta per aprirla. Fece appena in tempo a togliere il chiavistello che delle mani lo afferrarono con forza per le spalle e lo sbatterono a terra. Si rannicchi sotto i colpi dei calci del fucile e dei manganelli, sbrait sovrastato dalle ombre nere.
La porta si spalanc. Pietro, Antonio e Draghi capirono d'essere arrivati tardi. Corsero verso il gruppo gridando loro di fermarsi. La voce del Professore e del questore si unirono alle loro con il medesimo ordine e ottennero subito l'effetto desiderato.
C'era poca luce, che proveniva da una lampada a petrolio e fu subito sgominata dai fasci abbaglianti di due lanterne ad acetilene puntate sul fagotto rannicchiato a terra. Antonio, Pietro e Draghi cercarono di soccorrere l'essere impaurito e stordito dai colpi e dal dolore che uggiolava sul pavimento, ma fu loro impedito.
Alcuni dei militari lo tirarono su di forza. Quando sollev il volto per guardare i suoi aggressori, il gruppo ebbe un brivido. Era mostruoso.
Antonio, approfittando dello sconcerto generale, corse verso di lui e l'abbracci. Parandoglisi davanti, supplic fra le lacrime: Lasciatelo stare, non ha fatto nulla di male!.
Lo scostarono malamente, strappandolo a forza da lui e trascinarono via il prigioniero dopo averlo ammanettato. Pietro e
Draghi capirono che qualsiasi tentativo di aiutare il ragazzo in quel momento sarebbe stato inutile.
Chiunque tu sia, io ti dichiaro in arresto, e dichiaro in arresto anche voi, per favoreggiamento! disse il Professore indicando Antonio, che fu subito afferrato da alcuni dei poliziotti e ammanettato a sua volta.
L'uomo supplic, si lament, giur che lui e il figlio non avevano colpe, che non avevano fatto niente di male. Poi cerc con gli occhi Pietro in una tacita richiesta d'aiuto. Nel farlo si ricord delle sue parole, della sua offerta del giorno prima, e abbass lo sguardo rassegnato mentre lo trascinavano via.
Riemersero tutti alla luce da uno dei corridoi della servit, trascinandosi dietro il custode e suo figlio, in manette. Da ogni piano professori e studenti, interrotte le lezioni, guadagnarono le scale e si affacciarono richiamati dal trambusto della squadra che procedeva senza pi alcuna cautela a passo serrato. Presto il corrimano delle scale fu punteggiato dai loro volti eccitati e meravigliati.
L'hanno preso! Hanno preso l'assassino!
Anche nel corridoio c'erano altri studenti e docenti usciti dalle aule e adesso facevano ala al passaggio del gruppo e del prigioniero, che chinava il volto cercando di non farsi vedere. Qualcuno url: Mostro!  un mostro!, Assassino!, e un applauso, partito chiss da chi, prese il via. In molti vi si unirono e dopo poco uno scroscio scoppi fragoroso all'indirizzo degli agenti. Bravi! gridavano le studentesse americane con il loro buffo accento. Grazie! Thank you!
Lungo le pareti erano state appese delle grandi foto di Hitler e Mussolini realizzate dalla sezione di fotografia: sembravano anche loro assistere alla scena. Nell'eccitazione generale nessuno pareva accorgersi di Antonio e delle sue manette. Tutti gli occhi, tutta l'attenzione, erano calamitati dall'orrore di quel volto gibboso e scuro, quella maschera orribile e callosa con la bocca sanguinante, dalla quale due occhi azzurri come il cielo giravano d'intorno e si posavano su ognuno di quei visi in cerca di qualcosa o di qualcuno.
Ammazzatelo! S, fategliela pagare! url Salieri, e gli studenti gli andarono dietro.
Dei fogli accartocciati, una mela, dei gessi, una cimosa e altri oggetti volarono in direzione del malcapitato.
Buoni, buoni! Grazie! Tutto a posto! Tornate in classe, ora siete al sicuro! scand impettendosi con tono solenne il questore, e seguit a ripetere la frase del tutto dimentico dei suoi reumatismi, salutando e sorridendo d'intorno come una diva di Cinecitt.
Anche l'agente dell'OVRA che aveva preteso d'essere chiamato il Professore aveva un'aria soddisfatta; torn indietro verso Draghi e Pietro, che procedevano in coda al gruppo, e sorrise loro benevolo, con l'atteggiamento di un giocatore che si rivolga a un rivale al termine di un incontro che l'ha visto stravincere.
Avete cercato di farmela, di arrivare prima di me, ma nonostante il passaggio segreto siete arrivati tardi. Il caso  chiuso. Io, e non voi, ho chiarito il mistero. Adesso non mi resta che comunicarlo al ministro. Salir da Roma per occuparsi personalmente dell'assassino dell'Umberti, e credetemi se vi dico che non vorrei essere nei panni di quell'essere.
State prendendo un granchio. Il ragazzo non c'entra nulla! disse Pietro.
Io credo che tutto torni, invece. Il mostro vive nascosto agli occhi del mondo, spia le ragazze; avrete notato che il nascondiglio dove l'abbiamo catturato  attrezzato con cavalletto e materiali da disegno, come una specie di studio. Ha velleit d'artista, forse, e di certo spia e invidia anche l'Umberti per la sua bellezza, la fama e il successo che ha con le donne. Nella sua mente diventa il simbolo di ci che lui non sar mai, e comincia a odiarlo. Nella sua follia depravata e mostruosa pensa magari che dopo averlo ucciso potr acquisire le propriet della sua vittima, chi pu dirlo? Quando questo non succede, il suo delirio cresce e decide di prendersela con le donne, le donne che la sua orribile natura non gli permetter mai di conquistare altrimenti. Pensa di ottenere con la forza ci che non pu avere con le sue doti, capite? Le violenter e poi le uccider con un sacrifcio supremo!  chiaramente un antisociale, uno psicopatico, mi sembra che quadri tutto. Quelle ragazze sono state fortunate, l'inesperienza del mostro le ha salvate.
Mentre il Professore spiegava con gli occhi accesi di cupidigia, Pietro lo guardava inorridito, ascoltava e scuoteva impercettibilmente la testa. Come sapevate dov'era nascosto? Avete parlato di una soffiata... domand.
Una lettera.
Ci sono troppe lettere in questa storia, Professore. Non credete? Chiedetevi chi potesse avere interesse a farvi una spiata cos, se non il vero assassino.
Semplicemente qualcuno che sapeva e manteneva il segreto per piet, e per, quando ha capito che la bestia, quell'essere deforme, aveva perso la testa e uccideva, ha pensato che non fosse pi il caso di tacere. Qualcuno che non vuole essere tirato in mezzo, magari perch divorato dal senso di colpa per non aver parlato prima. Comunque sia... disse il Professore con un sorriso beffardo e un'alzata di sopracciglio pi che eloquente ... avanti, se pensate che sia innocente va bene, ma allora, caro il mio villano, dovete trovarmi il colpevole prima che il ragazzo confessi, cosa che avverr di sicuro!
Pietro scosse ancora la testa. Vitaliano al suo fianco assisteva al confronto fra i due turbato dagli ultimi avvenimenti. Non pensava pi a Nausica, al conte, alla villa. No, adesso in cuor suo
pensava a Ernestina, che forse era nascosta fra i passaggi di quell'Istituto, ancora viva. Pensava che se davvero a rapirla era stato il ragazzo con il volto mostruoso o qualcun altro, adesso che il mostro era stato preso, che i giochi volgevano al termine, c'era il rischio di non trovarla pi e occorreva battere palmo a palmo l'edificio e ogni suo anfratto pi segreto, nel caso si trovasse imprigionata da qualche parte all'interno di quel labirinto.
Il questore non li aveva degnati di uno sguardo, i poliziotti e i fascisti, attorniati e seguiti da una mandria di studenti, avevano caricato gli arrestati e s'erano allontanati insieme agli agenti dell'OVRA. Pietro e Vitaliano si erano seduti esausti su una panca dell'Ottagono a ragionare sul da farsi.
Devo cercare Ernestina. Se l'ha rapita lui, adesso che l'hanno arrestato, potrebbe morire di fame o di sete nascosta da qualche parte.
Fai rivoltare pure l'Istituto, non si sa mai, magari la trovi davvero, ma non penso che quell'infelice c'entri nulla. Anzi, ne sono convinto. Pi facile che a prenderla siano stati i veri assassini dell'Umberti.
Continuate a parlare al plurale per via di quei segni in gipsoteca?
No, non solo. Ormai sono certo che si tratti di pi persone. Conosco anche l'identit di due di loro, ma, ahim, non ho prove.
Potreste gentilmente comunicarmi i vostri sospetti? O  chiedere troppo?
Sei cos agitato per la sorte di quella ragazza, e a ragione, a dire il vero, che se ti dicessi i nomi correresti a interrogarli, loro si chiuderebbero a riccio e addio Ernestina. Ci servono delle prove.
Ma insomma, mi dite chi ha ucciso l'Umberti? E soprattutto come avete fatto a capirlo?
Me lo hanno detto loro. Una specie di confessione non scritta. Mi sto anche facendo un'idea del perch... se vogliamo trovare Ernestina dovremo agire con molta cautela. Sperando che non sia troppo tardi.
Saputo della cattura del colpevole e richiamati dal trambusto, gli agenti di guardia ai piani erano discesi, dal momento che stimavano ormai inutile cercare ancora, o restare al proprio posto. Fra loro c'erano anche Parrini e il Cuccuma, che si avvicinarono a Pietro e Vitaliano.
Allora anche questa  fatta, commissario! esord il Cuccuma.  stato preso?
Cos pare... mormor Vitaliano, e Pietro non disse nulla.
Menomale che  stato fermato prima che fosse aggredito qualcun altro. Del resto con la sorveglianza che abbiamo messo in piedi, chiunque sarebbe stato un pazzo a provarci.
Pietro scosse la testa. Sapeva che nessuno aveva mai rischiato nulla, che quelle aggressioni erano un teatrino messo in scena al preciso scopo di far salire la tensione e portare all'arresto del figlio di Mino.
Adesso bisogna frugare dappertutto, anche nei sottotetti! ordin Draghi. Richiamate gli agenti, dividiamoci i piani e prendete le lampade. Il segretario mi ha fornito una carta dettagliata dell'Istituto. Cerchiamo una ragazza e qualunque altro indizio possa portarci a lei.
Parrini e il Cuccuma guardarono Draghi senza capire.
Ernestina! spieg Vitaliano. Era qui l'altro giorno ed  sparita dopo la lezione del pomeriggio.
Pietro guard l'orologio. Non se la sentiva di escludere che la giovane potesse davvero essere nascosta in quel labirinto, ma in cuor suo sperava che fosse viva. Se ancora non si erano decisi a ucciderla, se non avevano usato il suo cadavere per gettare ulteriore discredito sul figlio di Antonio, poteva davvero trovarsi da
qualche parte l dentro. Dalle indagini per ritrovare Ernestina risultava che nessuno l'aveva vista andar via. Per quel che ne sapevano poteva essere ancora nell'Istituto.
Pietro, Draghi e Parrini, maledicendo il fatto che la luce si stesse smorzando, cominciarono dallo studio-nascondiglio di Asterio, con l'entrata nascosta dalla parete coperta di cianfrusaglie.
Fra le scoperte che fecero, una li lasci molto turbati. Un vecchio armadio classificatore, pieno di cassetti, ma con la serrandina dalle stecche flessibili strappata a met, che probabilmente in tempi migliori aveva decretato l'abbandono del mobile. In quei cassetti avevano trovato un vero e proprio archivio di oggetti fra i pi disparati. Tutte cose che la mattina dopo avrebbero reso felice il Professore dell'OVRA e il questore, confermando la natura perversa del mostro.
In realt, come risult subito chiaro a Pietro e Vitaliano, si trattava di un vero e proprio museo sentimentale, costituito dai piccoli furti e ritrovamenti che Asterio, condannato alla sua vita di solitudine dal padre e dal destino, aveva compiuto la notte, girando fra le aule. Tracce di una vita normale che si svolge alla luce del sole e che lui non avrebbe mai potuto vivere. C'erano anche alcuni indumenti intimi delle modelle, un paio di culotte e una calza, niente di pi. Quanto bastava a far di lui un pervertito e un maniaco sessuale agli occhi del mondo. Per il resto cose senza valore: un libro di poesie di Leopardi con un fiore secco dentro, un pezzo di gomma pane, una spilla da balia, una matita, e cos via. Eppure c'era da star certi che ognuno di quegli oggetti rappresentasse per Asterio una storia, la traccia di un amico visto e sparito di giorno, con il quale poter parlare la notte, sfregandosi sul volto o tenendo in mano il mozzicone di matita da lui abbandonato sul cavalletto dell'aula di disegno.
Una brama di vita, una sete di normalit che faceva male al cuore.
Le altre scoperte erano a dir poco sensazionali. Nella stanza sopra l'aula di figura, dov'era rimasto chiuso il segretario nell'intento di spiare Ernestina, trovarono la postazione da disegno e il ritratto di Corinne fatto a matita sanguigna.
Increduli Pietro e Vitaliano rimasero a guardarlo, colpiti dalla sua fattura e bellezza. I tratti delicati e l'ombreggiatura rendevano vera e viva la ragazza.
Costui  un grande artista... mormor Pietro, e Draghi annu, grave.
Poi accorse Parrini, che era rimasto nel nascondiglio del mostro, alle prese con l'unico cassetto chiuso a chiave dell'armadio. Giunto di corsa, consegn a Draghi un quaderno, anzi un diario.
Draghi l'apr e lo guard perplesso. Poi lo pass a Pietro, che l'esamin trasalendo. Purtroppo per loro la scrittura minuta era composta di simboli incomprensibili.
Va fatto decifrare al pi presto disse Pietro.
Forse pu aiutarci il ragioniere Inzaghi, senza capire come mi aiut anche con il caso della Certosa,  un asso in queste cose, rebus, parole crociate, anagrammi... Non fa praticamente altro nel suo tempo libero.
Non  difficile... comment Pietro. Vedi questi segni ricorrenti? Sono vocali. Speriamo non sia troppo complicato. Io devo occuparmi d'altro, e guard l'orologio.
Un'altra delle vostre tresche, non avete abbandonato l'idea? domand risentito Vitaliano.
No, niente del genere. Devo andare al cinematografo.
Al cinema? domand basito Draghi. Con tutto quel che sta succedendo?
S, al cinema, e se vuoi un consiglio, faresti bene a venire con me!
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Capitolo 52.
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Il lungo e acuminato coltello era conficcato sul ripiano del tavolo, e il professor Vichi mescolava il giallo di Napoli con il rosso cadmio che gli sarebbe servito per ricreare il rossore delle guance della ragazza. Aveva bevuto troppo, e nonostante reggesse bene il vino, un po' gli girava la testa. L'odore di acquaragia e olio di lino addolciva il pomeriggio e la stufa accesa scoppiettava appena. Lei, con le mani legate alla sedia, inginocchiata nuda sulla poltrona, cercava di controllare il proprio tremore e di restare immobile. Con gli occhi fissi sulla lama guardava il professore dipingere. Vichi aveva bevuto del vino nella speranza di trovare la forza di uccidere Ernestina, ma non c'era riuscito: somigliava troppo a Corinne, e poi... lui non era un assassino, non aveva mai ucciso nessuno.
c'era qualcosa di assurdo e di crudele nel destino. Aveva accettato di fare da palo a un omicidio per vendicare Corinne, la bella, semplice, pura Corinne, che aveva amato segretamente con tutto se stesso senza mai osare di chiederle nulla. Troppo giovane perch lui avesse il coraggio di proporlesi, troppo pura per qualsiasi uomo. Come un padre l'aveva coperta di attenzioni, accontentandosi delle sue parole gentili, di una carezza innocente che la ragazza gli faceva se lo vedeva pensieroso o musone.
Qu'est-ce qui se passe? Pourquoi mon grincheux est-il si triste ce soir?
Solo una volta lei l'aveva baciato all'improvviso, sulle labbra, e gli aveva detto: Se fossi pi giovane di vent'anni saresti l'uomo ideale per me!.
Poi aveva sofferto vedendola cadere nelle grinfie di quel pallone gonfiato dell'Umberti. Era stato geloso, per vendicare la morte di Corinne era iniziata tutta quella storia, e adesso, per chiudere la partita, a lui era stato affidato il compito di uccidere un'altra Corinne, la ragazza che ora, nella sua mente, le assomigliava come una goccia d'acqua. Come avevano anche solo potuto credere che lui ci sarebbe riuscito?
Ernestina aveva pianto e supplicato alla vista del coltello, si era dichiarata disposta a fare qualsiasi cosa, pur di vivere. Lui aveva sollevato la lama verso il cielo sopra la sua testa brandendola in una posa da Abramo in attesa di un angelo che lo fermasse. E l'angelo era arrivato nelle parole della ragazza. Ernestina, vistasi persa, confidando nel suo tremore, gli aveva detto: Se proprio volete uccidermi, perch prima non finiamo il ritratto?.
Lui allora si era voltato verso la grande tela di Corinne lasciata a met e aveva capito che quella era la grande occasione che gli si offriva di completare la sua opera d'artista, la pi importante della sua vita. La sua occasione di lasciare al mondo il ricordo di lei, di quel sorriso e di quella bellezza. Se avesse finito il ritratto forse dopo avrebbe potuto accettare ogni cosa. Al termine forse avrebbe trovato anche la forza di uccidere la ragazza, ormai resa viva e immortale dal suo pennello. Perch altrimenti il destino avrebbe dovuto giocargli un tiro cos crudele?
Ferma nella posa indicatale, Ernestina lo riscosse dai suoi pensieri. Doveva sapere cosa l'avesse tradita.
Quindi a tradirmi  stato quello stupido del mio fidanzato? O  perch ho sentito pi di quanto avrei dovuto?
Il professor Vichi non amava che gli si parlasse e non riusciva
a conversare quando dipingeva. Tuttavia, fermandosi e rimandando indietro un piccolo rutto acido e vinoso, disse: Nessuna delle due... Non devi dare la colpa a lui, il fatto che tu fossi fidanzata con un poliziotto non faceva certo di te un pericolo, almeno non con un poliziotto cos!.
Badate a come parlate! sbott Ernestina sforzandosi di sorridere. State pur sempre parlando del mio damo!
Un bel mistero che tu possa amare un tale sempliciotto. Comunque sia, al punto in cui siamo, posso anche dirtelo. Sei stata tradita dagli stessi che ti hanno mandata a curiosare all'istituto!
Il commissario Draghi?
No, il questore. Credo che lui abbia stressato a tal punto quelli sotto di lui in attesa di novit, pretendendo di sapere cosa stessero facendo per risolvere il caso, che alla fine qualcuno deve avergli detto di te e di come eri stata infiltrata. Lui, naturalmente e in modo piuttosto stupido, si  affrettato a riferirlo al ministro per farsi bello e dimostrare la propria efficienza. E quello ha fatto lo stesso con altri... e questi altri, coinvolti nella faccenda, ce l'hanno riferito insieme all'ordine di farti sparire.
Che coglione quel questore! Se non altro morir sapendo che non sar stata colpa del mio Evagisto. Avete gi deciso come? Mi taglierete la gola? domand Ernestina, facendosi animo per giocarsi il tutto per tutto. E mentre lo diceva si ricord di una storia di Bertoldo che le raccontava suo padre la sera quand'era bambina. Il re aveva deciso di farlo impiccare e lui chiese la grazia di scegliersi l'albero. Il re gliela accord e lui scelse un albero appena spuntato, poco pi di un germoglio. C'era solo da aspettare che crescesse. Forse anche lei avrebbe potuto giocare d'astuzia. Doveva cercare di non avere paura, la paura della preda spinge i predatori ad attaccare, come con i cani.
Se parli non riesco a concentrarmi! disse Vichi, irritato.
Non mi tagliate la gola per favore, detesto il sangue. E non mi strozzate, ho visto una ragazza impiccata, con gli occhi fuori dalle orbite e la lingua grossa e blu che le fuoriusciva dalla bocca una volta...
Vichi ebbe davanti agli occhi il volto di Corinne deformato dall'impiccagione, anche se non l'aveva mai visto, e url a Ernestina di tacere. Ma senza convinzione. Non riusciva a essere scortese con lei.
Ernestina si rianim un poco, dopotutto forse quell'uomo non avrebbe trovato il coraggio di farle del male. Doveva contare su questo. Inizi a singhiozzare e Vichi si sent sciogliere il cuore. Non era un assassino, se l'avesse lasciata andare l'avrebbero arrestato insieme a tutti gli altri, ma se l'avesse uccisa non sarebbe stato migliore dell'Umberti. Di certo non sarebbe poi pi riuscito a dormire e a vivere, a disegnare e a insegnare come se nulla fosse. L'immagine di Corinne uccisa due volte l'avrebbe perseguitato, come Lady Macbeth non si sarebbe pi potuto lavar via il sangue dalle mani.
Posso almeno scegliere come morire? chiese fra singhiozzi d'uccellino Ernestina.
Vichi scosse la testa e dovette arrendersi all'evidenza. In quell'istante realizz senza ombra di dubbio la verit: non sarebbe mai riuscito a torcerle un capello. Seppe che fin dal primo momento non l'aveva portata l per ucciderla, ma per difenderla dai suoi complici. Si alz e and verso di lei per consolarla. Le tir su il mento con due dita.
Non piangere, non ti uccider! disse per tranquillizzarla. Le sciolse le mani e strinse fra le braccia il suo corpo nudo.
Ernestina ricambi l'abbraccio sussultando e punt con gli occhi il coltello piantato nel tavolo. Era troppo lontano.
Non riuscirei a uccidere un pollo, figuriamoci te, Maria. Ti chiami davvero Maria?
No, mi chiamo Ernesta.
Che bel nome... Senza saperlo ti ho portata qui per allontanarti da loro, non lo capisci? Ho sperato che tu dicessi qualcosa di terribile per trovare il coraggio, ma sei dolce come il miele...
Lei lo baci sulle labbra tenendogli il viso fra le mani. Avrebbe fatto qualunque cosa per salvarsi, per arrivare al coltello.
No, no... la respinse l'uomo. Non devi... Non ti far del male, non  necessario...
Non fin la frase che si sent bussare alla porta. L'uomo trasal portandosi l'indice al naso e coprendo con la mano la bocca di Ernestina.
Lei prov a mordergli il palmo, a gridare. Una voce femminile dall'altra parte scand: Apri!.
Vichi la riconobbe, la lasci e and ad aprire.
Aiuto! Aiuto! grid Ernestina speranzosa.
La porta si spalanc e comparve una donna con il volto velato dalla retina nera dell'ampio cappello e un revolver in mano. Guard verso Ernestina, che atterrita teneva gli occhi sulla pistola.
Non l'hai ancora uccisa... e lasci anche che urli? disse la donna. Fatti da parte! Sapevo che non c'era da fidarsi di te!
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Capitolo 53.
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Arrivarono che il film stava per iniziare. Alla cassa del cinema c'era una signora sulla trentina dalla stazza notevole e i seni enormi, la permanente bionda, e gli occhi da bambola annoiata pesantemente truccati. Staccava i biglietti con l'aria sbrigativa di chi fa da troppo tempo lo stesso lavoro. Facendo la breve fila Pietro e Vitaliano si resero subito conto che la donna trattava con indifferenza e modi sgarbati le donne e le coppiette, e si impettiva, invece, portandosi istintivamente le mani ai capelli per ravversarli, se a chiedere il biglietto era un giovanotto o un uomo dal bel portamento. La raggiunse il marito sbucando dal retro della cassa. Evidentemente molto pi anziano di lei, corpulento e dalla testa pelata, appariva sofferente. Si poggiava a un bastone e vestiva con un completo grigio non esattamente fresco di sartoria, ma comunque ancora decente. Con espressioni torve e mezze bestemmie trattenute a stento fra le labbra chiam la maschera, un ragazzo sui venticinque anni con una faccia da Lucignolo che met bastava e una mano priva di due dita, che aveva perso lavorando a un telaio a Prato e grazie alle quali era stato giudicato inabile alla leva.
Damianino! gli disse. Guarda tu che qui vada tutto bene e tieni d'occhio la mia signora. Fa' tutto quello che ti dice! Sii obbediente. Chiudete bene, mi raccomando. Che io con i miei reumatismi mi ritiro come al solito.
Il ragazzo fece un mezzo inchino. Non vi preoccupate che ci penso io alla signora! disse. Con rispetto parlando.
Bravo, bravo Damiano! Un figlio, sei come un figlio per me! lo lod il vecchio afferrandolo per l'orecchio e gli sussurr da vicino qualcosa che non s'ud.
A Pietro e Draghi non sfugg l'occhiata che il ragazzo, voltandosi e massaggiandosi l'orecchio, gett alla padrona dopo che il marito, recuperato il cappello dall'attaccapanni, si fu allontanato.
Quando fu il loro turno, la donna si gir, ritir su i seni furtivamente con le mani, poi ricomparve e li salut: Buonasera, bel giovanotto! Signore!. Mentre strappava il biglietto fece un po' la civetta con Vitaliano fra moine e occhiate.
Entrarono che era gi buio e Mussolini sbraitava sullo schermo nel cinegiornale dell'Istituto Luce. La sua faccia e quella di Hitler si alternavano grottesche, mostruose e con gli occhi iniettati d'odio, mentre la voce roboante del commentatore annunciava la prossima visita in Italia del dittatore germanico.
Una volta accomodati, Draghi accost la bocca all'orecchio del suo vecchio e gli ricord: Parrini ha gi detto che il Pistolesi e la modella erano qui l'altra sera. La cassiera se li ricordava bene, perch avevano perso i guanti. Ha affermato che lei rimane sempre alla cassa, per tutto il tempo del film, in caso di spettatori ritardatari. E anche la maschera accompagna chi entra e chi esce e pu giurare che quella sera non era uscito n entrato nessuno.
Gi, un po' troppe cose. Non credi? gli sussurr Pietro.
In che senso?
Intanto questo fatto dei guanti. La ragazza, quando l'abbiamo interrogata, e anche l'altro giorno, quando  stata, per cos dire, aggredita... non aveva guanti. Non  una grande dama, n si soffre freddo alle mani in aprile. Ma viene al cinematografo con i
guanti. L'alibi non sarebbe valso a nulla se lei non avesse finto di dimenticare i guanti, avendo cos a lungo a che fare con la maschera e la cassiera. Abbastanza a lungo perch loro si ricordassero della coppia, del bastone e della sua zoppia, e ne confermassero la presenza.
Fatto sta che erano qui...
Intanto il film era iniziato e dietro un giovanotto con la fidanzata disse: Ora basta, a chiacchierare andate a i' barre. Noi si vole vede' i' firme!.
Draghi e Pietro si scusarono e si alzarono, andandosene proprio come se stessero obbedendo all'ordine. Si avviarono a tentoni verso l'uscita riguadagnando il corridoio e poi l'entrata esterna con la cassa.
C'erano a mezzanotte e passa, per la fine dello spettacolo e magari anche alcuni giorni prima, per vederlo e conoscerlo bene in caso di domande. Ma non  detto che ci fossero durante l'ora dell'omicidio. Come vedi anche noi stiamo uscendo e nessuno ci vede continu Pietro.
Draghi annu pensieroso.
Sin dall'inizio mi era tornata poco questa cosa dei guanti, quando poi Armenia ha finto l'aggressione... ho capito che era coinvolta e che cercava, insieme ai suoi complici, di incolpare un innocente per chiudere la faccenda. Una brava attrice, ma non abbastanza.
Draghi fece per dire qualcosa, ma Pietro si port il dito al naso e avanz passando dietro la cassa. Entrarono dalla porta dalla quale avevano visto uscire il vecchio proprietario e subito sentirono mugolare e una voce che diceva: Vai, vai, vai! Pi forte, pi forte! Bello il mio torello!.
Salirono qualche gradino, spinsero la porta appena accostata e videro il sedere magro del ragazzo, che, aggrappato come un
rospo in amore ai fianchi generosi della signora cassiera, piegata in avanti su un vecchio divano e a seni fuori, ci si metteva d'impegno per fare bella figura. A giudicare dall'ampiezza del movimento, la natura doveva averlo dotato d'un arnese notevole e adatto allo scopo. Gli occhi di Draghi rimasero colpiti dalle tre dita rimaste sulla mano mutilata, che come quelle di un rapace affondavano sul grande gluteo ballonzolante sforzandosi di trattenerlo. Distolse lo sguardo e anche Pietro fece lo stesso.
Accostarono la porta e si sedettero sui gradini ad aspettare, continuando a discutere del caso a voce bassa.
Siamo tali e quali alle bestie constat Pietro. Sembra di vedere i mi' tori. Ci pare d'essere chiss che, ma alla fine... siamo animali anche noi.
Quindi anche la seconda aggressione  stata una montatura. .. riflett Draghi senza dargli spago, mentre da dietro gli giungevano le grida di incitamento della donna e le parolacce del ragazzo, che, obbedendo alle sue richieste, le stava dando senza complimenti della donnaccia in tutte le declinazioni possibili immaginabili del suo ristretto vocabolario.
Risero, guardandosi, e Pietro scosse la testa. Questo i tori non lo fanno e nemmeno le vacche. Almeno credo. Poi riprese, serio: Nella seconda aggressione, il nostro uomo ha rischiato grosso e per poco non s' beccato una revolverata, o non  stato preso dall'agente dell'OVRA, il Professore. Aveva studiato bene la cosa, gli occorrevano almeno due agguati per scatenare la caccia e il panico, il primo l'ha finto la sua complice, il secondo l'ha realizzato davvero, ma senza una reale intenzione di uccidere. La studentessa ha spiegato bene che, anzich finirla, l'ha lasciata, provocandole tuttavia delle ferite e dei segni. La poveretta ha avuto una reazione emotiva molto, ma molto diversa da quella della modella, e anche i segni sul collo illividito erano ben diversi dai
graffietti che Armenia si era evidentemente procurata da sola, facendo anche tutto il trambusto.
In effetti, quel che mi ha sempre fatto pensare ammise Vitaliano  che fra l'omicidio dell'Umberti e le aggressioni delle ragazze non ci fosse proprio nessun nesso, nemmeno la pi lontana somiglianza o motivazione che alcuni definirebbero oggi psicologica.
Intanto un urlo da soprano fece capire ai due uomini che anche per quella sera la maschera si era occupata della padrona con soddisfazione. Poco dopo la porta si apr con il ragazzino che ancora si riabbottonava la patta e la donna che si tirava su i seni enormi dentro il reggiseno e la blusina beige. Quando sollevarono la testa e si accorsero dei due uomini di fronte a loro, sobbalzarono e per poco la signora non si sent male.
Oh madonnina, che spavento! Oh voialtri che ci fate qui?! url inviperita appena si riprese. Chi vi ha fatti entrare? Chi siete? Oh madonnina! Ma avete visto? Sentito? Ora chiamo subito la polizia!
Draghi tir fuori il tesserino e lo mostr. Non vi preoccupate, signora. La polizia siamo noi.
Chi vi manda? I' mi' marito? domand lei avvampando, e il ragazzo, bianco come un cencio e con delle occhiaie color prugna ampie come due fette di salame, la resse e balbett che lui non c entrava nulla, che obbediva alla padrona e basta, che lui la trombava per non farla sentir triste e per non perdere il posto.
Calmatevi, signora. Vostro marito non sa nulla. E a noi non c'importa davvero delle vostre cose.
La donna boccheggi. E allora, icch vu' volete?
Voi, signora, potete trombarvi tutte le maschere di Firenze, per quel che mi riguarda. Ma quando fate una dichiarazione alla polizia dev'esser vera, m'intendete? disse Draghi minaccioso,
cercando di mettere la donna in uno stato di soggezione e di vergogna per farle ammettere la verit.  venuto un poliziotto a mostrarvi due foto e voi avete dichiarato che non  uscito mai nessuno dalla sala e che siete sempre presenti. La domanda , e vi prego di rispondermi onestamente, sempre presenti come stasera? Questa cosa succede ogni volta?
E poi vorremmo anche sapere aggiunse Pietro come fate a esser certi che la faccenda dei guanti sia accaduta quella sera e non il giorno prima, dal momento che i giorni qui devono parervi tutti uguali, specie se lo spettacolo  lo stesso. Sbaglio?
Allora, la sera dei guanti... prese a farfugliare il ragazzo facendosi forza ... Me la ricordavo bene perch in platea ci fu un gran parapiglia. S'era appena saliti per... insomma... quando si sent il vecchio proiezionista urlare dal casotto e delle voci da basso, e dovemmo rivestirci in fretta e furia, e io corsi in sala, dove il proiezionista dalla cabina aveva acceso le luci e fermato la pellicola. Una cosa mai vista, una vergogna, sventata grazie alla presenza di alcune camicie nere.
Si fecero raccontare la storia nei particolari. Un padre con la figlia sui dodici anni era andato al cinema. C'era una bella affluenza e dopo lo spegnimento delle luci un uomo s'era accomodato a lato della bambina. Il padre, preso dalla pellicola, non s'era reso conto di nulla, ma lo sconosciuto, approfittando del buio, aveva messo una mano sulla gamba della ragazzina e questa, invece di gridare, s'era sentita gelare dalla vergogna. Non solo non capiva gli scopi dell'uomo, ma neanche osava voltar la testa a guardarlo, o chiedere aiuto al padre. Immobilizzata, congelata da quella terribile situazione, la piccola s'era trovata gli occhi pieni di lacrime e la gola stretta, incapace d'emettere suono. Per fortuna un ragazzo, una camicia nera che era in sala con altri commilitoni, dalla fila retrostante, s'era reso conto delle manovre dell'uomo ed era
prontamente intervenuto. Compresa la situazione, i suoi compari gli avevano dato man forte e quello era stato preso, schiaffeggiato e condotto fuori in un gran tramestio.
Dopo un bel po' le luci si erano accese. Il padre della piccola, finalmente scoppiata in lacrime con lo spezzarsi della tensione, s'era beccato anche una ramanzina: Vergognatevi! Ma dove avete gli occhi?! Se non fosse per noi fascisti! Anche sui vostri figli dobbiamo vigilare!.
A che ora sono usciti i fascisti con il pervertito?
Sar stato verso le ventitr e qualcosa! rifer la maschera.
Pietro e Draghi se ne andarono, ringraziando appena i due amanti, ancora stralunati per la paura che s'erano presi.
Adesso sappiamo per certo che Armenia e Pistoiesi non erano qui durante la proiezione, e anche delle false aggressioni. Ma in concreto che prove abbiamo? riflett Draghi a voce alta.
Gi, neanche durante il fascismo si pu arrestare qualcuno senza prove. Loro si sono preparati sulla trama del film, ma non potevano certo immaginare che quella sera ci sarebbe stata una variante con l'incidente della bambina. Se c'erano dovrebbero essere in grado di riferirlo. Altrimenti il loro alibi non regge. Non ci resta che provare a far parlare Asterio, lui di certo ora sa chi l'ha incastrato. E convocare Pistoiesi e Armenia, interrogarli separatamente e provare a metterli l'uno contro l'altra.
E capire finalmente cosa li ha portati a uccidere, se come sembra sono stati loro ragion Draghi, guardando i grandi manifesti dell'atrio contrassegnati da prossimamente. In uno un cavaliere reggeva una lancia da torneo e c'era scritto a grandi lettere gino cervi, mario ferrari, elisa cegani, in ettore fieramosca, La disfida di Barletta.
Non pot fare a meno di pensare che sarebbe piaciuto tanto a Petruzzelli, il suo Poirot delle lenticchie.
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Capitolo 54.
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La donna alz la pistola puntandola verso la ragazza.
Armenia! Che cosa vuoi fare? domand Vichi allarmato, parandosi a protezione di Ernestina.
Lei, ancora nuda, rannicchiata dietro al professore, con un occhio punt il coltello che l'artista aveva ficcato nel tavolo, con l'altro la porta rimasta aperta. Si infil svelta le scarpe, acchiapp il lenzuolo che teneva sotto di s nella posa scelta per il ritratto,
lo stesso che molto probabilmente da l a poco sarebbe divenuto
il suo sudario, e ci si avvolse alla belle meglio.
Quello che avresti dovuto fare tu!  una spia, e sa troppe cose. Spostati!
Vichi non obbed, si gett sulla donna afferrandole il polso e grid rivolto a Ernestina: Scappa! Scappa!.
Un colpo esplose conficcandosi nel soffitto, dal quale cadde una nuvola di polvere.
Dammi questa pistola! Matta! imprec Vichi cercando di avere la meglio sulla ragazza. Ernestina, con il solo lenzuolo che a fatica si reggeva addosso, sembrava la Venere dormiente del Giorgione in fuga. Scapp fuori e prese a gridare "Aiuto" disperatamente, con tutto il fiato che aveva. Vide l'auto scura e bellissima senza nessuno al volante con la quale doveva essere arrivata Armenia. Corse verso la chiesa e la canonica, buss, grid ancora, e
mentre lo faceva sent un altro colpo esplodere dentro il piccolo edificio del pittore e l'urlo dell'uomo, che a quanto pareva aveva avuto la peggio. Ne segu un terzo. Subito la modella, recuperato il bastone poggiato a lato dell'entrata e con l'arma in pugno, comparve sulla porta guardandosi intorno, ed Ernestina cap che nessuno sarebbe corso ad aiutarla, che proprio come aveva detto il Vichi non c'erano case vicine e il parroco era via. Non aveva nemmeno preso il coltello, ma per fortuna s'era infilata le scarpe.
Vide il professore di disegno col naso aquilino e i brufoli, stava risalendo dal bosco allarmato, chiudendosi la cintura dei pantaloni a testa bassa, e non l'aveva ancora vista. Cap che doveva essere lui che aveva sentito parlare di un altro agguato con Armenia nel camerino. E realizz che per salvarsi avrebbe dovuto ricorrere alle sue sole forze. D'istinto si gett a capofitto nel bosco e prese a correre pi veloce che poteva. Sulla strada sarebbe stata un facile bersaglio, ma fra i rami e il paleo che adesso le sferzavano le gambe avrebbe avuto una possibilit. Nonostante il cappello con la retina, aveva riconosciuto subito Armenia dalla voce. Sper che con la sua gamba non sarebbe riuscita a starle dietro. Mentre si addentrava nel bosco la sent che chiamava l'uomo: Avanti, dove ti sei cacciato? Perch non l'hai fermata?  andata da quella parte! Prendiamola!.
Le voci dei due si avvicinavano alle sue spalle, il lenzuolo le rimase impigliato nei rovi e per poco non cadde. Non ebbe altra scelta che lasciarlo e continuare la sua corsa, nuda, nella speranza di giungere a un borgo abitato, a una casa o a una strada dove ci fosse qualcuno in grado di prestarle soccorso.
 laggi! grid l'uomo, richiamato dal bagliore bianco del lenzuolo nel folto verde del bosco. E quando la intravide, spar. Ernestina sent il colpo alle sue spalle. Non stette ad aspettare che capissero che stavano sparando al lenzuolo e si gett carponi nell'erba appena in tempo. Sent il secondo proiettile passarle sopra e conficcarsi nella corteccia di un albero in una piccola esplosione di schegge e si stese a terra. Rimase ferma, con il cuore che le batteva all'impazzata.
Dov'? domand Armenia sopraggiungendo in preda all'affanno.
Laggi, forse l'ho colpita, l'ho vista cadere!
Dai qua replic lei stizzita, strappandogli il piccolo revolver di mano. Tu corri bene, ma non colpiresti un elefante. Se fossi rimasto di guardia, come ti avevo detto, ti sarebbe finita fra le braccia!
Do-dovevo, li-liberare l'intestino... balbett mortificato.  l'ansia per questa storia...
Ernestina trattenne il fiato, nascosta dietro una macchia di rovi. Quando rialz la testa si rese conto che il bosco si era fatto irregolare e scosceso. Avanz rapida ignorando i rami e i piccoli pruni che le frustavano i polpacci. Ringrazi ancora una volta Dio di essersi rimessa le scarpe e averne indossate di semplici e senza tacco come le era stato raccomandato da Draghi. A un certo punto il bosco precipit, la collina era come tagliata via, da l in poi, e sotto c'era lo strapiombo. Si trov di fronte a un notevole dislivello. Doveva avanzare accucciata lungo il precipizio, reggendosi agli alberi, che per in quel punto diradavano. Avrebbe perso tempo prezioso a ritrovare un modo d'andare avanti, di scendere. Sudava e aveva caldo, nonostante fosse completamente nuda. Istintivamente si acquatt con i seni poggiati alle cosce. Si sentiva ora come un cerbiatto braccato dai cacciatori. Come nei film che le piacevano tanto si chiese quanti colpi potesse avere la pistola dei suoi inseguitori. Se ne avessero altri con cui ricaricare o no. Sper davvero che non avessero pensato a portarli.
Un colpo in aria! pens. Due sul povero professor Vichi, che
s'era fatto uccidere o ferire per permetterle di scappare, ed erano tre. Altri due adesso, ed erano cinque. Ne avevano di certo almeno un altro, forse altri tre. Si ricord di Petruzzelli che le spiegava che le armi a tamburo hanno sei o otto colpi. Sper nella prima ipotesi. L'arma ora l'aveva la donna, dopotutto. Ma non poteva sperare di nascondersi a lungo. Se avesse lasciato loro il tempo di arrivarle vicino l'avrebbero scoperta. Doveva tentare il tutto per tutto, correre lungo il margine del dislivello, cercare altrove un modo di calare a valle, o un varco. Guard alle sue spalle, prese fiato, poi si alz e corse con l'agilit e la delicatezza di una ninfa, i seni che le ballavano appena sul torace, tanto erano giovani e sodi, le braccia alzate e le mani aperte a difendere il volto dai piccoli rami.
Eccola laggi!
I due la inseguirono, Armenia cadde, perse il cappello, imprec e si rialz con l'aiuto del suo complice. Ora la vedeva bene. Alz la pistola con l'assurda convinzione di star sparando a Corinne, di voler uccidere colei che aveva voluto vendicare. Un cazzo di incubo. Scosse la testa e spar. Il colpo echeggi nel bosco e una brigata di taccole, impaurite e gracchianti, si lev dalla cima di un vecchio pino scheletrico. S'ud l'urlo di Ernestina, che perse l'equilibrio e cadde gi rotolando come un sacco fra gli alberi verso l'orlo del precipizio.
L'ho presa! disse Armenia, ed esult arrancando verso la sua vittima.
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Capitolo 55.
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Antonio usc dal carcere delle Murate trovando ad accoglierlo Pietro e Vitaliano, insieme alla moglie. Sembrava ancora pi vecchio e magro.
Abbracci la consorte. La donna piccola dal volto buono e paziente, con una crocchia di capelli ormai bianchi e due grandi occhi chiari come quelli del figlio, visibilmente arrossati, rimase a lungo nel suo abbraccio. Lo baci cento volte sulla fronte e sulle guance smunte piangendo. Il questurino richiuse il cancello alle loro spalle, e si ritrovarono sul marciapiede, con l'alto muro di cinta alle spalle.
L'hai visto? mormor la moglie. Come sta? Gli hanno fatto del male? E tu come stai?
Antonio strinse la mano a Draghi e poi a Pietro, senza rispondere. Non sembrava nemmeno pi lo stesso. Era invecchiato e dimagrito ancora di pi dall'ultima volta che l'avevano visto, il giorno del suo arresto.
Sollev gli occhi tristi e acquosi sui poliziotti e disse: Mi ha scagionato completamente. Gli hanno creduto. Ma per il resto non vuole parlare. Mi ha giurato che non  stato lui ad aggredire le ragazze, ma non dice quel che sa.  colpa mia, solo mia. Avrei dovuto accettare il vostro aiuto quando me l'avete offerto. Non mi sono fidato, e adesso  troppo tardi.
Pietro gli mise una mano sulla spalla. Vitaliano dette il braccio
alla donna, e si avviarono verso l'auto della questura parcheggiata poco lontano.
C'ho pensato tanto, ma non ho mai notato niente. Non mi sono mai accorto di nulla... Qualcuno l'ha incastrato, ma non vuole dire chi. Si far ammazzare prima di dirlo mormor il custode allungando il passo e abbassando la voce perch sua moglie, rimasta qualche passo indietro con Draghi, non l'udisse. Dovete parlarci voi, provare a convincerlo... Non  stato lui ad aggredire le ragazze. Non ha ucciso nessuno.
Lo so, lo so da prima di voi... ricordate? Purtroppo non ci fanno incontrare vostro figlio. Dovete sapere che  scomparsa una modella, una ragazza infiltrata da noi, se lui sapesse che qualcuno  in pericolo, forse si deciderebbe a parlare. Ma  inavvicinabile, nessuno pu interrogarlo prima che arrivi il ministro, ordine da Roma disse Pietro. Ma sappiamo anche chi  stato. Ormai credo di aver capito quasi tutto. Ma senza le prove... Se vostro figlio non prova nemmeno a difendersi, a raccontare la verit... per lui la vedo bigia.
Antonio si ferm, colpito. Chi  stato? chiese.
 meglio che non lo sappiate, credetemi. Cos eviterete di fare sciocchezze.
Ma se lo sapete... Perch non lo fermate, non l'interrogate?
Draghi da dietro seguiva i loro discorsi e rispose per lui, indicando un bar. Venite, per favore. Sediamoci, parleremo pi tranquillamente. Dovete mangiare qualcosa.
Non ho fame. Magari un caff... mormor Antonio pensieroso.
Devi mangiare mormor la moglie. Dobbiamo farci forza. Asterino ha bisogno di noi, se non mangi...
Entrarono nel caff dalle parti del mercato di Sant'Ambrogio. La giornata era bella, i pochi clienti preferivano i tavoli vicino alla vetrina o fuori sul marciapiede, loro ne guadagnarono uno sul fondo del locale, dove avrebbero potuto parlare senza essere disturbati.
Se sapete chi , perch non lo fermate? ripet Antonio accomodandosi.
Li stiamo cercando, ma per adesso sembrano spariti nel nulla. E non abbiamo prove certe, capite? Incongruenze, alibi che non tengono, qualche bugia. Prove, nemmeno una! E poi hanno preso questa ragazza, bisogna agire con cautela spieg Draghi amareggiato.
Il fatto che non si trovino, per...
Se vostro figlio parlasse insist Draghi sarebbe tutto pi semplice. Cercate di capire, noi non abbiamo che chiacchiere, e loro hanno vostro figlio...
Il mostro... sussurr Antonio, gettando un'occhiata di scuse alla moglie, che si copr il volto.
Venne un ragazzino a prendere l'ordinazione. Poi Pietro domand: Ma perch non vuole parlare? Non si rende conto di essere stato ingannato da chi credeva un amico? Di far la parte del capro espiatorio in questa storia?  in grave pericolo. In questura non sanno ancora che la ragazza scomparsa  collegata al caso, o povero lui....
Non gli importa... Non sapevo della ragazza, altrimenti forse sarei riuscito a convincerlo. Ha detto che di certo c' un motivo per quel che  successo. Che la scelta per lui  fra vivere sapendo di non aver mai avuto nemmeno un amico, o morire rimanendogli fedele. Quel che non dipende da noi non importa, dice. Il fatto che gli altri sbaglino non ci autorizza a fare altrettanto. Ha fatto tutti i suoi ragionamenti sulla fedelt...  un ragazzo sensibile, un dono, ma ha sofferto tanto...
Forse  giunto il momento che ci raccontiate tutta la storia dall'inizio, Antonio disse Pietro.
 presto detto, quando nacque Asterio per noi fu un colpo durissimo. Non potevamo sapere che invece sarebbe stato una benedizione.  una persona meravigliosa, un figlio perfetto, nonostante il suo volto, e forse, penso a volte, proprio per questo. Scelsi il nome pensando alle mie letture, sapete...
L'avevo immaginato ammise Pietro.
Ma me ne pentii. La sua indole, il suo spirito, erano tutt'altro...
Non si poteva fare nulla? chiese Vitaliano.
Ci provammo. Il suo volto era orribile, deturpato da questa massa callosa, che tuttavia non si rivel maligna. I medici ci dissero subito che se avessimo provato a rimuoverla con un intervento il bambino sarebbe potuto morire e che poi... insomma, non era detto di trovare un vero volto dietro di essa... mi capite? In ogni modo sarebbe rimasto sfigurato. Con un'operazione c'era il rischio di tagliare dei vasi sanguigni, causare un'emorragia, un'infezione. Erano altri tempi, sono passati pi di ventanni, e anche oggi...  oramai tardi, capite?
Quanti anni ha Asterio? Dal fisico sembra un ragazzo... realizz Draghi.
Ma quale ragazzo, sembra pi giovane,  rimasto minuto, ma  nato alla fine del 1911, ha oramai quasi ventisette anni.
La donna intervenne: Nonostante ci Asterio era un bambino delizioso. Fin da piccolo non ci ha mai dato problemi.
 vero ammise Antonio commuovendosi e asciugandosi una lacrima con l'indice. Avevamo temuto che la deformazione del corpo rivelasse anche qualcosa di insano nella sua mente. Invece si dimostr subito un bambino intelligente e sensibile, abile nell'apprendere, tanto che ancor prima di mandarlo a scuola sapeva gi leggere e scrivere e passava ore a disegnare. La sua anima era cos luminosa da far dimenticare all'istante la crudele maschera che aveva avuto in dono dalla natura. Noi, quella, la vedevamo, ma non aveva pi importanza. Era solo la scatola, capite? I suoi occhi, il suo sorriso, l'intelligenza viva e la voglia di imparare facevano di lui una persona speciale. La cosa ci tranquillizz e ci rincuor, anche se crescendo...
Il bambino inizi a rendersi conto del suo stato e a soffrirne concluse la moglie riprendendo la parola. E con lui soffrivamo anche noi. Delle occhiate dei passanti, dell'atteggiamento delle altre madri che allontanavano i figli da lui, se ne andavano dai giardini, se arrivavamo noi. Come fossimo degli appestati. Crescendo un po' lui correva loro incontro fiducioso e quando i bambini scappavano rimaneva male. Ci soffriva, povero piccolo. I bambini sanno essere crudeli e i grandi ancora di pi.
Cos decideste che era meglio tenerlo a casa con voi, per non farlo soffrire? domand Draghi.
Provammo a iscriverlo a scuola. Ma non ce l'accettarono riprese Antonio. I genitori degli altri bambini protestarono: avrebbero avuto degli incubi, fatto la pip a letto. Il direttore ci consigli di rinchiuderlo in un istituto per subnormali. Cos rinunciammo all'idea di mandarlo a scuola e della sua istruzione ci siamo occupati noi, come abbiamo potuto. Divorava libri e disegnava continuamente. Come ho detto,  un ragazzo straordinario, un poeta, un artista. E non lo dico perch  mio figlio... si scherm.
Provai a mandarlo a dottrina ramment la moglie a denti stretti. Aveva sei anni, ma mi resi conto presto che il prete lo sgridava e lo picchiava, che si accaniva contro di lui, portandolo a esempio delle conseguenze del peccato davanti ai suoi compagni. E questi lo riempivano di pizzicotti, botte e dispetti. Tornava a casa pieno di lividi. Un giorno mi disse che una bambina gli aveva domandato se lui fosse il demonio. "Sono il demonio, mamma?" mi chiese con gli occhi lucidi.
Allora andai dal prete e gliene cantai quattro. Gli dissi che io e mio marito non avevamo fatto nessun peccato mortale! Che accanirsi su un infelice come faceva lui era da vigliacchi e poi dalla rabbia... gli dissi anche che se questa era la compassione del suo Ges, be', allora il Vangelo che avevo letto io era un'altra edizione!
Pietro rimase sbalordito dalla propriet di linguaggio della donna.
Antonio colse la sua sorpresa e disse: Per fare da maestri a un figlio si  dovuto studiare e anche mia moglie ha studiato e letto tanto. Asterio ci ha resi migliori.
Quindi alla fine si decise di tenerlo in casa con noi, e di portarlo fuori o lasciarlo uscire solo se necessario continu la donna, immersa nei ricordi. Non dava fastidio a nessuno, usciva solo nel pomeriggio per andare in Boboli a disegnare: nelle ore calde il giardino era per lo pi deserto. Un giorno, aveva poco pi di otto anni, fu sorpreso da un gruppo di ragazzi pi grandi che lo riempirono di botte e tentarono di gettarlo nella fontana. Non vedendolo tornare, Antonio era andato a cercarlo, arriv appena in tempo per strapparglielo dalle mani prima che lo affogassero. Era ridotto in uno stato pietoso e cos spaventato dai suoi simili che per molti anni non usc pi di casa e non volle vedere nessuno. Tremava al semplice suono del campanello.
Antonio le vers un po' d'acqua e riprese al suo posto. Da noi veniva solo il professor Bazzani, pace all'anima sua, gli faceva scuola di disegno, meravigliato dal suo talento. Veniva a casa e, saputo che avevo chiamato il bambino Asterio, come avevate capito, prese a chiamarmi Mino, invece che Nino, anche davanti agli altri, e in molti l'imitarono. Alludeva, naturalmente, come avete capito, a Minosse, che teneva nascosto il figlio dalle orribili fattezze. Lo diceva con affetto: voleva bene al bambino e l'avrebbe
preso volentieri come allievo nella sua classe riconoscendone il grande talento. Anche ad Asterio, che aveva ormai dodici anni, sarebbe piaciuto tanto frequentare la scuola d'arte, ma il direttore di allora, vedendolo, me lo sconsigli vivamente. Non aveva la licenza elementare. Era un invalido. Non si sarebbe trovato bene. Il professor Bazzani, pace all'anima sua, prov a convincerlo. Il direttore disse che sarebbe stato maltrattato dai compagni e fonte di distrazione per loro. L'idea di fargli indossare una maschera fu scartata, giudicata un rimedio peggiore del male stesso. Alla fine facemmo una prova. Quando Asterio si present in classe, tutti si misero a urlare, un ragazzino svenne. Dovemmo rinunciare. Asterio ci rimase male, disse che non sarebbe voluto andare pi da nessuna parte. Fu un periodo difficile, che divenne anche peggio quando cominci a sviluppare. Soffriva molto, disse che non avrebbe pi messo il naso fuori di casa. Poi scopr l'Istituto, il labirinto, le mie chiavi e i passaggi della servit, le soffitte, le intercapedini, i magazzini sotterranei, i solai di canniccio percorribili appena, e pens che avrebbe potuto andare anche lui a scuola, ascoltare le lezioni, disegnare, stare a fianco dei compagni, se solo fosse stato invisibile. Gli anni passarono, il professore mor, il direttore cambi e tutti si dimenticarono di lui. Ai colleghi dissi che era morto in un istituto ricevendo da tutti le condoglianze. Sarebbe vissuto con noi, e poi... dopo la nostra morte, c'avrebbe pensato il Signore. Almeno cos ci dicevamo. Pensavamo che avesse solo me e mia moglie, ma evidentemente qualcuno l'ha scoperto, l'ha avvicinato, si  finto suo amico. Ora se voi sapete chi , dovete dirmelo... li supplic ancora Antonio.
 meglio che non lo sappiate e che lasciate fare a noi ripet Pietro, e la moglie di Antonio annu. S,  meglio. O questo capoccione chiss cosa combina. Per dovete muovervi in fretta perch non ce lo fanno nemmeno vedere.
S, ci sono troppi nodi da sciogliere, in troppo poco tempo ammise Draghi. Per questo dovete scusarci, se non vi accompagniamo a casa in auto. Vi terremo informati. Voi, per l'amor di Dio, se volete aiutare vostro figlio, non fate niente. Intesi? Cercate di dormire e di mangiare!
Antonio annu, e la moglie fece lo stesso.
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Capitolo 56.
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Quando arrivarono sull'orlo del crepaccio, Armenia e Pistoiesi guardarono gi: il corpo nudo di Ernestina era rotolato fra l'erba e le foglie e caduto oltre il dirupo. La sua corsa era stata miracolosamente arrestata dal grande fusto di un faggio abbarbicato a un piccolo gradino di terra sottostante. La ragazza doveva avervi sbattuto e questo le aveva impedito di precipitare oltre. A occhi chiusi, immobile, in quell'assurdo gioco di specchi e di somiglianze, Corinne giaceva dieci passi sotto di loro, bocconi, e non si muoveva. Si sporsero per vederla meglio, e fu subito chiaro che non si trattava di un dente naturale, di una frana, ma che il bosco in quel punto aveva ceduto per opera dell'uomo: era una cava a cielo aperto che piano piano, avanzando, si mangiava la collina. Ancora pi in basso, videro le grandi ruspe, una betoniera e i monti di ghiaia intorno alla grande struttura in ferro fatta di rulli trasportatori per i sassi, le cisterne e un grande forno per la produzione della calce. A quel punto, da qualche parte dal fondo del bosco, si udirono il latrare dei cani e poco dopo le voci di alcuni uomini. Una squadra di cacciatori accorreva da basso, lungo il fronte della frana, richiamata dagli spari e dall'urlo.
I cani al guinzaglio arrancavano in salita verso di loro e gli uomini urlavano parole indistinte alla figura scura che come un fantasma scorgevano all'apice dell'erta scoscesa. Armenia, implacabile, si sporse reggendosi a un querciolo e rivolse l'arma contro la schiena della sua vittima. I cacciatori da gi la videro puntare nel vuoto. Mir e premette il grilletto. La pistola fece solo un clic metallico: non aveva pi colpi.
Ferma! Chi sei?! url da lontano un giovane che affannosamente stava risalendo lungo il bordo del crinale tirato da tre grossi segugi al guinzaglio. La donna scomparve correndo via scompostamente, pi veloce che poteva, per rifare la strada al contrario. Tutto era accaduto in pochi minuti. Puntava il bastone sulla terra con perizia, cercando il punto buono per non affondare. Chiamava il nome del compagno, temendo di cadere o che la gamba di legno le uscisse dal moncherino.
Ma Pistoiesi, da vigliacco qual era, s'era gi allontanato da tempo, nell'attimo stesso in cui aveva sentito i cani e intravisto i cacciatori. Impaurito e sconvolto era gi tornato verso la chiesa, entrato nella casupola-studio del pittore, vi aveva trovato Vichi a terra in una pozza di sangue, con gli occhi sbarrati e le mani ancora premute con uno straccio sul ventre insanguinato. Allora era stato preso dal panico: conosceva il codice Rocco e si vide di fronte al plotone d'esecuzione. Maledisse il giorno in cui si era ficcato in quella faccenda e si era innamorato di Corinne. Eppure era cos geloso del suo maestro, gli era cos insopportabile vederla insieme a lui... Improvvisamente le umiliazioni che gli infliggeva e che lui accettava quasi sorridendo, come se non lo riguardassero, gli erano divenute insopportabili. Aveva dovuto tenersi per non rispondere o saltargli al collo. Poi li aveva visti amoreggiare nascosti nel parco e aveva deciso di tentare il tutto per tutto e dichiararsi a lei. Ma non aveva fatto in tempo: prima che potesse farlo l'avevano trovata morta. Si, quell'uomo meritava d'essere ammazzato, a qualsiasi costo, pens, pervaso da un impeto romantico. Quando risollev la testa vide, oltre il cadavere di Vichi disteso a terra, il volto e il bel corpo di Corinne sul cavalletto di fronte al divano verde. Adesso sembrava proprio Ernestina: le due ragazze erano diventate nella sua testa una cosa sola. Il quadro era quasi finito ed era bellissimo. Il pi bello che Vichi avesse mai dipinto. Lui non sarebbe mai riuscito a disegnare in quel modo e ne soffriva, ma prima di tradirlo, di doverlo dare in pasto alla polizia per salvarsi, aveva avuto chi ci riusciva per lui, mille volte meglio. Tremava. Richiamato dalle grida di Armenia, scost gli occhi dal quadro e torn di corsa verso l'auto.
Svelto! Sali in macchina! gli url lei. Farabutto, lasciarmi cos, nelle mie condizioni! Vigliacco!
Non fecero in tempo a chiudere gli sportelli che tre enormi segugi comparvero nel piazzale e presero a girare intorno all'auto e ad abbaiargli dietro, mentre si allontanavano a forte velocit. I cani li rincorsero lungo la strada, alla fine si fermarono, ormai stremati. Dopo un po' anche il giovane cacciatore comparve, vide appena la macchina scomparire in lontananza e i cani esausti e delusi riprendere fiato in mezzo alla strada. Cap di non avercela fatta a fermare la donna. Allora fischi per richiamare gli animali e torn indietro nel bosco, di corsa, desideroso di ricongiungersi ai suoi e di conoscere le sorti della ragazza nuda che aveva solo intravisto al suo passaggio, sporgendosi dal crepaccio. Una dea in bilico sul nulla, appena trattenuta da un albero su un gradino di terra dieci metri sotto di lui.
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Capitolo 57.
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Pietro, Bianca, il Parrini e Caterina, tornarono dalla Rufina con una Balilla della questura. In auto c'era una certa euforia, tutti erano cos contenti che avrebbero cantato. Parrini s'era messo l'uniforme da brigadiere e aveva portato le carte da far firmare alla presenza di un notaio del paese.
Avete visto che faccia ha fatto mentre consegnava i soldi della vendita della casa e quelli prelevati dal libretto di risparmio del babbo? Sembrava che le strappassero il cuore. Mi ha fatto quasi pena disse Bianca.
Pena un fico secco! ribatt Caterina. Ti sei gi dimenticata cosa ha fatto al babbo e a noi? Cosa voleva fare a te? Sapessi quante me ne ha date! Ho anche pensato che l'avesse ucciso lei.
Bianca abbracci la sorellina. Era tanto per dire. Sono cos contenta che si sia di nuovo insieme! No che non l'ha ucciso.  cattiva, ma mica scema: babbo la manteneva e lei non faceva nulla.
Anche Parrini era contento: per motivi suoi e per Caterina. Domand come avessero fatto a convincere la donna a dare il dovuto alle bambine, rinunciare all'eredit del marito e alla patria potest. Pietro gli raccont ogni cosa e Caterina aggiunse i particolari e disse che le sarebbe tanto piaciuto passare a salutare i signori che l'avevano aiutata la notte in cui era stato dato il via al piano, alla Rufina.
Certo che li saluteremo, non appena s'arriva a Firenze, troveremo il Faina e Burdino ad attenderti. Si sono offerti di comprarti un gelato, sei contenta?
S! url quasi Caterina. Sono delle cos brave persone. Cosa avrei fatto senza di loro?
Parrini alla guida scoppi a ridere, mentre Pietro cominciava a essere seriamente preoccupato per Asterio e soprattutto per Ernestina, della quale da troppe ore non v'erano notizie. Se l'hanno uccisa... pensava. Poveretta lei e poi... per Vitaliano sar un altro colpo terribile, dal quale potrebbe non riprendersi pi.
Senza informarne il questore, era stato diramato un ordine di cattura interno all'ufficio per Artemio Pistoiesi e Arminia Ciccatelli, dei quali non c'erano pi notizie da giorni. Se i due avevano preso il volo, per Asterio sarebbe stata la fine. Per la mattina dopo si attendeva l'arrivo del ministro da Roma, ma con Asterio chiuso in un ostinato mutismo, la sentenza poteva dirsi gi pronunciata e la sua fine certa. Dopo di ci, i due sarebbero potuti ritornare alle loro vite, semplicemente dichiarando di non aver mai avuto nulla a che fare con il mostro o con l'omicidio dell'Umberti, evidentemente da lui perpetrato.
Parrini, dando un'occhiata allo specchietto retrovisore, si accorse che Bianca e Caterina, venuta meno la tensione per l'incontro con la terribile matrigna, si erano addormentate abbracciate sul sedile posteriore.
Pietro? Non vi ho ancora ringraziato abbastanza per la faccenda del pappone di Immacolata.
Pietro scosse la mano nell'aria.  andato tutto bene? Secondo il piano?
Liscio come l'olio. Stavo appunto pensando che il piano per liberare la bambina in modo legale somiglia tale e quale al mio e si vede che  partorito dalla stessa testa, la vostra!
Raccontatemi com' andata.
Ho fatto come avete detto voi. Ho atteso che il tipo uscisse dalla camera con cucina che affitta in via della Condotta, e poi ho sguinzagliato il Faina. Lui mi ha aperto le porte e io ho nascosto sopra l'armadio della camera dell'uomo le tessere e i timbri che mi avete dato, pi qualche volantino antifascista che avevo sottratto all'archivio. Come avevate immaginato voi, ce n'erano un bel mazzo e nessuno aveva pensato di contarli, n si sarebbe accorto della loro mancanza. Li ho messi in una busta, con su scritto il nome del nostro uomo, e sistemati sull'armadio insieme al resto. Sembra che le tessere le abbiano rubate di recente dalla sezione del fascio di San Donnino. Inutile che vi chieda come mai le avevate voi, suppongo.
A caval donato non si guarda in bocca comment Pietro, lapidario.
E soprattutto non gli si fanno domande acconsent Parrini, divertito e meravigliato dalla capacit di sorprenderlo di Pietro, ma riprese subito a raccontare: Poi ho scritto con la sinistra una lettera anonima, nella quale spiegavo di averlo sentito parlar male del Duce e del governo, come avete detto voi. Riferivo di riunioni, incontri con persone sospette che il nostro uomo metteva su con la copertura del magnaccia. Nemmeno ventiquattr'ore e la polizia politica gli  piombata in casa, ha scovato le tessere rubate e i volantini. Lui non c'era, l'hanno aspettato e io da lontano mi godevo la scena fumandomi una sigaretta, insieme a Immacolata. Mio Dio, quante botte e labbrate gli hanno dato. Mi hanno fatto sentire quasi in colpa. Immacolata si stringeva a me, era terrorizzata da tanta violenza, l'ho portata via mentre loro portavano via lui. Stamattina il giudice Toccafondi ha emesso d'urgenza la sentenza, durissima. Gli avvocati non hanno detto granch. Finch si trattava di sfruttare delle prostitute e di accuse
circa reati comuni, son tutti bravi, ma contro il partito non si mettono, non quella razza l d'avvocati. In giro questo non si rivede, se gli va bene lo mandano al confino, senn in carcere.
Lo conosco questo giudice, emette sentenze lievi alternate ad altre durissime, chiss perch comment Pietro, pensando al fatto che il conte Zaroff non si fosse certo disturbato per pilotare quella del pappone, dal momento che non era uno dei suoi. Meglio che gettarlo in Arno e finire fucilati per omicidio, non credi?
Meglio s! ammise Parrini. Ma stavo dicendo, appunto, che mi pare la stessa trappola aggiunse.
Solo allora Pietro si rese conto che aveva ragione, che in tutte le loro indagini per venire al nocciolo delle questioni avevano sempre teso delle trappole. Nel caso del senatore c'era quasi andato di mezzo un innocente, e da allora aveva iniziato a fare pi attenzione, ad accertarsi della colpevolezza di coloro che incastravano, come la matrigna, il giudice fascistissimo o il pappone. Adesso, a cadere in una trappola architettata da altri era stato Asterio, il figlio di Antonio, e quella trappola rischiava di trasformarsi in una tagliola e mozzargli la testa. Il mostro era stato catturato, ancora qualche giorno e se non fosse stato per l'imminente arrivo di Hitler la storia sarebbe stata data in pasto ai giornali e Asterio sbattuto in prima pagina. Il ministro non voleva per che Firenze e l'Italia fossero messe in cattiva luce da fatti cos incresciosi o da altre notizie di cronaca nera. Se la sarebbe sbrigata da solo, era assetato di giustizia e stava arrivando.
Forse sarebbe occorsa un'altra trappola per far uscire allo scoperto i colpevoli che si erano rintanati da qualche parte, chiss dove. Grazie alla deduzione di Parrini, inizi a pensarci e non apr pi bocca per il resto del viaggio. Quando arrivarono in piazza dei Pitti, Burdino e il Faina erano l che guardavano le borsette delle straniere intente a comperare cartoline da spedire a casa,
sforzandosi di resistere alla tentazione di mettere in scena uno dei loro numeri. Non erano borseggiatori, ma il Faina sapeva fare anche quello, aveva un passato di ragazzino impegnato a sfilare portafogli sugli autobus di linea con un vecchio maestro. Quando veniva preso, quest'ultimo interveniva, mostrava il documento, si qualificava come maresciallo e prendendolo per un orecchio lo portava via sottraendolo a schiaffi, ritorsioni e altro prima che arrivasse una guardia vera. A volte tratteneva anche il portafoglio come prova, promettendo la restituzione tramite raccomandata.
Era una giornata di sole.
Se non vi spiace, disse Pietro mentre voi mangiate il gelato io vado a farmi fare un ritratto. Gli altri, non conoscendolo come un vanesio, lo guardarono sbalorditi. Poi risero, pensando che fosse una battuta.
Pietro si avvi verso la solita piazzetta, e trov il pittore impegnato a discutere con un turista per la vendita di un acquerello. Si avvicin per guardarne uno a sua volta. Liquidato il turista con un nulla di fatto, il pittore gli si rivolse gi irritato. Allora, quale vi piace? domand. A Pietro stavolta sembrava pi alto, eppure era lui. Avete ci che aspetto? Siamo troppo a ridosso e se dobbiamo metter su l'affresco, occorre avere il bozzetto.
Pietro annu. S disse. So come fare. Venite alla pensione Gloria del cavalier Pompilio buon'anima, prendete una camera, ne parleremo l. Buongiorno!
E il ritratto? domand il pittore.
M' bastato quello dell'altra volta. L'ho venduto agli Uffizi e ci vivo da nababbo! Oggi desino io, vi dispiace?
L'uomo si scappell con un'espressione rammaricata e disse: Avete almeno qualcosa per una bevuta?.
Pietro esasperato sospir, sollev gli occhi al cielo e frugandosi nel panciotto tir fuori una moneta per l'uomo. Bevete alla mia salute disse, e si allontan con un piccolo acquerello fra le mani che quello nel frattempo gli aveva consegnato. Rappresentava Palazzo Pitti, almeno nelle intenzioni. Pietro lo guard a lungo e giunto in piazza cerc con gli occhi un canto dove gettarlo, non trovandolo subito lo pieg in due e se lo ficc nella tasca della giacca.
Bianca, Caterina, il Faina e Burdino avevano gi concluso la questione gelato. Parrini se n'era dovuto andare, per riportare l'auto alla questura. La bimba era stata attratta da uno spettacolo di cagnolini e Pietro li trov seduti al sole su una panchina con l'anziano clown che aveva gi conosciuto che abbracciava il Faina. Pietro li avvicin per dire che aveva fatto e lo salut.
Fateci vedere il ritratto chiese Caterina, e Bianca le spieg che s'era trattato di uno scherzo. L'ometto vestito da clown, invece, rimase interdetto nello scoprire che Pietro conosceva anche il Faina.
Ma voi allora fate la collezione! esclam, guardandolo con sospetto.
Pietro rise: Il mondo  piccolo, Faina  un amico!.
Pietro, vi presento il migliore di tutti!  stato il mio maestro. Peccato che abbia smesso!
Tu faresti bene a smettere anche te, caro Paolino, si vive meglio, e io mi sento in colpa a pensare che t'ho addestrato io...
Macch colpa, io ho cambiato mestiere ormai da tempo. Non ero bono per quella roba l. Ci battevo sempre il muso, ricordate? Vi toccava intervenire due volte s e una no!
Risero.
Lui fa il pagliaccio, ma che lavoro fate voi due? chiese Caterina incuriosita.
Pagliaccio, artista semmai! la corresse l'ometto.
Io sono un fabbro e lui  il mio aiutante spieg il Faina senza badargli.
Ma io ho anche un locale, mio padre ha una specie di ristorante.
S, c'hai il Sabatini! Cala, cala! lo canzon Faina.
Burdino divent rosso. Voleva fare bella figura con Bianca, non le levava gli occhi di dosso.
 un po' scemo: lo chiamano Mezzo Bicchiere, ma  bravo e buono di cuore spieg pi tardi il Faina a Bianca, senza farsi sentire dal ragazzo e lei annu, a significare che l'aveva capito anche da s.
Cos voi state mettendo su una banda di ladri? domand l'uomo spingendo il suo passeggino con i cani, tutto decorato tipo piccolo carrozzone da circo. Per questo volevate che venissi a trovarvi? Con me cascate male! Io oramai sono onesto! Un cittadino timorato della legge!
Nemmeno per sogno disse Pietro. Ero solo curioso di conoscervi.
Sar, ora per vi prego di scusarmi, ma devo tornare a lavoro, senn mi rubano i' posto. Firenze  piena di ladri e di fascisti, oramai! disse l'ometto tornando indietro verso la fontana.
Con il Faina e Burdino si salutarono all'altezza della stazione. Prima di avviarsi, Burdino volle inchinarsi e gli dispiacque non avere il cappello. Bianca disse che era stato un piacere e si inchin a sua volta. Sbagli, perch questo accese le speranze del ragazzo, che si innamor all'istante di lei. Rimase a guardarla finch non scomparve e solo uno scapaccione del Faina lo riport nel mondo.
Non  roba per te, da' retta e pulisciti il naso!
Quando Pietro e le ragazze giunsero alla pensione, Filomena apr e li accolse con tutti gli onori.
C' un signore che ha chiesto di voi. Ha preso una camera disse a Pietro.
Pietro si meravigli che fosse gi arrivato e si fece dire la camera. Buss, la porta si apr. La stanza era immersa nella penombra.
Siete voi, Pietro?
E chi deve essere?
Dovreste avere un acquerello da mostrarmi.
Pietro si ricord di non averlo buttato, per fortuna. Non aveva immaginato che servisse a quello scopo. Lo cerc nelle tasche e lo porse alla sagoma scura di fronte a s. L'uomo accese un lumino del comodino rimanendo con il volto celato nell'ombra.
S,  lui. Nessun altro dipinge cos male disse. Chiudete la porta e ditemi tutto.
Intanto nell'altra stanza Filomena aveva fatto sedere Bianca e Caterina e si affaccendava a cercare dei biscotti da unire a un caff d'orzo che stava gi riscaldando.
Caterina si pieg in avanti e chiese piano a Bianca: Ma perch questo signore  vestito da donna?.
Il commendatore, in punta di piedi per arrivare al barattolo dei biscotti destinati agli ospiti e alle grandi occasioni, la sent e imprec fra i denti sudando freddo.
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Capitolo 58.
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Aspetteremo che si calmino le acque e poi ci faremo vivi e ci inventeremo qualcosa spieg Armenia bevendo il caff. Era risentita. Questo caff fa schifo! Era meglio se prendevo del latte. E quel pastore mi guarda come se non avesse mai visto una donna.
Sei sicura di averla u-u-uccisa? domand Pistoiesi mordendosi una pellicina sul pollice con accanimento.
S, ucci, ucci, sento odor di cristianucci! lo canzon Armenia, scontrosa. L'ho colpita, ne sono certa, ed  caduta gi, sbattendo su una pianta, in bilico sullo strapiombo della cava. Una striscia di terra, un dente appena, da quel che ho potuto vedere. Di sicuro sar precipitata prima che siano riusciti a soccorrerla. Sono abbastanza certa che sia morta.
Povera ragazza, so-somigliava cos tanto a Co-corinne disse lui ignorando la presa in giro.
Ora non fare finta che te ne importi qualcosa... Sei un sorcio! Non ti importa di nessuno, nemmeno di Corinne ti importava. Odiavi l'Umberti, come me, ecco tutto! E quella l era una spia: lo capisci o no? Non ci ha dato scelta. E la somiglianza era solo una coincidenza, forse il frutto di una suggestione. Tutti a dire che le somigliava! A me non sembrava, Corinne era molto pi bella e lei, chiunque fosse, ha avuto ci che meritava.
Non  giusto quel che dici. Esageri sempre! Hai ucciso anche Vi-vichi, era ne-necessario?
Sei uno senza spina dorsale! Dovevo saperlo. Il professore si era fatto intenerire dalla somiglianza con Corinne. Ci avrebbe fatto fucilare tutti. Lo capisci?
S, lo capisco, ma-ma...
Ma un cavolo! Sei scappato come un pollo, invece di aiutarmi. Se m'avessero presa? Se fossi caduta? Non ci pensi? Sei un vigliacco, ti cachi addosso, ecco cosa! L'Umberti su questo aveva ragione: non hai le palle! Per questo hai accettato di far parte del piano, perch l'odiavi, non certo per Corinne. Li conosco io quelli come te. Non t'importa che di te stesso e l'idea che qualcuno facesse ci che non avresti mai avuto il coraggio di fare...
Pistoiesi si risent. Era scappato, non poteva negarlo, ma chiunque al suo posto... Si volt deciso a farle male: E tu perch l'hai fatto, per Co-corinne? O per come l'avevi sorpreso a sbe-sbeffeggiarti con gli studenti facendoti il verso mentre camminavi? O magari per quella volta che durante una seduta aveva picchiato sulla tua gamba di legno con le nocche e chiesto agli studenti che ne facessero sentire la mo-morbidezza nel loro disegno? O meglio ancora, perch ci provava con tutte tra-tranne che con te?.
Zitto, imbecille! C' il tipo!
Sedevano a un tavolo a fianco della casa, all'ombra di un grande castagno che dava sui prati dalle parti di San Marcello Pistoiese. Avevano trovato alloggio presso una famiglia di pastori che dava da mangiare, e qualche volta anche pensione, ai turisti di citt di bocca buona e agli amanti delle passeggiate. L nessuno li avrebbe cercati e i loro soldi sarebbero durati a lungo.
Il pastore che li ospitava leg il mulo a un anello di pietra murato vicino alla porta di casa. L'animale, bigio e paziente, aveva la bisaccia piena degli acquisti fatti e muoveva le orecchie e la coda per scacciare i tafani.
Siete sceso in citt, signor Rutilio? domand Pistoiesi senza incheccare, di nuovo padrone di s. Mi avete comprato il giornale come vi avevo chiesto?
Il pastore lo cav fuori dalla tasca posteriore dei pantaloni e sorrise, dicendo che stava appunto per portarglielo. Ogni scusa era buona per avvicinarsi alla ragazza ed era contento, perch sentiva che fra i due giovani correva maretta: dovevano aver litigato.
La mia signora chiede se avete bisogno d'altro.
No, grazie! disse Armenia, fumando con la sua posa da diva e lanciandogli un'occhiata sprezzante.
Servo vostro rispose con un inchino l'uomo, che da quando era arrivata non le staccava pi gli occhi dalle gambe, poco importava che una fosse strana, zoppa anzi. C'era qualcosa di inquietante nella ragazza, che lo attraeva fino a farlo uscire matto e che aveva messo in allarme la moglie. Nonostante il bastone, lei s che era una vera femmina, come quelle delle riviste e del cinematografo. Faceva l'altezzosa, andava a giro con quel perticone con l'aria del rammollito. Avrebbe saputo ben lui come farla contenta. Si allontan, dopo averle gettato un'occhiata che era tutta una promessa.
Artemio apr il giornale e prese a esaminarlo palmo a palmo, mentre Armenia, ignorando il pastore, guardava verso le montagne e il pascolo e due grandi mucche dall'aria annoiata che ruminavano all'ombra di un albero. C'era una pace l intorno... Se non fosse stato per quell'orribile pastore, l'odore di stalla nell'aria e i tafani che non davano tregua, sarebbe voluta rimanere l per sempre.
Perch diavolo ci siamo ficcati in questa fa-faccenda? si lament Pistoiesi con la voce tremante. Gli veniva da piangere, adesso, come un bambino e di nuovo l'intestino gli si attorcigliava per la tensione. C'erano in lui due stati d'animo che si alternavano: quello da cagnetto spaurito e pentito, tartagliante, disposto a subire ogni cosa pur d'avere un tozzo di pane dal padrone, e un altro, rancoroso, segreto, che ce l'aveva con quel mondo incapace di riconoscere i suoi meriti e pronto a dileggiarlo e metterlo in ridicolo. Era stato quel secondo cane rabbioso e pronto a mordere la mano del padrone che l'aveva portato fin l.
Nella pagina della cronaca, un piccolissimo trafiletto annunciava l'arresto di un sospettato per l'omicidio del professor Umberti, celebre scultore e artista di fama internazionale. Secondo indiscrezioni sarebbe rimasto vittima di un mostro, un pazzo omicida, che aveva agito per invidia e mitomania. Lo lesse a voce alta.
Perfetto! disse Armenia.
Pistoiesi riprese fiato. Quando troveranno Vichi che succeder?
Penseranno che sia stato ucciso dalla stessa persona che ha ucciso la ragazza, ma non da noi, piuttosto da una qualche amante gelosa. Il professore, la modella... due corpi a poche centinaia di metri.
Ma ti hanno visto. Hanno visto una donna continu Pistolesi dubbioso. Pensi che il ca-cacciatore potrebbe ri-riconoscerti?
No, ero troppo distante. Te l'ho detto, penseranno che l'amante di Vichi li abbia colti in flagrante e abbia prima ucciso lui e poi inseguito lei, ancora nuda, per gelosia, facendole fare la stessa fine. Io ero con te, non ricordi? Ed eravamo da tutt'altra parte, mettitelo bene in mente!
Ma se ti ha visto zoppicare?
Non credo, avevo troppo vantaggio! disse lei risentita. Ogni
riferimento alla sua menomazione l'irritava, fin da bambina. Forse era davvero per questo che aveva acconsentito a infilarsi in quella storia e si era trovata immischiata nell'omicidio dell'Umberti.
Forse hanno visto anche l'auto, non ce ne sono tante cos.
Mica  nostra. Non possono risalire a noi.
Istintivamente guardarono la macchina, parcheggiata all'ombra di un noce vicino a un edificio in pietra. Era bellissima, nera, lucida e dal profilo aggressivo. Ce n'erano poche in giro, in quel modo.
Dovevo riportarla subito e invece...
Al diavolo, la lasceremo da qualche parte. Penseranno sia stata rubata da qualcuno per farsi un giro disse la donna.
Un'auto meno a-appariscente sarebbe stata meglio...
Del resto quella c'era, e bisognava correre a controllare che Vichi facesse la sua parte. Come vedi, avevo ragione a dubitare! Se non intervenivamo, lui la lasciava andare e s'era gi tutti in galera!
Poi gli occhi di Artemio, che stava scorrendo il giornale, si posarono sull'annuncio dei concorsi.
Non  possibile! esclam alzandosi in piedi. La cattedra... La selezione del posto a cattedra di disegno dal vero che doveva essere a fine maggio, l'hanno anticipata a domani mattina. La commissione si riunir per i colloqui e l'analisi dei disegni degli aspiranti. Ci sono Torrigi e Carruffi e io... io sono qui. Dobbiamo tornare subito indietro!
Armenia si fece seria. Sospettosa.
Scendiamo in paese, telefonerai al direttore e chiederai se qualcuno ti ha cercato, poi indagherai sul perch la selezione sia stata anticipata. Bisogna essere prudenti.
Ma quale prudenza? Hai detto tu stessa che non sospettano
di nulla. Hai visto il giornale? Hanno il loro mostro. Standosene nascosti cos rischiamo di far pe-peggio, di ammettere la nostra co-colpevolezza!
Non lo so. Qualcosa non mi quadra. Scendiamo, ti dico! insistette la ragazza spegnendo la sigaretta nel bicchiere del surrogato.
Non appena in paese e raggiunto il posto telefonico, chiamarono la direzione. Professor Pistoiesi? Ma dove eravate finito? Avete saltato due lezioni senza avvertire lo rimprover il direttore. Ho dovuto anticipare la selezione per la cattedra per motivi burocratici, indicazioni ministeriali, ero preoccupato. Come dite? Uno zio gravemente malato, siete dovuto partire senza avere il tempo... Ma guardate che se non siete qui domattina la vostra occasione prende il volo. Ce la farete? Come dite? La questione dell'omicidio...  conclusa, se Dio vuole, il colpevole  stato catturato, una storia incredibile... S, tutto a posto, vi racconter. Da non credere! Da non credere! Per fortuna i giornali non ne parlano molto, sapete, c' la visita di Hitler, direttive del ministero, ma vedrete... ! Il figlio di Antonio, il custode, proprio cos, da non credere! Non si conosce mai abbastanza la gente... Vi dico di s. Ha un figlio! Da anni costui girava per la scuola senza farsi vedere. Viveva nascosto qui dentro, capite? Uno scandalo! Dobbiamo ringraziare la visita del cancelliere se ci salveremo... S, certo... Si tratta di uno psicopatico,  mostruoso, dovreste vederlo, lo condanneranno a morte... Certo s, oppure, se sopravvive alle ire del ministro, lo aspetta il manicomio criminale... Ma dove siete? S, benedetto ragazzo, sbrigatevi! Vi pensavo una persona pi affidabile... Se vi ha cercato qualcuno? Ma no! Chi volete che vi abbia cercato? I vostri allievi? Ho dovuto mandarci Carruffi, era felicissimo di fare supplenza, e sapete che vi dico? Anche i ragazzi erano contenti...
Il direttore riattacc, guard soddisfatto i suoi ospiti seduti di fronte a lui oltre la scrivania e domand: Allora, come sono andato?.
Dovevate fare l'attore disse Vitaliano e anche Pietro annu. La trappola era stata tesa, adesso non restava che attendere.
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Capitolo 59.
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Il primo sole rischiarava appena il cielo sopra l'ampio cortile del carcere delle Murate, quando in via dell'Agnolo s'ud come ogni mattina cantare un gallo da un cortile interno delle case vicine e le voci dei detenuti maledire lui e il suo padrone. Poco dopo part la sega della falegnameria e tutta la via si svegli.
Il vecchio Bruni, questurino a un passo dalla pensione, si alz a fatica dal suo giaciglio e and alla finestra per vedere se il furgone per il trasporto dei detenuti e le guardie fossero gi arrivati. La sua sagoma tozza e dalle gambe arcuate avanz nel corridoio del braccio sud, con il suo passo incerto dal suono inconfondibile, accompagnato dal lieve tintinnio delle chiavi che teneva appese con un moschettone a un passante dei pantaloni. In quel carcere, senza aver mai commesso nessun reato, c'aveva passato la vita. Ne aveva visti di delinquenti e di mostri, perfino un maniaco che uccideva le bambine ma a vederlo sembrava un impiegato del catasto.
Era ancora giovane, allora, e aveva imparato subito che a volte le apparenze ingannano. Era vero per, e lo sapeva, che la vita che fai ti cambia la faccia, te la segna e te la trasforma, ma lo stesso non puoi fare affidamento su quella per giudicare il prossimo. Gli bastava guardarsi allo specchio per esserne certo: la sua faccia s'era allentata, era calata gi dal suo volto di cera, gli occhi erano
diventati vacui, come quelli di un cane triste, ma erano rimasti i suoi. Le facce mentono. In tanti anni aveva visto tutto e il contrario di tutto: nasi rotti e raddrizzati male, cicatrici da coltello, labbra tumide e molli da pervertiti, brutti ceffi che mettevano i brividi a guardarli e poi magari, qualcuno fra questi, si commuoveva per un uccellino caduto dal nido, accudendolo a molliche con amore paterno e non avrebbe fatto male a una mosca. Di contro rammentava un ragazzo bellissimo, biondo e delicato come un angelo, che aveva tagliato la gola ai genitori nel sonno ed era scappato con quattro soldi per andare a ballare. Eppure, da subito, a lui quel giovane bello come un angelo aveva fatto pi paura di tutti gli altri. Cos aveva imparato che se  vero che le facce possono mentire, a non mentire mai sono gli occhi. Succede qualcosa agli occhi dei malvagi man mano che vanno avanti nella loro perdizione. Si animano d'una luce nuova e sconosciuta, diversa da tutte le altre, un bagliore che pu essere di rancore nei confronti del mondo, d'avidit nei truffatori, di cupidigia nei depravati, di esaltazione negli anarchici, di lucida follia omicida o di spietata e indifferente freddezza negli assassini.
Quando aveva visto Asterio, o meglio, il mostro, come da subito avevano preso a chiamarlo i colleghi e i detenuti, era rimasto anche lui inorridito. Dalle celle i carcerati si erano sporti a urlare, l'avevano offeso, ingiuriato, qualcuno aveva tirato un torsolo di mela o una tazza di smalto, e se non l'avessero messo in isolamento, probabilmente non sarebbe durato che qualche ora. Quegli uomini che in cuor loro si sentivano puri e ingiustamente accusati, quando non addirittura prediletti figli di Dio, erano andati in solluchero vedendo sfilare un mostro vero e proprio, qualcuno senza ombra di dubbio peggio di loro, contro il quale poter scagliare il proprio biasimo ergendosi a giudici.
Signore! Come faremo a riconoscere i malvagi? aveva urlato la voce del predicatore dalla 42. Non vi preoccupate, che ve li segner affinch voi possiate riconoscerli!
Eppure, quando pi tardi l'anziano questurino era andato a portargli il pranzo e il ragazzo si era voltato, dopo esser riuscito a trattenere un moto di ribrezzo alla vista del suo volto deforme, ne aveva visto gli occhi arrossati di pianto, e quegli occhi gli erano rimasti piantati in mente per tutta la notte, perch quelli, comunque fossero andate le cose, non erano gli occhi di un assassino.
Il ragazzo era sveglio, singhiozzava rannicchiato sul lurido giaciglio. Sopra la sua testa, illuminato dalla luce radente e rosata che entrava dalla finestrella, sull'intonaco, fra scritte e date d'ogni genere, era stato tracciato un disegno su una porzione di muro bianco. Al mostro avevano tolto i lacci delle scarpe, la cintura e svuotato le tasche, ma un pezzo di carboncino doveva essergli rimasto fra le pieghe della stoffa.
Sei un artista! esclam il questurino di prima classe Alvaro Bruni, e lo chiam vicino alle sbarre facendolo voltare per ammanettargli le mani dietro la schiena.
Farai il bravo, vero?
Asterio annu. Il questurino apr la cella e afferr il braccio del ragazzo. Facciamo piano, se si svegliano te ne diranno di tutti i colori.
L'aria del corridoio puzzava: era un perfido elisir fatto di fiati e di sudore, commisto a odori di cibo, di piedi e di latrina, ma Bruni ormai da anni non lo sentiva pi.
Voltandosi a richiudere la cella rest un attimo a guardare dallo spioncino il volto della ragazza disegnato sul muro. Poi, rammaricato, disse: Se avessi saputo, ti avrei fatto avere della carta.  davvero bellissima, chi ?.
Una musa rispose Asterio, e poi si avviarono in punta di piedi nel corridoio. Una voce rabbiosa li sorprese facendoli sobbalzare: Che ti impicchino, mostro!, e subito le porte delle celle si animarono e le urla e le ingiurie si moltiplicarono.
Bruni allung il passo, indifferente a quella gazzarra.
Dove hai imparato? domand.
Alla scuola d'arte rispose il ragazzo.
Scesero le scale, il collega da basso apr loro l'inferriata e il vecchio Bruni volle accompagnarlo fino al furgone, l'aiut a salire facendo un segno agli agenti, che gi gli andavano incontro.
Ci penso io... mormor.
Dalle finestre delle celle alle sue spalle decine di volti guardavano la scena in silenzio.
Accipicchia se  brutto! disse disgustato uno dei poliziotti.
Asterio sal nel blindato. D'un tratto, quasi senza accorgersene, Bruni si trov a fare una domanda che sapeva inutile, e che aveva smesso di fare trentanni prima: Sei stato tu?.
Il ragazzo fece di no con la testa.
Lo sapevo, buona fortuna.
Poi lo sportello si chiuse, le guardie salirono e il furgone part, lasciando Bruni a guardarlo allontanarsi con la faccia un poco pi molle, gli occhi un poco pi tristi. Era la fine del suo turno di notte, adesso sarebbe tornato a casa, perch lui era un uomo libero. Se lo ripeteva di continuo, quando era fuori di l, se l'era ripetuto per trent'anni: Posso comprare il giornale perch sono un uomo libero, posso prendermi una consumazione al bar perch sono un uomo libero.... Cercava di gustarsi ogni attimo in cui non era in carcere, eppure non riusciva mai a non pensare che a breve, dopo poche ore, o qualche giorno di ferie, avrebbe dovuto tornarci. Rivedeva i volti irriverenti dei detenuti che scontata la loro pena, nel momento di riprendere le loro cose prima di uscire, gli dicevano: Capo, io oggi esco, ma ti compatisco, perch la tua condanna  a vita!.
Ci ripensava spesso, le volte in cui non riusciva a prendere sonno, il che avveniva specialmente in carcere, quando dormiva sulla brandina per i turni di notte. Guardava il soffitto per ore e ripercorreva gli eventi della sua vita partendo dalle prime memorie dell'infanzia. Una lucertola colpita a morte con la fionda. Lo schiaffo che aveva dato a un compagno in terza elementare, lo sgarbo fatto alla moglie da fidanzati, il conto sbagliato del salumiere, del quale aveva approfittato senza tornare indietro a segnalare la svista... E si chiedeva ogni volta quale peccato avesse mai fatto, lui, per meritare quella condanna. Nessuno di quelli gli sembrava cos grave, forse nella vita precedente, si diceva. S, nella vita precedente doveva essere stato una gran canaglia, con gli occhi permeati da un'altra luce, e chiss, forse anche di un altro colore.
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Capitolo 60.
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Quando Vitaliano giunse in questura quel sabato mattina la trov gi aperta e tirata a lucido: tutte le scrivanie erano perfettamente in ordine, i pavimenti luccicavano di cera, la polvere non abitava pi l. Ben presto arrivarono gli agenti, gli impiegati, i colleghi, tutti rivestiti, con i capelli tagliati di fresco, impomatati, profumati, come se dovessero recarsi a un matrimonio. Ne risultava un'aria finta, da studio cinematografico, e il grande regista era il questore in alta uniforme, al quale s'era unito il prefetto per l'occasione, anche lui tirato a nuovo come un cagnolino appena uscito dalla toelettatura. Il Professore dell'OVRA si godeva la scena, senza tradire nessuna emozione. Presto arrivarono le "trasferte", fingendo di capitare in questura per caso: il viceprefetto con alcuni impiegati della prefettura, diversi pezzi grossi della polizia politica che l non capitavano che di rado, e una manciata di camicie nere.
Gi da alcuni giorni, Draghi e Marangon avevano diramato un ordine di cattura interno per Ciccatelli Arminia e Pistoiesi Artemio fornendo la loro descrizione, ma solo ad agenti fidati, per non mettere in allerta i due scomparsi nel nulla. Poi, Pietro aveva avuto l'idea dell'annuncio del concorso sul giornale facendo scattare la trappola. Adesso era solo questione di tempo, dal momento che la commissione si riuniva quella mattina stessa. Il merlo poteva abboccare come no, e da questo dipendeva la vita di Asterio, da questo e dalle sue parole che, fino ad allora, non c'erano state.
Petruzzelli, appreso della scomparsa di Ernestina, era andato nel panico e in lacrime s'era messo a fare il giro di tutti gli ospedali e gli obitori. La madre, finita dalla passione, aveva portato una foto, che era stata pubblicata sul giornale con il numero di telefono della questura. Mazzuoli aveva gi ricevuto diverse chiamate di persone che dichiaravano di averla vista, ma quelle piste non avevano portato a nulla, se non a ragazze che le somigliavano vagamente senza essere altrettanto belle.
Draghi iniziava a perdere le speranze e sapeva che le probabilit di ritrovarla incolume diminuivano di ora in ora.
In mancanza di novit, la mattina prima Draghi e il commissario capo Marangon avevano espresso i propri circostanziati dubbi al questore circa la colpevolezza dell'arrestato, ma lui non aveva voluto saperne.
Vi lambiccate su ipotesi assurde, vi attaccate a piccolezze, quando abbiamo il colpevole! li aveva congedati malamente, in ansia per l'incontro con il ministro.
Il florido ragionier Inzaghi non aveva dormito che poche ore per tentare di tradurre il codice del diario di Asterio. Marangon e Draghi gli si avvicinarono, inquieti, per l'ennesima volta: Allora? A che punto siete, ragioniere?.
Il poveretto, con le pesche agli occhi e la faccia pallida, s'inquiet. Signori! reag. Lasciatemi lavorare, tanto 'un serve a nulla chiedere ogni cinque minuti. Ve lo dico io quando ci sar!
Subito si pent d'aver alzato la voce, cosa che non era da lui. Era abituato a risolvere i quesiti enigmistici delle riviste per diletto, guidato dalla calma di chi si dedica a un passatempo, e proprio per questo riesce senza sforzo e senza preoccuparsi del tempo che passa. Ora si sentiva sotto pressione e stanco morto.
Scusate... ripet sollevando la testa dal diario. Non dubitate che vi chiamer io, non mi fermer nemmeno per la visita del ministro, come mi avete chiesto, anche perch ho bisogno di tempo. Costui non ha solo invertito le lettere, ha diviso in parti l'alfabeto e l'ha mescolato prima di attribuire i simboli, con un criterio di scorrimento, una formula che non ho ancora decifrato.
Perdonateci... mormor Draghi, logorato dall'attesa e dalla mancanza di notizie su Ernestina.
Anche Marangon mugugn un: Fate, fate. Nessuno vi disturber oltre... Purch facciate in fretta.
Il prigioniero era gi stato portato nella stanza degli interrogatori, e adesso non si attendeva altro che l'arrivo del ministro che avrebbe provveduto personalmente a lui, coadiuvato dagli agenti romani che avevano brillantemente risolto il caso. Dovettero attendere fino alle nove, immobili e in piedi nell'atrio come scolarette in attesa della visita del provveditore, prima di veder giungere nel cortile della questura tre auto scure e discendere da quella al centro il ministro in persona. Nel preciso istante in cui il questore si apprestava ad aprire la portiera di Sua Eccellenza, il ragionier Inzaghi si illumin e lanci un grido che risuon fra le scrivanie dell'ufficio deserto: Ci sono! Ho capito!.
Corse a dire a Draghi che aveva risolto il rebus per poi tornare subito al lavoro. Adesso non restava che mettersi a tradurre usando la chiave del codice per riscrivere il diario. Un'operazione lunga, che avrebbe richiesto ore, se non giorni.
Iniziate dalle ultime pagine, mi raccomando! lo preg Draghi sperando di trovarvi la conferma dell'innocenza del giovane. Non stava pi nella pelle: cercare di far capire al questore le incongruenze di quell'arresto, l'anomalia delle aggressioni, era stato vano. Lui aveva il suo colpevole, perfetto come nessun altro
prima lo era stato e si sarebbe presentato al ministro con quello, a ogni costo.
Solo Pietro, Parrini e il Cuccuma non erano presenti. Proprio in quel momento sedevano nella stanza del direttore del Regio Istituto d'Arte, con le dita incrociate, attendendo che la commissione per il conferimento della cattedra di disegno dal vero presieduta da Fiasca stesso si riunisse nell'aula magna per esaminare gli elaborati e i candidati.
Finalmente verso le nove e un quarto i lavori cominciarono con il primo candidato, mentre gli altri attendevano nell'Ottagono. Del Pistoiesi, per, non v'era ancora traccia. Pietro, in piedi vicino alla finestra della direzione, nascosto dietro la lunga tenda chiara, si mordeva le labbra e guardava il piazzale quasi deserto dopo l'entrata degli studenti.
Speriamo... mormor Parrini. Aveva parcheggiato l'auto della questura sul retro dell'Istituto, il pi lontano possibile, nascosta dietro a un cespuglio di biancospino. Antonio era stato sospeso dal servizio, ma era l anche lui, e aveva giurato di attenersi agli ordini di Pietro, senza fare pazzie.
Se non viene siamo fregati spieg Pietro. Non restava che pregare.
Il primo candidato usc dall'aula magna verso le nove e mezza, ed entr il secondo, passando avanti a Pistoiesi, non ancora presente.
Avevano oramai perso ogni speranza quando, verso le nove e quaranta, videro la figura alta e curva dell'uomo giungere a passo svelto, con la grande cartella da disegno sottobraccio, guardandosi intorno con aria sospetta. Entr nell'Istituto e il segretario gli and incontro lamentandosi per il suo ritardo. Il giovane era sudato, pallido, con la camicia sgualcita e la cravatta ridotta a una striscia unta. Sul volto allampanato l'acne si era
moltiplicata risalendo come un rigurgito dal mento fin quasi alle labbra.
Ma dov'eravate finito? Siete il secondo in lista, oramai  entrato Carruffi, dopo toccher a voi, sedetevi e aspettate! disse il segretario spazientito. Il direttore era in pensiero. Lo volete o no questo posto? Non fosse altro che per la memoria del povero professor Umberti, che v'aveva raccomandato tanto!
Pistoiesi si sedette su una panca dell'Ottagono, guardandosi intorno e allentandosi la cravatta. Smaniava.
Quando il candidato precedente usc, fu il suo turno di presentarsi di fronte alla commissione. Lanci un'occhiataccia al rivale, camuffata da saluto. Il segretario, opportunamente istruito, avvert Pietro e Parrini. Il Cuccuma usc dalla direzione, si port nell'Ottagono e si mise di picchetto all'entrata dell'aula magna, che era anche l'unica altra via di fuga possibile oltre alla piccola porta di collegamento con la direzione.
Intanto in questura il momento tanto desiderato era giunto. Il ministro era sceso dall'auto impettito e stava salutando e complimentandosi con il questore e il prefetto. Espresse il desiderio di tenere un breve discorso di fronte agli uomini degli uffici e agli agenti, gi radunati nell'atrio, in piedi, per ascoltarlo. Fra loro anche Draghi, il commissario Marangon e Mazzuoli. Vitaliano, che aveva lottato per rimanere in prima fila, prov ad avvicinarsi al ministro protetto dalla sua scorta, si qualific, ma fu spinto indietro. Il ministro aveva gi iniziato a parlare.
Carissimi camerati, sono qui per guardare negli occhi il mostruoso essere che si  subdolamente infiltrato nelle nostre vite, il demone orribile che ha privato me di un amico fedelissimo, un uomo straordinario che conoscevo e ammiravo fin dall'infanzia, e noi tutti, la Patria, il fascismo, l'Italia, la nostra bella Firenze, del pi grande scultore mai nato in questa citt. Capace come
nessun altro di coniugare la lezione di sublime bellezza degli antichi e dei grandi maestri del Rinascimento, con il rinnovato stile modernista dell'Italia fascista e imperiale, destinata a dominare sui popoli del mondo con la sua arte e la sua cultura. Ottavio Umberti: un uomo retto, un marito esemplare, bellissimo e adorato dai suoi allievi, gentile e di provata fede fascista, che viene annientato e oltraggiato, ucciso e scempiato, da un rigurgito della terra, un perfido mostro, un essere deforme e bilioso. La bruttezza per antonomasia che uccide la cornucopia della bellezza. Uno strumento del male, evidentemente, un serpente che si oppone al bene. Non posso fare a meno di pensare a quanta bellezza e lustro avrebbe dato il mio caro amico Ottavio, il professor Umberti, alla nostra Patria e alla nostra citt se solo gli fosse stato concesso di vivere ancora. A quanti splendidi artisti avrebbe tirato su nella sua bottega e nel Regio Istituto d'Arte. Ma, poveri noi, non era destino. Il male si insinua nei giardini pi belli senza che ci se ne accorga. La vedova inconsolabile che ha lasciato, gli amici e i colleghi affranti vi sono grati per il lavoro che avete fatto, per aver catturato l'ignominia, per aver preso il responsabile. Io stesso ho dato ordine che nessuno lo sfiorasse, che nessuno osasse alzare la mano sulla carogna assassina, e sono venuto qui personalmente da Roma per guardarlo negli occhi, per ergermi su di lui come San Giorgio sul drago immondo e viscido e chiedergli ragione del suo atto irragionevole. Ed esercitare la mia vendetta d'amico! S, signori, la vendetta! Perch nessun sentimento  pi puro della sete di vendetta quando  sostenuta dalla ragione. Voglio parlarci e vederlo, voglio che confessi, prima di infilarlo con la spada della giustizia affidandolo a un tribunale fascista, e alla pena della fucilazione. Se sentirete delle urla, dei lamenti, non curatevene, non lasciatevi impietosire.  un momento questo della Storia in cui ogni debolezza dev'essere bandita in
nome della fortificazione dell'ideale. Pensate piuttosto che il dolore che infligger a quest'essere per costringerlo a confessare la verit  nulla in confronto a quello che lui ha inflitto a me, alla vedova del mio caro amico, alla Patria e all'Italia, a Firenze e al fascismo! A Firenze, la fascistissima!
Nell'impeto finale, il discorso termin lasciando attoniti gli astanti. Draghi e il commissario capo si scambiarono un'occhiata, mentre il questore e il prefetto davano il via a un vigoroso applauso, invitando tutti a fare altrettanto con un gesto della mano. Invito del quale, a dire il vero, tranne che per pochi casi, non ci fu bisogno. Il ministro non accenn a inchini, rimase impettito, con gli occhi di ghiaccio fissi nel vuoto.
Draghi era raggelato dalle parole che aveva appena udito, ma soprattutto dal piglio e dalla luce determinata e fanatica che emanavano gli occhi scuri e colmi d'odio dell'uomo. C'era in quel bagliore qualcosa di spaventoso, di inarrestabile, una volont di potenza e di distruzione, un odio che faceva accapponare la pelle. La bocca piegata in una smorfia di disprezzo, sotto i piccoli baffi curatissimi, la fronte alta ornata dalle sopracciglia scure e severe davano l'impressione di trovarsi di fronte a un uomo disposto a tutto pur d'ottenere la sua vendetta.
Le mani si alzarono al cielo nel saluto fascista, esplosero i gridi di rito. Poi il ministro guard il questore e disse: Conducetemi dal detenuto. Sia chiaro che non voglio esser disturbato per nessun motivo! Questa faccenda non  pi affar vostro. La avoco a me e mi assumo ogni responsabilit!.
Agli ordini, signor ministro. Venite, vi faccio strada. Che onore, Eccellenza, sentirvi parlare, avervi qui in carne e ossa! seguit il questore.
Proprio cos! Proprio cos! l'appoggi il prefetto eccitato, trotterellando loro intorno fra mille riverenze.
Draghi era distrutto, spaventato. Aveva finalmente sentito Nausica al telefono la sera prima. Aveva pianto raccontandole di Ernestina, del figlio del custode, di come quel caso s'era di colpo trasformato in una macchina di morte e d'angoscia. Anche lei aveva pianto: il conte era fuori di s, malazzato, irriconoscibile. Presto da Genova sarebbe giunto il suo pretendente, ristabilitosi dopo una semplice influenza, e lei sarebbe tornata al Castello del Nero per incontrarlo. Se non altro Nausica era in buona salute. Ma ora Draghi aveva altro a cui pensare. Nonostante la paura che gli ispirava il ministro, doveva trovare il coraggio di agire. C'era un innocente in una stanza sopra la sua testa che stava per incontrare l'uomo pi potente e terribile che avesse mai visto in vita sua, e lui non poteva lasciare che accadesse l'irreparabile senza fare tutto il possibile per evitarlo. Subito cerc di avvicinarsi al ministro, circondato da una folla di colleghi ansiosi di stringergli la mano. Spinse, stratton, si insinu fra due guardie del corpo, miracolosamente gli fu al fianco e mentre gi l'afferravano si qualific. Nell'euforia generale disse, quasi grid, che aveva delle notizie ulteriori sulle indagini da comunicargli, che erano urgenti e scagionavano il ragazzo, che presto i veri colpevoli sarebbero stati catturati.
Il ministro l'ud. Si volt e lo guard con un'espressione dura, fra il meravigliato e l'infastidito. Il questore che precedeva il ministro trasecol, come colpito alla schiena da una coltellata. Si volt irato sentendo le sue parole, scosse la testa, gli lanci un'occhiata omicida andando su tutte le furie e grid: Commissario, per favore! Siete impazzito?! Vi sembra il momento? Sua Eccellenza il ministro provveder personalmente all'interrogatorio. E sapremo tutto ci che c' da sapere! State al vostro posto, ritiratevi!  un ordine!.
Il ministro lo fissava ancora senza capire, e gi i suoi sgherri
avanzavano verso Draghi e, afferratolo per le spalle, lo spingevano via. Il momento pass, il ministro gli lanci un'altra occhiata, ora pi sorpresa che irritata. Non era abituato a nulla del genere intorno a lui. Allontanandosi disse qualcosa che il commissario ud appena. Forse un: Le ascolter dopo e poi di sicuro: Ora ho bisogno di capire come sono andate le cose dal diretto responsabile!.
Il ragazzo  innocente! url Draghi, mentre il questore filava via con il ministro e i suoi scagnozzi lo spingevano ancora pi indietro fra le braccia di Marangon.
Avete prove? Testimonianze che sostengano ci di cui farnetica quel giovane? domand il ministro al questore mentre salivano.
Lui scosse la testa, rammaricato.
Ho capito, un altro poliziotto con il cuore tenero! sbott.
Ci scusi, Eccellenza.  giovane, impulsivo... Consideratelo consegnato nel suo ufficio. Prender provvedimenti! assicur il questore giungendo al pianerottolo della stanza degli interrogatori. Una misura disciplinare non gliela toglie nessuno! Mi scuso, sono desolato...
Draghi da basso, letteralmente fra le braccia di Marangon che lo tratteneva come in un tango argentino, fece appena in tempo a voltarsi, torcendosi, per vedere prima il questore che si profondeva in scuse e mezzi inchini, poi il prefetto scodinzolante al seguito. Anche questi lo vide, torn indietro scendendo qualche scalino, e ringhi a Draghi: Dopo faremo i conti, non dubitate! Voi, commissario capo Marangon, controllatelo. Praghi, Proghi, o come cavolo vi chiamate, consideratevi in punizione!. E abbaiato quell'ordine rifece le scale di corsa, davvero come un cagnetto desideroso di recuperare il suo posto a fianco del pastore.
Draghi imprec. Il commissario capo lo trascin nell'ufficio e chiuse la porta, per sottrarlo agli sguardi dei colleghi.
Belin, Belin! gli url Vacher centrando nel segno.
La situazione era chiara: lui non contava niente, non poteva intervenire, aveva tentato il tutto per tutto, ma anche se il ministro si fosse fermato ad ascoltarlo che cosa avrebbe detto? Non aveva nulla di certo da dichiarare, solo sospetti, illazioni. Pens che dopo quel discorso fatto di fronte a tutti, per come si stavano mettendo le cose, la verit era gi stata sancita dall'autorit, che non sarebbe stato pi possibile dire o dimostrare niente di diverso. Che neanche un miracolo avrebbe potuto salvare il ragazzo, forse nemmeno la cattura del vero colpevole. And al telefono e con Marangon chiamarono il Regio Istituto d'Arte.
Gi da prima avevano concordato che sarebbe stato lui a farsi avanti, era il pi giovane, quello che aveva meno da perdere, e cos facendo il commissario capo avrebbe potuto tentar qualcosa e proteggerlo. Se l'avesse appoggiato, invece, e le cose fossero andate come di fatto erano andate, sarebbero finiti tutti e due nella merda.
Rispose Pietro.
Il ministro  arrivato sbott Vitaliano. Ha fatto un discorso terribile ed  salito dal ragazzo con i suoi scagnozzi. Ho tentato di parlargli, ma inutilmente. Non vorrei essere Asterio. Credo di essermi messo solo nei guai. Voi, novit?
Pistoiesi  dentro. Sto andando anche io disse Pietro tagliando corto, e lanci un'occhiata ad Antonio, che si torceva le mani.
Mi raccomando, fate attenzione. Potrebbe essere armato e buttarsi alla disperata si raccomand Vitaliano.
Devo andare, ti richiamo dopo chiuse Pietro.
Lui, Parrini e Antonio entrarono nell'aula dalla piccola porta alle spalle della commissione, che comunicava con la direzione, e Pietro rimase dietro a una sorta di grande sipario usato dagli studenti per gli spettacoli teatrali e la lettura delle poesie.
Pistoiesi, allerta, alz la testa, sentendo scattare la serratura. Ma la riabbass subito distratto dalla voce del direttore. Aveva i nervi a fior di pelle.
Complimenti! disse Fiasca alzandosi e prendendo fra le mani uno dei grandi disegni. Anche la professoressa Vallanzini al suo fianco e altri docenti di una commissione esterna rimasero a bocca aperta di fronte alle tavole.
Posso dire senza ombra di dubbio disse il direttore che in tanti anni non ho mai visto dei disegni di tale bellezza, soprattutto questi nudi e ritratti a sanguigna sono magnifici. Per non parlare delle nature morte. Le zucche, la bottiglia, che meraviglia!
Vi ringrazio... mormor Pistoiesi.
Avete fatto grandi progressi ammise la professoressa Vallanzini e un docente dell'Accademia, il pittore Rispoli, afferm che anche lui aveva visto una tale grazia solo agli Uffizi, che erano disegni degni di Raffaello o Andrea del Sarto.
Pistoiesi ringrazi ancora e arross. Sudava.
Come mai sempre la stessa modella? domand la Vallanzini. Non  la ragazza francese, Corinne, quella poveretta che... ?
Pistoiesi annu, grave. Era la pi bella, mi ispirava si giustific.
Per me la cattedra  vostra! afferm il direttore, risoluto.
Gli altri membri della commissione annuirono e perfino applaudirono.
Un momento, per disse la professoressa. Ci stiamo dimenticando qualcosa...
Mentre l'esame di Pistoiesi andava avanti, nella questura se ne stava svolgendo un altro, di ben diversa natura. Il ministro era di fronte ad Asterio, l'aveva fatto legare dal Professore dell'OVRA e dal suo gorilla a una robusta sedia con i braccioli, mani e piedi, in modo che non potesse muoversi. Lo guardava ora massaggiandosi il mento, stupefatto dall'orrore di un tale essere. Il corpo era perfetto, ma il volto, quel volto... gli provocava ribrezzo, un ribrezzo gi provato. A un certo punto qualcosa come un lampo esplose nella sua memoria, un dj-vu. Ma certo, lui quel mostro l'aveva gi visto tanti anni prima insieme a Umberto, quando avevano tentato... Scavando nella memoria lo rivide bambino, disteso per terra sul bordo della fontana, con la faccia deforme imbrattata di sangue. Sorrise meravigliato, quasi divertito dalla prodigalit della vita che gli andava offrendo una seconda occasione.
Tu? domand incredulo. Che mi venga un colpo!
Asterio sollev il volto a guardarlo, senza capire.
Ma certo, sei tu... lurido essere. Noi ci conosciamo. Non ti ricordi di me?
Asterio, che gi tremava per la tensione e la paura, fece di no con la testa.
Ah! Se solo mi fosse riuscito di eliminarti quel giorno! Oggi il mio caro amico sarebbe ancora vivo... C'era anche lui, ma fugg come un vigliacco. Non era cosa da lui. Se l'Umberti e il Ponziani mi avessero aiutato, obbedito, non sarebbe morto quindici e passa anni dopo per mano tua...
Lo conoscete? domand il Professore dell'OVRA.
Il ministro annu, fissandolo a occhi sbarrati. Fece cenno al tipo di tacere.
Lasciate che ci rincontriamo. Il mondo  piccolo. Non rovinate l'atmosfera di questo momento. Siamo vecchi amici, io e quest'essere. Vecchi amici con un conto da regolare!
Gli occhi di Asterio, al di sotto del corpo calloso e scuro che gli copriva la quasi totalit della faccia e della fronte, si dilatarono.
Ti ricordi di Boboli? Dei ragazzi che ti presero a botte e calci e a racchettate quando eri un mostriciattolo?
Asterio cominci a tremare fissando l'uomo e rivide il volto
del ragazzino, con i medesimi occhi di tanti anni prima, pervasi dalla stessa terribile luce. Lo riconobbe e si sent morire.
Non sono stato io! url. Lo giuro, non ho fatto niente!
Il ministro si accese una sigaretta, tir una boccata piegando la testa di lato e soffi il fumo verso il soffitto rimanendo a guardarlo affascinato.
La vita  proprio strana disse. Ci rincontriamo e stavolta non c' nessun adulto, nessun paparino che possa correre a salvarti, questo te l'assicuro!
Si avvicin al ragazzo. Adesso mi racconti tutto. Ogni cosa per filo e per segno! Siamo d'accordo? Siamo d'accordo! Mi racconti come e perch hai ucciso Ottavio ripet, e nel farlo gli si avvicin, poggi la sigaretta accesa sul collo del ragazzo e la premette contro la sua pelle. Un urlo terribile echeggi nella stanza, pass i muri, vol sulle teste degli agenti e degli impiegati della questura al piano di sotto e penetr le loro orecchie facendoli rabbrividire. Qualcuno ridacchi nervosamente. Draghi e Marangon si guardarono portandosi le mani al volto. Mai, mai in vita loro si erano sentiti cos impotenti.
Quale prova? domand Pistoiesi sudando freddo nell'aula magna dell'Istituto.
La prova pratica! scand la professoressa, e indic un cavalletto con un foglio sul quale il candidato precedente aveva abbozzato in maniera egregia il ritratto della Vallanzini. Si avvicin, lo stacc, e vi fiss un altro foglio con delle puntine.
Quest'anno abbiamo deciso di aggiungere alla visione delle cartelle con i lavori dei candidati una prova estemporanea, dal vero, per valutare la tecnica d'esecuzione.  capitato negli anni scorsi che alcuni si presentassero con disegni fatti eseguire a terzi, capite?
Pistoiesi annu.
Prego, portatevi al cavalletto e ritraetemi disse la professoressa sedendosi su uno sgabello di fronte a lui.
Pistoiesi, spaesato, si alz e procedette a disagio fino al cavalletto. Si mise all'opera, sudando e in affanno, quasi incapace di controllare il tremore della propria mano. Dovette chiedere un altro foglio e ricominciare, scusandosi per l'emozione.
Alla fine, con grande fatica, riusc a concentrarsi e complet l'impostazione e i tratti del volto. Il direttore chiese di definire almeno l'occhio e il naso. Lui esegu, non senza difficolt. Finalmente lo fermarono per esaminare il disegno, e lo confrontarono con quelli presentati.
Ho dormito male... si giustific Pistoiesi, divenendo rosso fino alle orecchie.
I professori della commissione si passarono l'abbozzo di ritratto di mano in mano.
Un tratto pesante, grezzo, impreciso, insicuro, che non ha nulla a che vedere con quello di questi capolavori.  francamente brutto e immaturo disse il docente dell'Accademia.
Mi sono ferito la mano... insist Pistoiesi.
Forse avreste dovuto dirlo prima. Ma qui mi sa che si  ferito anche l'occhio e le strutture percettive! sbott il direttore irritato. Ci avete preso per degli imbecilli?
Ma veramente io...
Questi disegni non li avete fatti voi. E siete anche uno stupido a farvi aiutare da qualcuno che disegna cos! Chiunque sia, l'autore  una specie di portento. Quando da ragazzo copiavo il compito di latino dal primo della classe mettevo sempre qualche errore per rendermi credibile. Voi ci portate i disegni di un Raffaello, di un Bronzino, e vi aspettate che crediamo siano vostri?!
Ma io, vi assicuro... mi sono esercitato tanto... Oggi non sto bene, mi trema la mano... e poi ho bisogno di solitudine, concentrazione... Aveva davvero lo sguardo vacuo e i vestiti stazzonati di un barbone.
A quel punto Pietro usc da dietro il paravento con un disegno in mano e lo srotol sul tavolo. Di fronte agli occhi di tutti comparve il ritratto di Ernestina che il segretario aveva creduto opera di Antonio quando lui l'aveva liberato dal ripostiglio. Pistoiesi, riconoscendolo, si allarm e rimase impietrito.
Questo  forse della stessa mano? domand Pietro.
La commissione si pass lo schizzo e conferm che il tratto era il medesimo.
Avete fatto voi anche questo? chiese Pietro.
Antonio stesso comparve ora da dietro il paravento. Certo che no. Sono i disegni di mio figlio! esclam. Sei tu, sei tu, maledetto, che ti sei approfittato di lui, che l'hai messo nei guai, e che hai ucciso il professor Umberti!
Pistoiesi, gi in confusione, fu preso dal panico. Un istinto da gatto selvatico si impossess di lui, si guard intorno e fugg verso l'entrata dell'aula, apr la porta e l'oltrepass. Al Cuccuma, che l'aspettava dietro la porta, non rest altro da fare che allungare la gamba, farlo cadere a terra di schianto, mettergli un piede sulla schiena e chinarsi ad ammanettarlo, subito assistito da Parrini che era sopraggiunto alle sue spalle.
Sono innocente, ho solo preso i disegni! Non ho ucciso nessuno! url Pistoiesi, mentre lo portavano via.
Questo lo vedremo disse Pietro, ringraziando la commissione. Eccome, se lo vedremo. Corse nell'ufficio del direttore, chiam la questura e si fece passare Vitaliano. Ce l'ho, stiamo arrivando!
Mentre riattaccava, Pietro sent echeggiare nella cornetta un
urlo bestiale, appena attutito dal soffitto della stanza del suo interlocutore.
Fate presto. Non so quanto resister ancora mormor Vitaliano.
Voi, Antonio, dovete aspettare qui... spieg Pietro rammaricato. Lui, Parrini e il Cuccuma corsero all'auto trascinandosi dietro il prigioniero e Antonio li tallon riempiendo di improperi partenopei l'assistente fino a che l'auto non part.
Asterio intanto era in affanno, a bocca aperta, tossiva in maniera disumana, si contorceva. Per la terza volta nella stanza degli interrogatori il Professore pieg la sedia sulla quale era legato e ignorando le sue urla, la sua tosse, e lo sforzo terribile che faceva per liberarsi, la poggi al tavolo inclinandola con fare meticoloso. Il gorilla riposizion la pezza di tela tesa sulla bocca del ragazzo, al di sotto della massa callosa del volto che questi scuoteva disperatamente a destra e a sinistra nel tentativo di sottrarsi alla tortura. Il Professore sorrise vedendolo in totale bala della paura, e guard verso il ministro. Questi fece cenno di s con la testa e l'altro sollev il grande annaffiatoio di latta e vers senza piet dell'acqua sulla faccia del ragazzo. Questa penetr nella maglia di tela e il poveretto ansim ancora sentendosi affogare. Il getto cresceva, l'acqua filtrava dalla stoffa zuppa nella bocca e nel naso, degli sprizzi gli finirono nei polmoni innescando una tosse da annegato, mentre la gola andava in fiamme e il busto si contorceva in cerca di ossigeno. Il folle terrore di soffocare scatenava il riflesso incontrollabile del corpo, che cercava di salvarsi a ogni costo, di fuggire. Ogni muscolo si scuoteva gettandolo in un panico totale e terribile e dandogli allo stesso tempo una forza insospettabile. Obnubilato, si opponeva con forza tagliandosi la carne dei polsi e delle caviglie con le corde che lo serravano. Il corpo impazzito
si inarcava a pi riprese scattando come una frusta e faceva crocchiare la struttura della sedia, fatta di legno di noce e incastri robusti. Tutti i suoi muscoli si tendevano spingendo le articolazioni fin quasi al limite della lussazione. Le onde scure di quel mare di odio e disprezzo si abbattevano sulla sua carcassa di annegato, gi pi morto che vivo, e oramai tutt'intorno a lui c'era solo una distesa d'acqua senza fine.
...
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Capitolo 61.
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Draghi riappese il ricevitore e guard Marangon.
L'hanno preso.
Il commissario capo annu.
Vai! disse. Buona fortuna!
Draghi si fece coraggio, sper che il cuore gli reggesse e corse su per le scale fino alla stanza dalla quale da un bel po' non provenivano pi urla. Non c'era rimasto nessuno di guardia, tanto pensavano di non averne bisogno, e perfino la porta non era stata chiusa a chiave dall'interno. Draghi l'apr con la testa che gli girava, ed entr.
Asterio, con il capo piegato di lato, aveva gli occhi chiusi, il pavimento era fradicio e ai suoi piedi c'era una grande pozza d'acqua. Il Professore e il suo gorilla stavano posando un grande annaffiatoio e un foulard sopra al tavolo.
Il ministro si volt di scatto. Guard Draghi con un'aria esasperata. Ancora voi! disse fulminandolo con gli occhi. Devo riconoscere che avete del fegato... ma non vi salver!
L'abbiamo preso, abbiamo preso uno degli assassini... scand Vitaliano, incapace di distogliere gli occhi dal corpo esanime di Asterio.
Vi state chiedendo se siete arrivato troppo tardi? domand il ministro accendendosi un'altra sigaretta. Ebbene s, ho appena finito con lui. Non credo sia morto,  solo svenuto. Comunque sia, il vostro amico mostro ha confessato.
Lo buttiamo fuori? chiese il Professore indicando Draghi.
Il ministro sorrise, senza gioia. Che modi... Lasciate che impari. Il commissario  giovane. Deve formarsi. Conoscete la tortura dell'acqua?
Non conosco torture, e so che costui non le merita. Non ha ucciso lui il professor Umberti.
Siete sicuro? Eppure ha gi confessato. Ogni cosa per filo e per segno. Del resto, guardatelo bene. Ha la colpa scolpita in faccia, fa parte della sua condizione abbietta! Si nascondeva come un sorcio, aggrediva le ragazze.
Vitaliano scosse la testa, gli occhi dell'uomo gli facevano tremare le gambe. Stava giocando il tutto per tutto. Questi riprese a spiegare con aria annoiata e ironicamente professorale: La tortura dell'acqua non l'adopera nessuno.  stato un vecchio amico a insegnarmela. I torturatori sono dei selvaggi. Macchinette elettriche, coltelli, unghie strappate... Tutte cose da sadici, che lasciano il segno e non si addicono a un gentiluomo, al diritto di Beccaria. Questo, invece,  poco pi di uno scherzo goliardico. Un gavettone. Una bagnata con l'annaffiatoio. Se il soggetto se ne stesse fermo, non si farebbe alcun male. Purtroppo  impossibile stare fermi.  la tortura dell'annegato spieg con piglio pedagogico. Al dolore si pu resistere, smettere perfino di provarlo quando  troppo, ma l'aria, l'ossigeno! Di quello abbiamo bisogno per respirare, non si pu vivere senza. Capite?
Draghi ebbe l'impulso di scappare. Non osava ribattere.
L'acqua entra nel naso, in bocca, in modo incontrollato e il riflesso faringeo fa il resto. Il corpo pensa: "Sto affogando", e va nel panico pi totale. Di solito l'interrogato si arrende dopo i primi sessanta secondi, costui, quest'essere diabolico, ha resistito
per due cicli, al terzo  crollato. Ha confessato tutto, nel dettaglio. Ne deduco che voi mi stiate facendo perdere tempo. Forse avreste bisogno di provare questo trattamento per imparare la disciplina, qual  il vostro posto, chi sono io e chi siete voi...
Draghi deglut, sentendo il suo cuore accelerare ancora. Doveva sforzarsi di non sembrare un debole, il pietoso giovane commissario intenerito dal povero innocente: non era quella la strada. Di nuovo quella frase che anni prima gli aveva detto Pietro echeggi nella mente: Se vuoi catturare una volpe devi pensare come una volpe.
Prese fiato e disse: Eccellenza. Io faccio il poliziotto e so fare il mio lavoro. Di costui mi importa meno che nulla, ma i miei uomini stanno portando qui uno dei colpevoli che hanno manovrato ogni cosa in modo da farvi cadere fra le braccia questa specie di mostro. Vogliono farci fare a tutti, anche a voi, la figura degli sciocchi. Ora la domanda che vi faccio  una sola. Vi basta lui? Vi accontentate di salvare le apparenze? O volete davvero vendicare il vostro amico? Trovare i veri colpevoli? E soprattutto dimostrare che siamo fascisti e come tali non ci facciamo prendere per il naso?.
Il ministro sembr riflettere. Capiva che l'altro la giocava furba, ma lo stesso la curiosit si insinuava in lui. Era sempre stato curioso.
Tutte le prove portano verso quest'essere, ha confessato... precis il Professore. Ma il ministro lo fece tacere con un gesto della mano. Intanto alle spalle di Draghi il questore irruppe nella stanza con due agenti e prese a urlare al commissario di considerarsi sospeso, mentre due poliziotti della questura gi l'afferravano per trascinarlo via. Ma il ministro fece tacere anche lui alzando di nuovo la mano e scandendo un ordine che gel gli astanti: Silenzio! Fermi!.
Doveva pensare. Glielo lasciarono fare per alcuni lunghi istanti.
Cosa avete da perdere? Costui non vi scappa di certo... mormor Draghi.
Ha confessato! ripet il ministro, ostinato.
Chiunque confesserebbe sottoposto a questo trattamento. Io stesso ammetterei d'aver ucciso mio padre!
Tutti fuori! url allora Sua Eccellenza rialzando la testa. Fece cenno anche agli agenti dell'OVRA di uscire. Il questore, allarmato, si affrett a far eseguire gli ordini indicando la porta. Draghi guard il corpo immobile del ragazzo rimasto legato alla sedia e sper che non fosse morto.
No, lui no! disse il ministro vedendo che il questore tirava via anche Draghi. Lui rimane qui. Se mi sta facendo perdere tempo se ne pentir! Oh, quanto se ne pentir! aggiunse rivolto al questore, e i suoi occhi lumeggiarono davvero come quelli di un rettile.
Vitaliano prese fiato. La testa gli girava, ma non poteva pensarci adesso e non doveva cedere alla sua ansia. Immaginate gli assassini, Eccellenza! esord. I veri assassini che la fanno franca. Vi hanno gettato fra le braccia il mostro e seguitano contenti le loro vite. Ogni volta che aprono il giornale e leggono il vostro nome o vedono la vostra foto, sorridono, si prendono gioco di voi, contenti d'avervi fregato. Io non posso permetterlo, lo capite?  per questo che sto rischiando la carriera, per voi e per il fascismo. Perch a me  stato insegnato che il fascismo  la verit contro la menzogna! concluse alzando la voce in un impeto retorico.
Il ministro lo guard a lungo negli occhi. Se c'era una cosa che sapeva fare era giudicare gli uomini. Draghi prov a reggere il suo sguardo. Doveva crederci, doveva sentirsi fascista fin dentro le budella e non muovere gli occhi, non distoglierli, come avrebbe fatto un bugiardo.
Il ministro si fece ombroso. Il dubbio si insinu nei suoi pensieri. E se si fosse sbagliato sul conto di quell'apparentemente giovane commissario? Se davvero qualcuno avesse riso di lui? Quel pensiero gli era insopportabile: era abituato a essere adulato o temuto, non certo deriso.
Devo tornare a Roma, ma prima ho da incontrare il podest e altre persone importanti qui. Domani  domenica, devo accertarmi che le mie indicazioni per l'arrivo di Hitler luned pomeriggio siano state rispettate alla lettera. Mi tratterr per i festeggiamenti, poi a sera torner nella capitale e far emettere dal tribunale speciale una sentenza di morte urgente per quest'essere, sempre che sia ancora vivo. Dite di avere altri colpevoli, di possedere la verit. Io ho gi la mia, e mi va benissimo. Se pensate che la vostra sia migliore, bene: datemi delle prove! Dov' questo arrestato? Avete fino a domani mattina per dimostrare che le vostre non sono solo parole. Poi prender il treno e sar troppo tardi concluse. Inutile dire che nel caso in cui non approdiate a nulla, ne pagherete le conseguenze, da vero fascista!
Il ministro salut alzando la mano e Draghi si affrett a fare lo stesso, poi disse: Un'ultima cosa....
L'altro si volt a guardarlo.
Vorrete esserci? chiese Draghi.
Cosa?
Quando smaschereremo i responsabili, vorrete essere presente? Guardarli negli occhi?
Senz'altro. Ci conto...
Chiunque siano?
Il ministro annu, grave, percependo un senso di minaccia nelle parole del poliziotto.
Allora non prendete impegni per il dopocena.
Il questore sa dove trovarmi rispose lui, e spar oltre la porta.
Draghi si precipit su Asterio. Lo riscosse, il ragazzo riprese conoscenza a poco a poco e ricominci a tossire. Vitaliano corse al telefono e url a Mazzuoli di salire e mandargli subito un medico. Poi inizi a slegarlo, pi svelto che poteva.
 finita! gli mormorava.  tutto finito!
Di Pietro e Parrini nemmeno l'ombra.
Poco dopo Mazzuoli comparve sulla porta. Vieni, aiutami! lo chiam Draghi.
Il questore se n' andato con il ministro. C' l'avvocato Pieri, dice che abbiamo arrestato un suo assistito, Artemio Pistoiesi, ma a noi non risulta.
Pieri Gaetano? trasecol Draghi. Proprio lui?
Mazzuoli annu.
Il pi importante penalista di Firenze e forse d'Italia era gi arrivato, prima del suo cliente? Per poco non rise.
Pietro? Parrini? domand picchiando sulla schiena di Asterio a mano aperta. Non sapevano cos'altro fare. Lui e Mazzuoli dovettero reggerlo a forza, perch tossiva in un modo mai visto, e aveva ripreso a dibattersi incapace di controllarsi.
Mazzuoli, distratto dal volto del ragazzo e dai terribili conati della tosse che lo piegava in due, era sconvolto, si aspettava da un momento all'altro di vedergli uscire del sangue o addirittura un pezzo di polmone dalla bocca.
Allora, Pietro e Parrini?! Mazzuoli! lo riscosse Draghi. Senza distogliere gli occhi dal volto mostruoso del prigioniero, l'agente fece un'espressione con le labbra che significava che non ne sapeva nulla. Al che Vitaliano schiacci una mezza bestemmia fra i denti.
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Capitolo 62.
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Con non poca fatica il medico Burioni controll le condizioni di Asterio, dovettero tenerlo fermo a forza per permetterglielo, dal momento che era ancora sotto shock e non voleva essere toccato, soprattutto non voleva stare nella stanza con l'annaffiatoio, il secchio e l'acqua sul pavimento, che guardava in preda a un terrore incontrollabile tremando e urlando incessantemente. Quando se ne resero conto, il ragazzo fu portato in infermeria e si calm un poco, ma seguit a tremare e battere i denti e tossire, come un motore a scoppio. Il giovane medico gli somministr un calmante che fece presto effetto, poi lo visit, affascinato dalla deformit del suo volto e, dopo aver auscultato i polmoni, rimase a osservarlo in silenzio.
Allora? dovette chiedere Draghi. Come sta?
I bronchi, la gola sono irritati dall'acqua e dalla tosse, oltre che dai rigurgiti, ma sembra non aver subito danni permanenti.  riuscito a espellere via quasi tutta l'acqua,  giovane e ha dei buoni polmoni. Piuttosto mi preoccupa il trauma che ha subito, come vedete,  in uno stato pietoso. Dovrebbe andare in ospedale, non nella cella di un carcere.
Invece, conclusa la visita, gli agenti penitenziari lo ammanettarono e, secondo gli ordini, lo ricaricarono sul furgone, ignorando le sue urla, per ricondurlo alle Murate.
Non restavano che poche ore, e Pietro e Parrini ancora non si vedevano. Draghi si rese conto dell'agitazione che improvvisamente regnava nell'atrio.
Che c', cos' successo? url, per sovrastare le voci dei colleghi.
Un incidente, al brigadiere Parrini! spieg un giovane agente, che in assenza di Mazzuoli aveva preso la chiamata. E poi c' un morto ammazzato a Petrognano, trovato da un parroco al ritorno da un ritiro spirituale a Lourdes, una pattuglia vi si sta gi recando. Degli animali selvatici sono entrati dalla porta aperta e l'hanno scempiato, commissario.
Draghi, in pensiero per Ernestina e ora per Pietro, Parrini e il Cuccuma, scatt rabbioso: Mandateci qualcuno, ho gi troppi casini a cui pensare! Ma chi ha chiamato? Come stanno Parrini e gli altri? Notizie della ragazza, di Ernestina?.
Ha chiamato lo stesso brigadiere, mi pareva stesse bene, gli altri non so. La ragazza... nessuna novit.
Draghi dovette sedersi. Sentiva l'ansia salirgli in petto e il panico condensarsi sulla sua nuca in piccole gocce di sudore freddo. Era esausto. Doveva bere, mantenersi calmo. Si ripeteva che tutto sarebbe andato a posto, quando sent un dolore al petto, e poi al gomito. Il battito del cuore inizi a martellargli dentro la testa, avanti e indietro, riempiendola e svuotandola. Con il ministro aveva esaurito tutto il suo coraggio e adesso, attenuatasi la tensione per Asterio, con quelle ultime notizie, la crisi arrivava, montava come un temporale all'orizzonte, come un'armata.
Si tocc il braccio. Devi evitare figure di merda di fronte a tutti! si disse. Lo sai che non  nulla, che  solo ansia, tensione... Non farti fregare! Si port furtivamente le mani al polso e ascolt il battito. Era accelerato, ma regolare. Doveva respirare.
L'avvocato Pieri gli and incontro, gli chiese notizie del proprio cliente, tale Artemio Pistoiesi, da loro arrestato.
In quel momento alcuni colleghi, vedendolo pallido come uno straccio, lo soccorsero. Tutto bene, commissario?
Tutto bene un cazzo! sibil Draghi al collega e si alz ignorando il suo malessere, con gli occhi piantati in quelli del legale e i coglioni che, improvvisamente, gli giravano pi della testa.
Abbiamo arrestato un certo Pistoiesi?! url platealmente, con tutto il fiato che aveva in corpo. Adesso sembrava matto, faceva paura.
No, non ci risulta... disse l'agente che registrava i fermi. Non c' nessuno nella guardina.
Avvocato! Evidentemente siete arrivato prima di lui. Leggete nel futuro. Potrete fare il cartomante! Immagino che sia inutile che vi chieda chi vi ha mandato.
La sua ragazza... spieg il legale, che a Draghi sembr un gufo insolitamente alto, dai grandi occhiali e il naso uncinato.
Allora sappiate che sulla sua ragazza, quindi la vostra cliente, pende un mandato di cattura. Se sapete dov' dovreste dirmelo e invitarla a costituirsi.
Mi spiace, ma ho ricevuto l'ingaggio per telefono.
E vi siete precipitato... Una modella squattrinata vi ha fatto correre fin qui con una telefonata... e sapeva gi qualcosa che nemmeno noi sappiamo. Non prendetemi per il culo!
Tutti lo guardavano sconcertati, non l'avevano mai visto usare quei modi, che potevano anche andare con dei delinquentelli comuni, ma certo non con un avvocato di quel calibro e per di pi pappa e ciccia con podest e questore.
Mentre discuteva con l'avvocato, Draghi si sent chiamare. Era la voce di Parrini, che entr con la fronte insanguinata. Si trascinava dietro Pistoiesi insieme al Cuccuma zoppicante. Pietro, alle loro spalle, stava arrivando di corsa, non sembrava ferito.
Commissario, eccoci, ci sono venuti addosso con un grosso furgone grigio, buttandoci fuori strada sui viali. Non abbiamo visto chi fosse alla guida, la targa era stata coperta apposta e cos anche eventuali scritte da un telo fissato sulla fiancata. C'ha colpito su un lato spingendoci contro un platano, ma non s' fermato. L'intenzione era quella di non farci arrivare! L'auto  distrutta. Noi ammaccati, ma sani e salvi.
Come diavolo...? A questo punto siamo? reag Draghi.
Il furgone ci aspettava fuori dal cancello del piazzale a Porta Romana spieg il brigadiere. C'ha seguiti a distanza, l'avevo visto, ma vai a pensare... Ha atteso che fossimo sui viali in prossimit di un palazzo per venirci contro e farci schiantare.
Parrini  stato bravo a frenare in tempo e far cappottare l'auto su un fianco per evitare l'impatto spieg Pietro, che si massaggiava il collo.
Solo Pistoiesi si lamentava e piagnucolava.
Il mio cliente ha bisogno d'un medico! disse Pieri.
Non l'abbiamo ancora registrato. Quindi non  ancora suo cliente. Voi aspettate qui! sbott Draghi. E vedete di non rompermi i coglioni!
Sent l'avvocato che protestava. Trascin dentro l'ufficio Pistoiesi per una manica, strattonandolo e lo fece sedere di fronte alla sua scrivania, il malessere di poco prima ormai dimenticato.
Coglione, siete un coglione! gli url. Pistoiesi rimase sbalordito. Chi pensi che volessero eliminare con quell'agguato? gli domand il commissario passando al tu. I miei poliziotti? Pensi che volessero liberarti e trarti in salvo? No, mio caro, se vi foste schiantati nel muro, mentre i miei uomini erano ancora intontiti e la gente accorreva, dal furgone sarebbe sceso qualcuno
dal volto coperto per "soccorrerti" e ti avrebbe sparato in testa. Lo capisci? Pum!
Amplific l'effetto sbattendo la mano aperta sopra la scrivania e l'altro sussult.
 inutile, non capisce nulla disse Pietro, comparendo alle spalle del fermato. Non ha capito in che guaio s' ficcato. Se lo facciamo uscire da qui non campa tre ore.
Facciamolo uscire, chi se ne frega! rincar Vitaliano, esasperato. Era difficile capire se dicesse davvero o per finta, perfino per Pietro. Il braccio non gli faceva pi male. Provava solo rabbia, tanta rabbia, e pensava a Ernestina.
C' qui fuori il pi importante avvocato di Firenze. Respir e riprese a dargli del voi. Chi pensate che l'abbia mandato? Pensate sia venuto a difendere voi?  venuto a dirvi di non parlare, se tenete alla pelle. Che se vi prendete tutta la colpa vi copriranno d'oro.
Avete gi arrestato Armenia? domand Pistoiesi, distrutto.
No disse Draghi. Se  nelle mani dei vostri complici non la rivedremo pi. L'unico modo che avete di salvarvi  parlare. Rifiutare quell'avvocato e parlare.
Non abbiamo nemmeno bisogno che parliate disse Pietro con voce fredda e sicura. Sappiamo come sono andate le cose. Quel che non sappiamo  dove sia Ernestina, quella che voi conoscete come Maria. L'avete uccisa?
Pistoiesi fece una brutta espressione. Pietro e Vitaliano si guardarono impallidendo. Draghi l'afferr per il colletto e lo scosse, gli appiopp due schiaffi a mano aperta sotto gli occhi esterrefatti di Pietro. Dimmi dov', l'avete uccisa?! Se le avete fatto del male io...
Lo lasci tornando dietro la scrivania e si port le mani al volto stropicciandoselo. Vacher, volato sopra la libreria pi alta
dell'ufficio, s'era rintanato in un angolo e tremava senza osare dire nulla.
Io non ho ucciso nessuno! ribatt Pistoiesi in lacrime. Voglio parlare con il mio avvocato!
Bussarono sulla porta chiusa, difesa da Mazzuoli. Esigo di incontrare il mio cliente! url Pieri. Il vostro  un abuso di potere, non la passerete liscia! minacci.
Se  vero quello che dite, se non le avete fatto del male vi aiuter, ma dovete dirci tutto... gli sibil Vitaliano accostando il suo volto a quello dell'uomo.
Sono innocente! insistette Pistoiesi, esasperato. La sua speranza si era rianimata sentendo l'avvocato bussare. L'odore pestilenziale del suo fiato si sparse nell'aria investendo il volto di Draghi che lo fissava. Dovette tirarsi indietro
Pietro guard prima l'uomo e dopo Vitaliano.  proprio stupido! disse. Proprio un bischero! Poi si rivolse a Pistoiesi, anche lui dandogli apposta del tu, come fosse stato un ragazzino. Pensi che quello l fuori sia qui per difenderti? gli domand scattando. Se  cos sei davvero pi coglione di quel che immaginavo!
Sentirono Pieri alle prese con Mazzuoli, che protestava.
Avanti! grid Draghi invelenito. Mazzuoli, fai entrare l'avvocato. E poi, rivolto a Pistoiesi: Peggio per voi. Non potrete dire che non vi avevamo avvertito! Ognuno crepa come vuole, del resto.
Fecero passare Pieri.
Ora vi faccio una domanda disse Draghi a Pistoiesi fissandolo dritto negli occhi. Voglio darvi un'ultima possibilit d'usare il cervello e di salvarvi. Accettate l'avvocato Pieri come vostro legale?
Pistoiesi sembr riflettere un istante a testa bassa, guardandosi le manette. Tremava, piagnucolava, poi sollev il volto screziato di piccoli graffi provocati dalla rottura del vetro del finestrino e disse: S, l'accetto. Io non ho ucciso nessuno!.
L'avvocato sembr soddisfatto. Mise una mano sulla spalla del suo cliente. Adesso ci sono io... non avete pi nulla da temere.
Domand quali prove o indizi avessero condotto al fermo di Pistoiesi.
Draghi gli espose i fatti, lui ribad che erano faccende circostanziali, legate al semplice furto di alcuni disegni senza valore, e per il resto mere ipotesi circa degli agguati per i quali un colpevole era gi stato arrestato.
Draghi fece notare che c'era anche la resistenza all'arresto, e che il fermo sarebbe durato almeno ventiquattro ore.
L'avvocato assent, grave: Va bene. Non preoccupatevi, Pistoiesi, ventiquattrore passano in fretta. Non aprite bocca se vi interrogano e rifiutate di rispondere se non ci sono anche io. Dopo di che sarete libero come prima, ve lo garantisco. Non c' prova che voi abbiate fatto nulla di male. Spero non abbiate detto niente, fino a ora... Anche se ho sentito che vi hanno interrogato senza di me... questa storia non finisce qui! minacci all'indirizzo di Draghi.
Non ho parlato lo rassicur Pistoiesi, guardandolo speranzoso.
Bravo, continuate cos, fra poche ore sarete fuori. Cercheranno di torchiarvi, non cedete, e soprattutto non dite niente! Intesi?
Pistoiesi annu, un po' rincuorato.
Quando l'avvocato fu uscito, Draghi si rivolse a lui fissandolo negli occhi, come non aveva mai fatto con nessuno prima di allora. Dovreste ringraziarmi, se vi avessi lasciato andar via con il vostro avvocato ironizz calcando l'accento su "vostro" non so quanto avreste potuto sperare di sopravvivere prima di avere un
altro incidente. La notte porta consiglio. Se sapete qualcosa che possa aiutarci a trovare Ernestina, Maria per voi, vi conviene dircelo ora, poi non avr alcun valore. Per il resto, toglietevi ogni illusione: n voi n i vostri protecteurs la farete franca.
Non abbiamo bisogno di lui disse Pietro. Non mi fa nessuna pena, era pronto a far uccidere un uomo innocente che si sarebbe buttato nel fuoco per lui, pur di salvarsi, non merita il nostro aiuto.
Pistoiesi protest, prov a ribattere. Vacher che aveva assistito tremante alla scena dal suo angolo, in un impeto di coraggio, si port sul fronte della libreria, gonfi le penne e allarg le ali gridandogli contro due Belin! inveleniti.
Draghi chiam Mazzuoli che arriv con Fef per tradurre il Pistoiesi nella cella di fermo della questura. Per il resto, non fu necessario che Pistoiesi dicesse alcunch. Da quel momento in poi tutti i pezzi, d'un tratto, inesorabilmente, cominciarono ad andare al loro posto. Come succede in un rompicapo, o in un solitario, quando le carte o le tessere sono rimaste poche e finiscono al loro posto con sempre maggiore facilit.
Il telefono sulla scrivania di Draghi suon.
Commissario disse uno degli agenti saliti a Petrognano. Penso che vi interessi sapere che il morto qui, dai documenti che ha con s, risulta chiamarsi Valdo Vichi,  un artista, un professore dell'Istituto d'Arte.
Un altro? Com' morto? domand Draghi.
Gli hanno sparato nella pancia. Ma non  tutto. C' un quadro con una ragazza nuda e...
S...
 quella scomparsa, la fidanzata dell'agente Petruzzelli.  proprio lei, e ci sono anche dei vestiti da donna ripiegati su una sedia.
Non toccate nulla, stiamo arrivando.
Un altro morto. Il professor Vichi... E l c'era anche Ernestina disse Draghi guardando Pietro, che volt gli occhi al cielo come per invocare l'aiuto di qualcuno al di sopra delle parti e degli uomini.
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Capitolo 63.
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La vecchia alz la testa dai pantaloni che stava rassettando e abbai contro i tre giovani che erano comparsi sulla porta: Di nuovo qui? Pelandroni! Mi tocca sorvegliarla come il miele questa ragazza!.
Come sta? chiese Divo, il pi giovane dei tre fratelli.
La febbre sta scendendo, da ieri ha smesso di delirare.  venuta la Dina a controllarla gi due volte, le ha dato da bere un altro dei suoi intrugli. Ha detto che ci siamo,  fuori pericolo.
Speriamo che non ci denunci disse un uomo anziano, entrando alle loro spalle. Su, il priore ha trovato un morto ammazzato nella casetta vicino alla canonica. Bisognava chiamare subito la polizia e un dottore per portarla all'ospedale. E se invece che riprendersi ci moriva?
I tre fratelli, nati tacca tacca uno dietro l'altro, a distanza di nemmeno due anni, lo guardarono e Giangio, il pi grande, disse: Babbo, lo vedete che si riprende? Almeno sar in grado di dirci cosa fare per il suo bene. Come ve lo dobbiamo dire che non ci fidiamo a rimandarla nel mondo, senza sapere perch l'inseguivano e le sparavano?.
Avete ragione anche voi... ma se si chiamava la polizia non era meglio?
S, boni quelli! prese a dire Biagio, il mezzano, che era il pi
bello dei tre e sembrava un attore del cinematografo. Sono fascisti i poliziotti, e dei fascisti non mi fido. Li ho conosciuti da militare, magari sono proprio loro che la cercano, e noi gliela mettiamo fra le braccia?
Ma se fosse stata lei a sparare a quell'uomo?
S, per poi scappare gnuda? Pi facile sia stata quella donna che abbiamo intravisto in cima alla cava. Magari il morto era il marito e la ragazza la sua amante. Come c'ha provato una volta ad ammazzarla, ci potrebbe provare due. La ferita sta meglio, la febbre sta calando, questione di ore e ci dir lei chi chiamare e se abbiamo fatto male o bene!
Il vecchio annu. Mah... biascic. Come volete voi... certo, tutta nuda in quel modo, dev'esser scappata da un letto, per forza!
L'anziana madre alz la testa a guardarli. Badali te, che facce deluse quando dici cos! disse, e rise a presa di giro. Tutti e tre innamorati come bischeri! Se Rosina ti scopre a te, Biagio, ti fa i' pelo e i' contropelo! In effetti, bella l' bella, poveretta... Ma dev'esser anche un po' puttana, ad andare in giro gnuda.
Ma che dite, mamma! Come fate presto a giudicare. Magari l'hanno spogliata a forza. L'avete visto come scappava nel delirio, come muoveva le gambe, non faceva altro che dire che si doveva nascondere...
Speriamo si salvi e non ci denunci. Ci mancherebbe altro che quello. V'avete corso un be' rischio a calarvi nella cava per andare a ripescarla. Se vi franava?! L' stata fortunata a fermarsi su quell'alberello, se cascava di sotto, l'era finita! disse il padre. Bada te icch ci doveva andare a capitare. Altro che lepri e fagiani, siam tornati con una Venere nuda e ridotta male, poerina.
Due giorni prima Biagio s'era calato con una fune, trepidante aveva avvolto la ragazza nel proprio giaccone pensando fosse morta, e i fratelli li avevano ritirati su di forza. La gioia quando s'erano accorti che respirava... In tre balletti erano arrivati a casa, con i cani e i fucili, dimenticandosi l il carniere con la selvaggina, per la contentezza delle volpi.
E ora non facevano che chiedere come stava.
Nuda, sotto la pioggia e il vento che s'era alzato quel giorno, con le gambe graffiate, tra lo shock d'essere inseguita, gli spari, il colpo e la caduta, invece che riprendersi alla ragazza era salito un febbrone e aveva preso a delirare. Ma di chiamare un dottore non avevano avuto il coraggio: se poi quello parlava e chi la cercava veniva a finire il lavoro? Cos s'erano rivolti alla vecchia Dina, che senza sapere n leggere n scrivere era meglio di sette medici e tre farmacisti.
Speriamo non sia un'assassina, o una ladra! disse la vecchia, che con la Dina aveva cacciato gli uomini e lavato la ragazza, curato le ferite alle gambe, i graffi e il colpo di striscio al braccio, che era tutto terra, e poi s'era messa l di guardia e non s'era pi mossa.
Ma che vi viene in mente, mamma! protest Giangio.
Guarda se dorme ancora disse la donna socchiudendo la porta. Avr fame, l' da quando vu l'avete trovata che le do acqua e zucchero o brodo. Se non mangia, finisce che muore di stenti.
Giangio spinse la porta della piccola camera come un bambino curioso. Vide che la ragazza si era tirata su a sedere e si guardava intorno.
Incredulo esult: S' ripresa, s' svegliata!.
Fate piano, non la spaventate! si raccomand la madre, e s'alz di fretta.
Ernestina vide indietreggiare la testa del giovane e apparire la vecchia, che le and incontro sorridendo.
Sia lodato i' Signore! disse. Vi siete ripresa, come state?
Dove sono? domand Ernestina. E alz la coperta per guardarsi. Aveva una camicia da notte. Subito sent un fastidio al braccio destro, se lo tocc, vide la fasciatura.
Vi hanno sparato, v'hanno portato qui i miei figli.
Il vecchio e i tre giovani erano comparsi alle spalle della donna, la salutarono, con gli occhi puntati su di lei. Sorridevano, erano contenti che fosse fuori pericolo.
Come vi sentite? Vi ricordate cosa vi  successo?
Ernestina annu. Ho sognato tanto, mi ricordo che scappavo, e che mi sparavano. Mi pareva d'essere una lepre.
Non sapevamo che fare... spieg la donna avvicinandosi alla ragazza.
Ho tanta fame... disse Ernestina.
Lo credo. Avevate la febbre, vi s' dato tanto da bere, anche se non era facile.
Grazie... mormor la ragazza imbarazzata, sentendosi addosso gli occhi dei tre giovani. La guardavano come se avessero avuto davanti la Madonna.
Vado subito a prepararvi qualcosa. Una farinata, ha detto Dina, una cosa liquida e poi piano piano il resto. Voi non la stancate, mi raccomando.
Come vi sentite, signorina? chiese Giangio.
Meglio, parecchio meglio. Vorrei i miei vestiti...
I quattro uomini arrossirono.
Non li avevate... disse l'anziano ... quando vi abbiamo trovata.
Stavolta fu Ernestina ad arrossire portandosi le mani al volto.
Ma Giangio v'ha avvolta subito nel suo giaccone, non dubitate. E poi ci ha pensato mia moglie a lavarvi insieme a una vicina, una specie di dottoressa, una guaritrice, che v'ha curata.
Ricordate come mai... eravate nud... vi sparavano? domand Biagio.
Perfettamente...
Dopo poco la donna rientr con la farinata fumante ed Ernestina la fece fuori soffiando e imprecando, perch con la fame che aveva le mancava la pazienza di farla freddare. Poi chiese del pane e le furono portati anche del prosciutto e un bicchiere di vino. Ci si tuff con l'energia di un carrettiere.
Che fame! esclam.
Tutti risero.
Fate piano, senn vi ci strozzate! si raccomand la vecchia. Il vostro stomaco si deve abituare. Son due giorni e passa che non mangiate nulla.
Ernestina si blocc. Come due giorni? domand.
Due giorni e tre notti. Oggi  il terzo...
Devo andare! disse scostando il piatto e facendo per alzarsi.
La donna la ferm. Siete ancora debole, non fate sciocchezze!
Allora dovete andare subito a un telefono, per l'amor di Dio. Dovete chiamare la questura e chiedere del commissario Draghi. Parlate solo con lui. Ditegli dove sono, fatemi venire a prendere. Potrebbe esser questione di vita o di morte!
Non ci denuncerete mica, signorina? domand il vecchio, sbiancando.
Ma che dici, babbo?! lo riprese Giangio.
Ernestina non gli bad, aveva altro per la testa. Ricordava ogni cosa adesso, per filo e per segno. Non era stato un sogno e di certo Vichi era morto.
Fate presto, per piet! supplic.
Allora Giangio e Biagio corsero fuori per andare a chiamare la questura dal posto telefonico pi vicino.
Commissario Draghi! si raccomand Ernestina. Parlate solo con lui!
Della ragazzina che Draghi aveva incontrato due anni prima
all'affittacamere Michelangelo, quella che faceva la gattina divertendosi a farsi ammirare, non sembrava vi fosse pi traccia. Seduta nel letto, a bere un dito di rosso dal bicchiere quasi d'un fiato, c'era una giovane donna adesso, e non era solo bellissima, ma anche in gamba. Aveva visto la morte negli occhi e s'era risvegliata diversa, rinata, pi sicura di quel che voleva e di quanto valeva. Di una cosa era certa: avevano tentato d'ucciderla e gliel'avrebbe fatta pagare.
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Capitolo 64.
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Il conte e Nausica erano partiti dalla tenuta maremmana a tarda sera con l'auto di lei, come due fuggitivi di un romanzo d'amore. Il conte aveva dormicchiato e si era agitato per tutto il viaggio, in preda a una leggera febbre che ormai gli faceva compagnia da settimane. La vecchia Ines, ricevuta la telefonata che l'avvertiva del loro ritorno al Castello del Nero, era rimasta in piedi ad attenderli: una sagoma scura che si stagliava sulla finestra del piano superiore della villa e scompariva e ricompariva a brevi intervalli. Guardava la strada buia in attesa che i fari dell'auto annunciassero l'arrivo del conte e della contessina. Stava in pensiero, per le condizioni del padrone e per la luce che aveva letto negli occhi della sua Nausica prima che partissero, di quella bellissima donna che aveva visto nascere e alla quale voleva bene come a una figlia. Le cameriere erano state tutte licenziate settimane prima, fra pianti e commiati, senza fornir loro nessuna spiegazione. Restavano solo lei e Claretta a presiedere la villa e portare su le valigie, ma non se l'era sentita di tener sveglia la ragazzina e temeva di non farcela da sola con i bagagli a fare le scale fino alle camere.
La sveglier quando arrivano, si disse e fece l'errore di sedersi un istante sul divanetto del salotto. Si guard intorno. I lussuosi mobili della stanza, il grande lampadario di Murano, i ninnoli e le porcellane che aveva spolverato per tutta la vita, era come se la
guardassero a loro volta. Sollev lo sguardo sul grande ritratto a olio della contessa, la sua padrona, e ripens a com'era bella e a quanto era stata felice di aver avuto la bambina. Si ramment i giorni della sua malattia, i colpi di tosse, il trasferimento in sanatorio, e il volto velato di grigio con il quale era tornata. La sua signora sapeva di dover morire, anche se i dottori le avevano taciuto la verit. Bastava che si guardasse allo specchio per intuirlo negli occhi febbricitanti, nel volto sempre pi magro e in quegli eccessi di tosse che le squassavano il petto lasciandola ogni volta pi esausta. Nonostante ci non aveva mai smesso di sorridere e di essere gentile. Non voleva morire in casa di fronte alla bambina e allora, con una scusa, era partita per la Svizzera, dove un importante medico l'attendeva nel suo ospedale sulle Alpi. L'aria pura le avrebbe fatto bene.
Mamma, posso venire anche io con te? A Ginevra, mamma, me l'hai promesso!
Rammentava le lacrime della contessina e la delusione per quel no, che il pensiero dei giochi che avrebbe potuto continuare a fare con Vitaliano aveva mitigato nel giro di poche ore. Per il resto la bambina sembrava davvero non essersi resa conto delle reali condizioni della madre. Perfino il conte era riuscito a mantenere la parte di fronte alla figlia, nonostante la disperazione a cui lei l'aveva visto abbandonarsi quando si credeva solo.
Nausica era troppo presa dal figlio del fattore, dalle loro avventure e dalle corse nei prati per accorgersi del male della madre, o forse, come avviene talvolta ai bambini, non voleva accorgersene, non voleva saperlo e vederlo. Perch le cose diventano vere e terribili quando le guardi negli occhi, e si spera sempre che far finta di niente contribuisca a togliere loro forza e le faccia sparire.
Prima di partire la contessa l'aveva fatta chiamare.
Ines... le aveva detto con il bel volto illuminato da un sorriso grato. Me ne vado. Sapete bene che non torner e che questa  l'ultima volta che ci vediamo. Vado a casa, torno da dove sono venuta.
Non dite cos, signora... aveva provato a dire lei.
Ma la donna aveva alzato la mano a chetarla. Voi non fate cos, Ines. Non c' bisogno, siete troppo saggia... Lasciatemi dire, non fatemi affaticare.
Lei aveva annuito, abbassando gli occhi.
Devo ringraziarvi. State vicina al conte e alla bambina, per favore. Prendetevene cura come avete sempre fatto. Mio marito  un bambino anche lui, lo sapete... Restate con noi, con loro. Tutta la villa si regge sulle vostre spalle, Ines. Sposatevi, se credete, siete ancora giovane, ma non andatevene da qualche altra parte. Quando sar morta, per il conte e Nausica si aprir la terra, potr capitare che vi trattino male, chiss... Abbiate pazienza, perdonateli, fatelo per me, restate...
Rammentando la scena Ines inizi a piangere, proprio come aveva fatto quel giorno di fronte alla contessa.
Me lo promettete? le aveva chiesto la donna. Non ve lo chiedo come padrona, n come contessa. A che valgono i titoli dove mi sto avviando? Ve lo chiedo come madre e come amica. Me lo promettete?
Fra le lacrime aveva promesso, poi si erano abbracciate e lei l'aveva baciata come una figlia, sulla fronte.
Grazie, grazie! Sapevo di poter contare su di voi...
Ed era stato vero. Lei l'aveva reso vero, rimanendo in quella casa per tutta la vita, vegliando sulle cameriere, sul conte e su Nausica con gli occhi di una serva dentro ai quali si nascondevano quelli di una madre prematuramente scomparsa. Per questo era in pensiero, per questo le faceva male vedere il conte in quelle condizioni e Nausica cos terribilmente triste. Quando la scopriva malinconica, a guardare nel vuoto, le ricordava la sua signora e, allora, le voleva ancora pi bene.
Distratta da quei ricordi, con gli occhi fissi sul collo diafano e delicato del dipinto, non sera resa conto del tempo che passava. Il suono di un clacson la riport alla realt.
Si alz asciugandosi gli occhi con il grembiule e corse gi per le scale. Claretta! Claretta! url picchiando sulla sua porta passando. Svelta, svelta! Arrivano!
La ragazzina s'era coricata vestita, e dopo poco comparve assonnata alle sue spalle. Scesero le scale e uscirono fuori nel giardino.
Nausica stava gi aiutando suo padre a uscire dall'auto. Improvvisamente sembrava un vecchio. Le due donne l'aiutarono a tirarlo su, lui punt il bastone e appena fu in piedi grugn scortese un Grazie, grazie, ce la faccio! e si avvi in casa.
Nausica e Ines si guardarono. Gli occhi della ragazza erano stanchi e lucidi.
Vieni, Claretta, prendiamo le valigie ordin Ines.
Non abbiamo portato granch... spieg Nausica. Domattina, come vi ho detto al telefono, avremo ospiti. Richiamate qualcuna delle cameriere dal paese e la cuoca, bisogna predisporre un pranzo di benvenuto!
La serva percep una nota sarcastica e stizzita nella voce della contessina.
Sar fatto... disse.
Un'altra cortesia, Ines aggiunse Nausica. Domani chiamate il dottore perch visiti mio padre e fate sparire alcolici e sigarette da tutta la villa, per favore. Se vi chiede dove sono finiti, dite che li avete gettati su mio preciso ordine.
Gli occhi di Ines si dilatarono. Improvvisamente si sent stanca, davvero troppo vecchia. Claretta, che aveva sentito, ebbe un
brivido, pens alle altre cameriere che erano state tutte licenziate e mandate via, ed ebbe paura. Non voleva tornare a casa, non voleva pi saperne di maiali e calci nel sedere: era una ragazza ormai e avrebbe fatto di tutto per non farsi cacciare, di tutto!
Si volt a guardare la sagoma scura con l'alta torre merlata della villa, di quel castello da sogno sul quale, improvvisamente, sembrava calato, come nelle fiabe, il maleficio di una strega.
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Capitolo 65.
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La monumentale e lussuosissima Isotta Fraschini arriv verso le otto e trenta della sera e penetr nel parco della villa quasi senza far rumore. Le sagome scure delle imponenti sculture dell'Umberti, i cui contorni sfavillavano d'arancio nell'ultimo riverbero del sole, accerchiavano l'imponente cancello d'entrata come sentinelle guerriere sbarcate da un altro mondo. La luce di quell'ora infiammava i rami e le cime degli alberi e salmonava radente il parabrezza e i vetri della grande vettura impedendo di vederne l'interno.
La macchina si ferm di fronte all'edificio e subito una coppia scese la scalinata, mentre l'autista s'affrettava ad aprir loro la portiera. La donna in abito da sera elegante sollev l'orlo del lungo vestito scuro e abbass la testa per salire. Quando si accorse dell'uomo gi seduto sul sedile posteriore, per poco non url e si port la piccola mano al cuore per lo spavento. Buonasera, ministro... disse, sforzandosi di sorridere. Troppo gentile, non v'aspettavamo, non era neanche necessario che mandaste qualcuno a prenderci, abbiamo l'auto.
Un piacere... scand l'uomo prendendole le dita guantate fra le sue e accennando un baciamano.
Nel buio dell'abitacolo i suoi occhi piccoli e neri palpitavano e fissarono quelli di Lonie Reyff de Vivy Glresse vedova Umberti come se avessero voluto leggerle nella mente. La donna dovette farsi forza per sedersi anzich tornare indietro, come un topolino accortosi troppo tardi di essersi ficcato nel buco sbagliato, gi occupato dalle spire di un essere letale.
L'uomo alto e robusto che la accompagnava, chinandosi per entrare, sent le loro voci e, non meno meravigliato, salut Sua Eccellenza. Anche lui vide subito che gli occhi del ministro scintillavano, scuri e inquieti, e si accorse che le labbra sotto i baffi avevano assunto un'espressione indecifrabile, che non gli conoscevano.
Mia cara, sono voluto venire personalmente a prendervi spieg il ministro senza sorridere. La faccenda  chiusa. Come vi ho detto giorni fa, prima di salire da Roma, l'assassino di Ottavio  stato catturato e ha confessato...
Non vi saremo mai abbastanza grati! l'interruppe la donna, sollevata.
Saremo? domand il ministro, fissandola negli occhi. Voi e chi altri?
Io... e la mia famiglia rispose la vedova prontamente, e dovette distogliere gli occhi dalle due olive nere e lucenti che la fissavano, incapace di sostenerne oltre lo sguardo. Sono cos sollevata, adesso! Sapere che il responsabile, quel mostro terribile,  stato catturato e pagher per quanto ha fatto forse mi permetter di dormire.
Il ministro annu, grave. Sembrava pensieroso. Ne sono certo disse, e nient'altro.
Fu Paranza a rompere il silenzio, che gli appariva ora insopportabile: come un liquido nero, o un olio di motore, allagava l'abitacolo, insozzando gli abiti improvvisamente madidi, chiudendo i pori della pelle, e saliva di minuto in minuto fino alla gola. Aveva caldo, voleva chiedere che aprissero un finestrino per
far spurgare fuori quel liquido, quella sensazione, ma non ne ebbe l'animo.
Come amico di famiglia, e del caro Ottavio, anche io vi sono immensamente grato, ministro. Ottavio meritava giustizia, ed ero certo che voi, da amico fraterno, l'avreste fatta.
Gi! disse il ministro serrando i denti e nel buio dell'abitacolo, mentre l'auto calava gi verso Porta Romana, scost il volto guardando fuori dal finestrino e i suoi due interlocutori non riuscirono a coglierne l'espressione.
Giunta all'altezza del grande cancello dell'Istituto d'Arte, l'Isotta svolt, addentrandosi nel parco come una nave che un colpo di timone immetta in un canale. Da lontano la si sarebbe potuta scambiare per un carro funebre.
Ma... state sbagliando strada! fece notare Paranza all'autista. La cena non era alla vostra residenza fiorentina, Eccellenza? e si rese conto che nel dirlo gli era tremata la voce.
S,  vero. Avete gi fame? domand il ministro, senza scomporsi.
No, solo che non capiamo... disse Paranza con un filo di voce, e subito si pent d'aver usato il plurale. Lonie, pietrificata, non parlava, ma il suo sguardo domandava per lei la ragione di quella deviazione, mentre i grandi ippocastani sfilavano fuori dai vetri, uno dietro l'altro, scuri e colossali.
Sono venuto a prendervi personalmente, mia cara, perch, prima di recarci a cena, mi piacerebbe mostrarvi una cosa, presentarvi delle persone che tanto hanno contribuito alla risoluzione dell'indagine, e che credo sia giusto conosciate e ringraziate di persona. Questione di pochi minuti, prima di lasciarsi tutto alle spalle.
Volentieri... convenne la donna, improvvisamente pallida. Anche se rivedere la scuola... Non so se me la sento...
Il ministro non disse nulla, continuava a fissarla senza tradire alcuna emozione, ancora come se avesse voluto leggere nei suoi pensieri.
Se non te la senti, Lonie, non sei obbligata... Giusto? domand il suo compagno, rivolto al loro anfitrione.
Siamo arrivati fu la risposta, scandita quasi con durezza. Ottavio mi ha sempre parlato di voi come di una donna forte, ce la farete.
Scendendo, la vedova, che nell'auto aveva sudato copiosamente, fu colta da una folata d'aria fresca ed ebbe un brivido di freddo. L'ampia struttura dell'edificio era immersa nell'oscurit e risaltava come un enorme cane addormentato contro il blu cobalto del cielo nuvoloso che si stava ora lentamente, ma inesorabilmente, spegnendo.
I due notarono subito le altre auto presenti in prossimit dell'entrata, ma non fecero commenti. Si guardarono fra loro. Paranza dette il braccio alla vedova e le prese la piccola mano nella sua per tranquillizzarla.
Ma non  chiuso a quest'ora? domand, senza sapere nemmeno lui perch.
Si, lo era anche la sera dell'assassinio, se  per questo rispose il ministro procedendo dietro di loro e indicando il piccolo rettangolo illuminato dell'ingresso, che immetteva nell'Ottagono.
Non so se ce la faccio... disse la donna, fermandosi.
Ma il ministro seguit a spiegare: Il direttore ha accettato di aprire l'Istituto per permetterci di ringraziare coloro che hanno contribuito alla cattura del... mostro. Vi far subito portare un bicchiere d'acqua, non dubitate. Poi si affianc alla donna, dal lato opposto di Paranza, e la prese sottobraccio, mostrandosi nei gesti delicato e premuroso.
Lonie si volt a guardarlo con un'espressione sconsolata, davvero era sul punto di svenire per l'oscura minaccia che sentiva gravare su di s. Nel volto dell'uomo, per, non trov nessuna traccia di compassione o di clemenza.
Anche Paranza si sporse a guardare il loro accompagnatore e avrebbe voluto insistere ribadendo che non era il caso, ma evit di farlo, certo, dall'espressione dell'uomo, che ormai non sarebbe servito.
 giusto seguit il ministro che voi sappiate come sono andate le cose, e perch.
Quelle parole ebbero l'effetto di tranquillizzarli, quasi all'unisono tirarono il fiato. Non dovevano lasciarsi suggestionare. Entrarono dentro la scuola ripetendosi che al di l di un'affettata cortesia e galanteria, il ministro non era mai stato capace di esprimere i propri sentimenti, che non era il caso di farsi spaventare da questo. Probabilmente ci teneva a raccontare loro tutta la storia e a raccoglierne il plauso e l'incondizionata gratitudine.
Furono accolti con grande calore nell'aula magna deserta dal direttore e dalla sua consorte, ma subito sussultarono quando riconobbero in piedi in un angolo della sala Pietro e videro alcuni uomini che non conoscevano seduti nella piccola platea. Le pareti decorate da grandi bassorilievi dell'Arco di Traiano di Benevento scomparvero ai loro occhi, trasformandosi in una folla di fantasmi bianchi accorsi da un'antichit remota e inconoscibile per assistere alla scena.
Si sedettero nei primi posti, senza sapere cosa attendersi. In una delle sedie pi esterne della stessa fila, si accomod Antonio, sopraggiunto come dal nulla, e rimase a lungo a fissare i nuovi venuti con una smorfia rammaricata. Il pover'uomo, ridotto uno straccio, probabilmente veniva a chiedere scusa per i terribili atti di cui si era macchiato il figlio, e non capivano dove trovasse la sfrontatezza di guardarli.
Nella platea di quel piccolo teatro giunsero da l a poco la bidella Ginevra, il professor Di Sario, la bibliotecaria, il Salieri, il Baccelli, il segretario e Franca, la modella amica di Ernestina. Ogni volta i due dovettero voltarsi per capire chi stesse arrivando. Si trattava, evidentemente, di tutti i protagonisti della commedia che ogni giorno si metteva in scena in quella scuola. Gran parte di essi aveva ricevuto la lettera anonima del Professore dell'OVRA. Senza manette, camminando a fianco di Panini, comparve infine anche Artemio Pistoiesi che si sedette dal lato opposto di Antonio, a met platea, gettando loro appena un'occhiata. Non guard n Paranza n Lonie, tantomeno il direttore e la professoressa Vallanzini.
La vedova e l'amico rimasero immobili, anche loro senza pi guardare nessuno, sforzandosi di non tradire emozioni. Ma la mano di lei tremava dentro quella enorme e pelosa di lui.
Il ministro li studiava, fissava le loro dita avvinte, augurandosi in cuor suo che i poliziotti fiorentini e quello strano uomo che aiutava il giovane commissario si stessero sbagliando e non riuscissero a dimostrare un bel niente, nonostante il dubbio che quel Draghi era riuscito a instillargli nella mente. Nel caso, se nulla fosse stato provato, com'era nei patti, Asterio sarebbe stato giustiziato e il commissario l'avrebbe pagata cara per avergli fatto fare una pessima figura con Lonie e perdere tempo prezioso. In caso contrario... non osava nemmeno pensarci.
Draghi non era ancora arrivato, ma aveva avvertito scusandosi per il proprio ritardo e lo si attendeva a breve. Era stato cos maledettamente convincente... Soprattutto nel soffiargli in un orecchio quell'idea: che i veri assassini potessero prendersi gioco di lui, ridersela della sua stupidit. Quell'eventualit gli appariva insopportabile e doveva sventarla.
Eppure, perfino Vitaliano, quando Pietro gli aveva prospettato l'idea di riunire tutti gli indiziati nell'aula magna e l raccontare di fronte al ministro come secondo loro fossero andate le cose, quasi non c'aveva creduto. Se solo gli fosse rimasta un po' di voglia di ridere, avrebbe riso. Improvvisamente, senza che il suo vecchio lo sospettasse, erano precipitati entrambi in un romanzo di Agatha Christie, uno di quei libri gialli dall'epilogo sempre uguale, nel quale alla fine si radunavano tutti i sospettati e il detective ricostruiva la vicenda smascherando i colpevoli. Solo che almeno l, sulla carta, si poteva star certi che gli assassini avrebbero avuto la compiacenza di tradirsi, farsi saltare i nervi o confessare. Nella realt, invece, le cose sarebbero potute andare ben diversamente. Quel giochetto avrebbe potuto costargli caro, e forse anche il posto. Il questore e il prefetto non aspettavano altro. Erano pronti a cazziarlo se le cose fossero andate male, o a lodarlo, a malincuore, se fossero andate bene, prendendosi il merito di avere agenti capaci di dubitare delle apparenze.
Draghi aveva sudato sette camicie per convincere il ministro ad attuare il suo piano e adesso rischiava di non arrivare in tempo, perch aveva ricevuto la telefonata di un giovane che dichiarava di avere con s Ernestina e lo invitava ad andare personalmente a prenderla, dato che la ragazza non voleva nessun altro. Se si fosse trattato di uno scherzo o di un modo per sviarlo dall'indagine a poche ore dall'ultimatum che gli aveva dato il ministro, sarebbe finito dalla padella nella brace. Ma se fosse stato vero? E perch allora non aveva chiamato lei? Cosa aveva fatto tutti quei giorni? Per saperlo non c'era altro modo che andare a vedere, tirandosi dietro Fef ben armato, anche se cos facendo avrebbe dovuto lasciare a Pietro il difficile onere di iniziare a condurre la serata senza di lui.
La tensione si tagliava con il coltello, quando finalmente il ministro, seduto dirimpetto alla platea nella postazione d'onore solitamente destinata al direttore, si alz in piedi e prese la parola.
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Capitolo 66.
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Ho l'onore di annunciarvi che stamattina ho personalmente interrogato il presunto colpevole dell'omicidio del professor Ottavio Umberti, mio carissimo amico, il quale ha confessato. Il mostruoso essere viveva nascosto nei meandri dell'Istituto, spiando gli studenti, le modelle, i docenti, disegnando egli stesso - non senza un certo talento, a quanto mi si dice, a riprova degli scherzi che pu giocare il destino. L'ipotesi  che si sia talmente ingelosito del successo e della bellezza del professor Umberti da riuscire ad attirarlo nella gipsoteca nottetempo e ucciderlo facendogli crollare addosso una statua, dopo averlo tramortito con un colpo alla nuca. Sembra che abbia fatto tutto da solo, dimostrando cos una forza e una scaltrezza notevoli. Non  chiaro come abbia fatto ad attirare Ottavio, cio il professor Umberti, in gipsoteca. Certo  che Umberti aveva le chiavi e vi si  recato di sua spontanea volont. Dopodich, i giorni seguenti all'omicidio, il nostro mostruoso assassino, anzich restarsene fermo e buono come aveva fatto per anni, rubacchiando matite e pezzi di carboncino e indumenti intimi delle modelle, ormai in preda a una libidine e a un delirio omicida senza precedenti, ha deciso di mettersi ad aggredire delle ragazze, probabilmente allo scopo di violentarle e ucciderle.
La bibliotecaria Stevenson in sala ebbe un sussulto, si lasci scappare un piccolo grido e si port la mano alla bocca, turbata. Tutti si voltarono verso di lei che disse subito: Scusate!.
Il ministro le sorrise galante.  comprensibile il vostro turbamento e quello delle signore presenti. Debbo per continuare la ricostruzione, mi perdonerete. Il mostro, indossando una maschera da toro per camuffare il suo ancor pi terribile aspetto, ha aggredito due volte, prima una modella, poi una studentessa, a distanza di poche ore, senza successo per fortuna e mettendosi cos notevolmente a rischio.
Cuccuma, seduto accanto ad Antonio, lo sentiva fremere e gli teneva la mano sulla gamba a rammentargli che non doveva intervenire, che non era il momento di dire nulla.
Per mettere fine a cotanta barbarie continu il ministro qualcuno che conosceva il suo nascondiglio ha mandato una lettera anonima denunciandolo. Noi l'abbiamo preso, interrogato, e costui ha confessato, quindi il caso  apparentemente chiuso.
I presenti tentarono di far partire un applauso poco convinto, poich il tono del ministro aveva qualcosa di sbrigativo, di altrettanto poco convinto. E poi c'era quell'"apparentemente", che gravava sul cuore di alcuni dei presenti come un macigno e si trasformava agli orecchi di Antonio in una specie di carezza.
Sarei tornato a Roma di volata, persuaso d'aver fatto il mio dovere e vendicato il mio amico fraterno, se non fosse che un giovane commissario di polizia, un fervente fascista, sfidando la mia ira, mi ha fatto notare che in questa storia troppe cose non tornavano, o meglio, tornavano troppo bene. Cos ho deciso di riunirvi qui per permettere anche a lui di raccontare la sua versione dei fatti. Siccome per l'indagine  ancora in corso, in attesa che il commissario arrivi, magari portando altre nuove, cedo la parola a un suo collaboratore, che certo avete gi conosciuto, il signor Pietro Bensi, invalido di guerra decorato con croce di
ferro. Vedremo se ci convincer, se sapremo rispondere ai dubbi che sollever e se la sua ricostruzione degli eventi sar davvero migliore di quella che vi ho appena raccontato.
Raramente capita che nella Storia due uomini tanto dissimili si trovino cos vicini e, per cos dire, quasi dalla stessa parte. Pietro non ringrazi, n fece un cenno di alcun tipo al ministro, si port al centro della sala e come un professore in cattedra prese la parola dopo aver guardato tutti negli occhi, uno a uno.
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Capitolo 67.
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Siete qui perch ognuno di voi, signori e signore,  un possibile sospettato, e ha ricevuto una lettera anonima mandata da un agente del ministro, con la quale si cercava di smuovere le acque. Ad esempio il segretario, come ci ha detto la signora Ginevra,  qui per confermare che l'Umberti aveva la chiave, perch gliel'aveva data lui stesso, la signorina Stevenson, bibliotecaria, per testimoniare circa lo spostamento di un libro, e cos  per ognuno di voi. Oggi  giusto che sappiate come sono andate le cose, dal momento che le aggressioni erano false e che Asterio ha la sola colpa, se cos si pu dire, di essere nato con una deformit del volto. Ma non quella di essere l'assassino.
Un brusio s'alz fra il pubblico, Paranza s'agit sulla sedia.
Io stesso ho rilevato prove sulla scena del delitto che mostrano l'uso d'una corda, e come ci siano volute pi persone per far cadere la statua. Partiamo da qui: dall'arma del delitto. L'Umberti viene stordito dopo esser stato baciato da una donna che gli lascia delle tracce di rossetto. Non  tuttavia stato finito a bastonate, come avrebbe fatto chiunque avesse semplicemente voluto ucciderlo.  stato spostato fin sotto la statua di Giuditta e Oloferne e la stessa gli  stata fatta crollare addosso. Badate, per, non certo per simulare un incidente, dal momento che la ferita del colpo che l'ha stordito  sulla nuca, ma la statua gli 
stata fatta cadere sul petto. Nel taschino dell'Umberti viene ritrovato l'orologio frantumato che, senza che gli assassini possano sospettarlo, mostra l'ora esatta, purtroppo per loro troppo esatta, della morte. Del resto, se lo avessero rotto apposta, gli avrebbe fatto gioco impostare le lancette su un'ora diversa, capace di rafforzare il loro alibi. L'uso della statua, come  stato subito chiaro, ha un valore simbolico. L'assassino, o gli assassini, non l'hanno scelta a caso. Ce ne sarebbero state di pi leggere, o pi facili da far cadere, ma  stata scelta proprio la statua di Giuditta e Oloferne. Perch? La signorina Stevenson, bibliotecaria presso l'Istituto, ci ha detto e potr confermare d'aver trovato un libro sulla scultura di Donatello - badate bene escluso dal prestito e consultabile solo in biblioteca - fuori posto. Chi l'ha preso per l'ha fatto di nascosto, voleva esser certo che il significato della statua fosse quello giusto, ma al momento di rimetterlo al suo posto sullo scaffale, s' sbagliato di ripiano. Potete confermarlo, per favore, signorina Stevenson?
La bibliotecaria si alz e annu. Proprio cos, lo confermo!
Ma in tanti potevano accedere a quel libro, direi tutti i presenti! fece notare il professor Di Sario.
Pietro annu. Infatti, non  questo il punto. Il punto  che dietro questa morte c' un messaggio, che si tratta d'una vendetta: la vendetta dell'innocenza, del femminile sull'arroganza del maschile. Ed  qui che entra in scena una giovane, dolce e bellissima modella originaria della Francia... Questa ragazza si chiamava Corinne. Umberti l'aveva corteggiata e sedotta, intrecciando con lei una appassionata relazione fino a che la giovane non era rimasta incinta di lui!
Questa  una menzogna! url la vedova alzandosi, e subito fu colta da un piccolo capogiro, che sottoline portandosi il dorso della mano alla fronte. Paranza dovette sorreggerla e si un
alle sue proteste: Ma cosa state dicendo...?  una calunnia! Ministro!.
Niente affatto, signora disse Pietro. Possono confermarcelo un maresciallo dei carabinieri e la signorina Franca, amica di Corinne, che l'ha confidato a chi a sua volta l'ha riferito a noi. Vi prego di ripetere la vostra testimonianza, signorina Franca chiese, rivolgendosi alla modella nel pubblico.
Lei si alz e raccont la storia di Corinne e la sua disperazione, compreso l'episodio con il maresciallo e la delusione della ragazza per l'atteggiamento dell'Umberti. Quando Franca, incapace di dilungarsi oltre per l'emozione che le procurava il ricordo dell'amica, si sedette in preda ai singhiozzi, Pietro la ringrazi e riprese la parola.
La moglie del direttore port un bicchiere d'acqua alla vedova, e rimase al suo fianco per consolarla. Lonie smaniava, sembrava sul punto di perdere i sensi. Paranza guardava ora Pietro con disapprovazione, se non addirittura con odio, scuotendo la testa, ora il ministro, come a supplicare che lo fermasse.
Andate avanti! lo incit il ministro, in posa severa.
Il suicidio di Corinne getta nello sconforto chi le voleva bene e le era affezionato. Un gruppo di suoi amici e colleghi si riunisce dopo il funerale, tutti detestano di gi l'Umberti per motivi diversi e si dicono che questa  l'occasione di fargliela pagare, decidendo cos di vendicare la ragazza. Si tratta innanzitutto del professor Pistoiesi, l'assistente, che si finge devoto, ma che in verit odia il suo maestro per il successo che ha con le donne, per le figure che gli fa fare canzonandolo senza piet di fronte agli studenti, e soprattutto... perch  riuscito a conquistare Corinne l dove lui ha fallito.
 una me-me-menzogna! url Pistoiesi alzandosi in piedi. Parrini al suo fianco lo invit a risedersi e fare silenzio e Pietro
pot cos continuare: La sua complice  una modella, collega di Corinne, Armenia Dolores, al secolo Arminia Ciccatelli, e poi c' il professore di figura, che adora la ragazza di un amore strano, ideale, e le  legato come un padre: Valdo Vichi, che oggi  stato trovato morto ammazzato da un colpo di pistola alla pancia.
Fra il pubblico di nuovo s'alz un brusio di meraviglia e Pietro dovette attendere pazientemente che si acquietasse per poter andare avanti: Franca, la persona forse pi vicina a Corinne, sua collega e amica, viene lasciata fuori da questa tresca, perch considerata troppo chiacchierona e troppo debole per attuare il piano senza tradirsi, nonch incapace di provare odio, figuriamoci d'uccidere.
Franca esplose in un: Non sono una chiacchierona!.
Qualcuno fra il pubblico rise. Pietro individu la provenienza del riso scorgendo il giovane bidello che fumava le Lupa, l'imboscato con cui avevano parlato nella sezione di ceramica. Se la godeva come fosse stato al cinematografo.
Pistoiesi si alz di nuovo per negare. Ma non to-torna nulla! esclam. Io e Armenia eravamo al ci-cinema quella sera, ve lo po-po-potranno co-confermare!
Arriver anche a questo disse Pietro sollevando la mano per bloccare l'impeto del Pistoiesi. Il vostro alibi  falso, come avr modo di mostrarvi. Ma prima di continuare va anche detto che da mesi ormai, forse da pi di un anno, voi, Pistoiesi, eravate venuto a conoscenza dell'esistenza di Asterio, e dopo averlo scoperto eravate riuscito a farvelo amico, a carpire la sua fiducia blandendolo con complimenti e dolci. All'inizio, conoscendo oramai come pensate, di certo avreste voluto denunciarlo e basta, prendervi il merito della scoperta, ma quando vi siete reso conto della sua maestria nel disegnare, avete pensato di approfittarne, in principio per farvi dare alcuni suoi disegni da vendere, poi per
farli passare per vostri, allo scopo di conseguire la cattedra di disegno dal vero, fare mostre, e cos via. Finalmente vi s'offriva l'occasione d'essere ammirato per il grande artista che, purtroppo per voi, non siete n, a questo punto, diventerete mai.
 una ca-ca-calunnia! url ancora Pistoiesi in bala della balbuzie, costringendo Parrini a intervenire per l'ennesima volta.
Non lo  affatto. Anche se Asterio non vi ha tradito, e nonostante tutto, non ha parlato, pur di proteggere la cosa pi simile a un amico che gli fosse capitato d'avere nella vita. I disegni che gli avete sottratto e portato in sede di concorso, la figura che avete fatto di fronte alla commissione... Lasciamo perdere, o volete che faccia intervenire la professoressa Vallanzini per rammentarvi i particolari?
Pistoiesi, risedutosi, abbass lo sguardo, imprec fra i denti e scosse la testa.
Torniamo a noi. Il professor Umberti  sempre a caccia di donne ma non ci ha mai provato con Armenia, forse per via della sua zoppia, ed  probabilmente per questo, pi che per l'amicizia che la legava a Corinne, che lei lo detesta e decide di partecipare all'omicidio. L'ha visto tentare diverse volte di irretire Franca, che per, ben sapendo cosa era accaduto a Corinne, evita e disprezza l'Umberti senza dargli corda. Cos finge di fare da tramite della ragazza, con la scusa che  davvero troppo timida per farsi avanti da sola, e dice all'Umberti che c' un interesse da parte dell'amica...
Franca scosse la testa e si guard intorno sbalordita, senza osare interromperlo. Nessuno le bad, tutti pendevano dalle labbra di Pietro che stava portando avanti quell'incredibile ricostruzione.
Armenia sa che Umberti non  in grado di dire di no a nessuna donna che appaia minimamente piacente, e Franca  molto
bella. Questo potreste confermarlo anche voi, signora Lonie, ce l'avete raccontato quando vi abbiamo interrogata, rammentate? Ma anche il professor Baccelli e soprattutto la professoressa Vallanzini, che della vanagloria dell'Umberti  stata vittima. Va infatti detto, a onor del vero, che la professoressa non ha mai avuto rapporti con l'Umberti, ma lui ha manovrato per farlo credere a tutti, rovinando la reputazione della donna e del direttore, il che fa parte della sua... come si dice? Mitomania? Il gioco che Armenia gli propone  quello di vedersi la sera in gipsoteca, dove ci sar Franca e gli si conceder nuda, fra le statue nude del Rinascimento e dell'antichit. Umberti ha le chiavi che si  fatto dare dal segretario, e non resiste a un'offerta cos,  proprio il caso di dirlo, allettante. Purtroppo per lui ad attenderlo trover diverse persone, ma non Franca, l'unica innocente e all'oscuro di tutto.
La ragazza annu, mormor un: Proprio cos! e poi tacque.
Per partecipare all'agguato, Pistoiesi e Armenia debbono crearsi un alibi. Alcuni giorni prima del delitto, senza farsi notare, vanno al cinematografo, guardano attentamente il film in programmazione e capiscono che la maschera e la cassiera s'assentano sempre dopo l'inizio della proiezione. Quindi la sera dell'omicidio, sicuri di non essere visti, escono dal cinema una volta iniziato lo spettacolo per recarsi all'appuntamento. Armenia, nuda, attira l'Umberti fra le statue, probabilmente indossando una parrucca o un cappuccio per non farsi riconoscere. Quando il professore entra, qualcuno lo colpisce alle spalle, poi viene trascinato sotto la scultura. Un ultimo bacio gli macchia i baffi di rossetto, poi l'opera di Giuditta e Oloferne gli viene fatta crollare addosso e tutti tornano da dove son venuti. Armenia e Pistoiesi rientrano al cinema di corsa, nel momento in cui lo spettacolo sta finendo e, per essere ricordati, fingono che lei
abbia dimenticato i guanti che, naturalmente, ha lasciato l apposta.
Non era una finzione,  ve-ve-vero che eravamo al cinema! Io ho la sola co-colpa d'aver preso dei disegni! protest ancora Pistoiesi, sprezzante.
Bene, Pistoiesi, allora... l'incalz Pietro. Non so se vi siete accorto che la vostra balbuzie vi tradisce. Sin dal nostro primo incontro mi sono accorto che incheccate nominando il vostro maestro, e quando mentite e vi emozionate. Ma c' ben altro. Come avrete sentito dire, purtroppo per voi, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Il film sono certo che me lo possiate riferire per filo e per segno, ma a un certo punto quella sera  successo qualcosa, qualcosa che hanno visto tutti e che ha obbligato ad accendere le luci durante la proiezione. Se eravate in quel cinematografo, mi dovete dire che cosa  accaduto quella sera.
Mi-mi ero addormentato e pu da-darsi...
Quel che  successo avrebbe svegliato chiunque. Il fatto che non sappiate dirmelo conferma che voi e Armenia non eravate l, perch stavate uccidendo il professore!
Io non ho u-ucciso ne-nessuno,  stato Vichi!
 facile dare la colpa a un morto, ma forse  vero che non siete stato voi materialmente a uccidere l'Umberti. In ogni caso avete contribuito all'agguato, il che  lo stesso.
Pistoiesi istintivamente si guard i polsi e se li sent gi legati da un paio di manette fredde e lucenti.
Andiamo avanti. Iniziano le indagini e a un certo punto l'agente romano smuove le acque mandando a tutti delle lettere anonime. C' chi reagisce in un modo, chi in un altro. Voi, Pistoiesi, non dite nulla della lettera ricevuta - come ha fatto invece il signor Paranza tramite la signora Lonie - ma andate nel panico.
Allora vi viene l'idea di trovare un capro espiatorio: chi meglio del povero ragazzo di cui vi fingete amico e che non vi tradirebbe mai? Al momento dell'arresto di Asterio abbiamo trovato il suo diario, scritto in codice. Una volta decodificato e tradotto, ci ha raccontato delle vostre visite, del modo che avevate di plagiare e raggirare un essere assetato d'amicizia e d'affetto, ma non ci ha detto nulla dell'uccisione del professore n dell'aggressione alle ragazze, perch di questo Asterio non sa nulla.  cos affezionato e fedele all'idea che voi gli siate amico, l'unico di una vita intera, che nemmeno vi denuncia dopo, quando capisce d'essere stato tradito. Preferisce farsi torturare fin quasi a morirne piuttosto che fare il vostro nome. E questo  il pi spregevole dei vostri delitti: avevate un amico e l'avete tradito.
Un giorno gli rubate la maschera da toro, quella che usava per muoversi di nascosto e coprire il viso deforme, e con la quale l'hanno visto in momenti diversi sia il segretario che Ginevra. Inscenate le due aggressioni. La prima a opera di Armenia, che fa tutto da sola, mimando malamente la violenza e graffiandosi appena il collo, senza considerare per che la via di fuga  bloccata e cos smascherando la sua bugia, dal momento che nessuna porta poteva essere sbattuta alle sue spalle e il suo aggressore per fuggire avrebbe dovuto passare di fronte allo scultore che poco lontano dall'improvvisato camerino riponeva le spatole.
La seconda la mettete in atto voi, con la sola intenzione di spaventare la ragazza e far salire la tensione generale. Lei v'affonda le unghie nei polsi, da qui la vostra camicia ancora abbottonata: volete mostrare i graffi? Non c' bisogno, l'abbiamo gi appurato. L'agente romano interviene, vi spara contro senza colpirvi, voi fuggite, giunto al piano inferiore, vi liberate dello spolverino e della maschera, abbandonandoli in un'aula, e poi vi fiondate
nella direzione opposta, fingendo di essere richiamato dai colpi, finendo fra le braccia dell'agente e mandandolo a correre dietro al nulla. La tensione  alle stelle, a quel punto vi basta scrivere una lettera anonima e indicare il nascondiglio di Asterio per farlo cadere nella rete.
Il ministro prese ad applaudire lentamente, platealmente...
Pietro lo ferm alzando la mano. Purtroppo, Sua Eccellenza, continu la storia non finisce qui. E nemmeno i morti che si tira dietro. Come voi sapete, avevamo infiltrato una ragazza, fingendo che fosse una modella, per carpire informazioni utili. Per  stata smascherata. Non si  tradita,  stata tradita.
Da chi? domand il ministro, irritato dalla notizia.
Da voi! disse una voce alle spalle dell'uomo.
Il ministro si volt e vide Draghi sopraggiungere dalla porticina della direzione in compagnia di Ernestina. Fef e Marangon erano poco dietro di loro e accompagnavano Armenia ammanettata.
Da me? chiese sbigottito.
Draghi prese la parola: S, da voi, dal commissario Marangon e dal questore. Ernestina incolpava il proprio fidanzato, invece  stato il professor Vichi, quando ancora pensava di ucciderla, a svelarle la verit. A tradirla siete stato voi!.
Io? Come io? protest il ministro.
Voi da Roma chiedevate risultati, i vostri agenti tramavano con le lettere anonime e altre facezie, e il questore, pressato da voi, pressava il commissario Marangon, che alla fine, per dimostrare che non stava con le mani in mano, gli ha detto della ragazza infiltrata. Il questore, sempre per dimostrare efficienza, l'ha detto a voi. Ora la domanda : voi a chi l'avete detto?
Il ministro sembr riflettere alcuni istanti, poi alz la testa di
scatto e guard Lonie, che sbianc. Si volt verso Pietro e Vitaliano, che annuirono appena.
Voi? Siete stata voi? domand fissando l'amica. Fino alla fine non ho voluto crederlo, ho sperato con tutto il cuore che non fosse vero...
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Capitolo 68.
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Vi presento Armenia, signor ministro disse Vitaliano facendo venire avanti gli agenti con la modella che a testa alta, sprezzante, sosteneva lo sguardo dei presenti fissandoli senza vergogna.  stata lei a intuire che Vichi non avrebbe ucciso la nostra infiltrata perch non era un assassino, anche con Umberti aveva voluto fare solo da palo. Perci Armenia  andata fino al nascondiglio e ha tentato lei stessa di uccidere la nostra infiltrata, la signorina Ernestina.
La indic e lei fece un timido cenno di saluto. Ma per farlo continu Draghi ha dovuto prima eliminare Vichi, che si opponeva. Ernestina ce l'ha fatta a scappare e mentre scappava ha visto sul piazzale della piccola canonica la bellissima auto nera, la Bugatti 57S, del professor Umberti, che Lonie aveva prestato ad Armenia e Pistoiesi per correre a uccidere la ragazza.  stata sempre lei, avvertita da Armenia, a mandare il miglior avvocato di Firenze di corsa in questura a difendere Pistoiesi. E la cosa ridicola  che vi  giunto ancora prima dell'arrestato. Tutte queste cose ci hanno messo in sospetto.
Fra il pubblico si udirono dei commenti di sorpresa, ma fu questione di un istante e tutto ripiomb in un silenzio carico di tensione che permise a Vitaliano di andare avanti con la sua ricostruzione.
Se Ernestina fosse morta, dopo Vichi, rimanevano Pistoiesi e la modella a poter parlare. Quando Pistoiesi  tornato per partecipare al concorso, Armenia aspettava fuori in un furgone camuffato, insieme al signor Paranza, decisi a tenerlo d'occhio, nel caso si fosse trattato di una trappola. Quando l'hanno visto salire in manette sull'auto della questura, disperati, hanno tentato di non farlo arrivare a destinazione provocando un incidente per poi approfittare della confusione per eliminarlo. Se non ci sono riusciti  solo per l'abilit alla guida del brigadiere Parrini, che  riuscito a schivare il platano verso il quale il furgone l'ha spinto. Fallito l'agguato, i due sono fuggiti, avvertendo in fretta la signora Lonie che mandasse l'avvocato Pieri a mettere sotto tutela il professor Pistoiesi, che erano certi non essere in grado di reggere l'interrogatorio senza comprometterli. Se l'avvocato fosse riuscito a far liberare Pistoiesi, avrebbero potuto farlo sparire insieme ad Armenia e sarebbero stati salvi. E qui entra in scena il maresciallo Cuccuma, che si  ricordato della ditta del signor Paranza, una ditta di macellazione carni.  bastato recarsi nei suoi magazzini per trovare il furgone incidentato di fresco e camuffato, e la ragazza legata e imbavagliata, anche lei in attesa d'essere uccisa, magari tritata come una salsiccia. Una catena di omicidi che avrebbe messo al sicuro per sempre i vostri illustri amici, ministro.
Sandro, non crederai... prov a dire Lonie, e poi si lasci andare fra le braccia di Paranza.
Il ministro la guard scuotendo la testa amareggiato.
Proprio cos, occorre tornare indietro alla sera dell'omicidio, infatti, per scoprire che la nostra tragedia si arricchisce di due nuovi protagonisti continu Draghi. Dalla villa del caramellaio commendator Bertelli scendono in fretta e furia Lonie e il suo amante, arrivano alla scuola e probabilmente  Paranza che colpisce Umberti ed  la moglie, che porta un rossetto rosso, a chinarsi su di lui a baciarlo un'ultima volta. Sar sempre Paranza a trascinare il corpo sotto la statua, forse aiutato da Pistoiesi.  questo gigante a spingere la statua, mentre qualcuno tira la corda che hanno legato intorno al collo di Giuditta. Cos non abbiamo pi due assassini, ma cinque!
Non io! grid Armenia in un ultimo disperato tentativo di difendersi. Sono stati loro, lui l'ha colpito, e lui ha spinto la statua! url indicando il Paranza. Questo maiale voleva uccidermi! Io creper per aver ammazzato il professor Vichi e per non essere riuscita a fare altrettanto con questa troia, ma voi due verrete all'inferno con me, e anche tu, buono a nulla! disse rivolta a Pistoiesi.
Era un porco, meritava di morire! url l'assistente. Un porco! e nel dirlo non ebbe un minimo accenno di balbuzie.
Il ministro fece un gesto all'agente romano, a cui bast guardare Pistoiesi per farlo tacere. Nessuno fra i presenti osava emettere un fiato.
Nel mentre Ernestina, che gi da un po' la guardava in cagnesco, non si tenne pi, fece un passo e in maniera fulminea e inaspettata lasci andare un pugno in faccia ad Armenia. Qui se c' una troia sei proprio te!
Armenia perse l'equilibrio e si trov a terra. A fatica fece per rialzarsi e scagliarsi contro Ernestina, toccandosi il labbro sanguinante, ma due agenti la trattennero. I presenti si agitarono increduli per quanto stava avvenendo. Allora il ministro, meditabondo, chiese silenzio. Appariva molto stanco e triste. Quando l'ottenne guard la vedova a lungo, la testa piegata di lato, a squadrarla, e gli occhi color fuliggine improvvisamente opachi: Lonie... dimmi solo perch l'hai fatto... Lui ti amava!.
La donna alz la testa risoluta. Amava solo se stesso. E io di
certo non lo amavo pi da quando avevo incontrato Enrico. Forse non lo capirete, ma con la sua delicatezza e devozione quest'uomo grosso e goffo alla fine  riuscito a conquistarmi, rammentandomi cosa significa essere amati. Dovevo fermarlo, capite? Era un satiro, un'umiliazione continua per me... Non mi sarebbe importato se fosse andato via con Corinne, anzi, ne sarei stata felice. Invece, dopo la morte della ragazza, vennero a trovarmi Vichi, Armenia e Pistoiesi e mi raccontarono tutto. Volevano sputtanarlo, volevano che io sapessi fino a che punto era una carogna. Allora mi ricordai che il giorno prima ero salita sulla sua auto per spostarla dal vialetto e sotto il sedile avevo notato la cima di una corda. M'era sembrato strano e controllando avevo visto che c'erano anche dei guanti. Avevo pensato che gli servissero per spostare qualche scultura, cosa che di solito faceva fare agli operai. Dopo la visita di Armenia, Vichi e Pistoiesi, corsi all'auto e non ce la trovai pi, anche i guanti erano spariti. Ebbi la certezza che l'avesse uccisa lui simulandone il suicidio. L'aveva uccisa per paura che lei facesse uno scandalo e io lo lasciassi. Non poteva permettersi di perdere il tenore di vita al quale si era abituato. Quando gli chiesi della corda e dei guanti vidi il panico nei suoi occhi, farfugli una scusa banale, e cos ebbi conferma della mia intuizione.
Perch non l'hai denunciato?
La corda e i guanti erano l'unica prova... e se n'era disfatto. A parlare senza prove mi sarei ricoperta di ridicolo, e cos ne discussi con la signorina Armenia, il professor Vichi e Pistoiesi, e decidemmo di vendicare la ragazza e di togliere dalla faccia della terra il vostro caro amico, ministro, quel serpente velenoso!
Era un uomo che non meritavi. Mi spiace, ma temo di dover ritirare il mio invito a cena. Portateli via, tutti e quattro! Toglietemeli dalla vista! ordin.
A questo punto Paranza, che era rimasto immobile ad ascoltare e guardare in cagnesco il ministro, Pietro e i poliziotti presenti, mise la mano alla tasca per estrarre la pistola e giocarsi il tutto per tutto. Sal goffamente sulla sedia e grid: State indietro!. Non fece in tempo a dire altro, perch prima ancora che gli agenti potessero anche solo provare a fermarlo, il ministro estrasse a sua volta la pistola dalla fondina dell'uniforme, si alz e camminando verso di lui, con sprezzo del pericolo, gli spar a bruciapelo nel petto ripetutamente.
I tre colpi deflagrarono nell'aula magna, rimbombando fragorosamente nelle orecchie dei presenti. Paranza cadde gi di botto sulle sedie circostanti, le capovolse e vi rimase intrecciato. Urla terrorizzate si levarono ovunque. In molti si erano gettati sul pavimento, altri erano corsi carponi verso l'uscita. L'uomo da terra tent di sparare a sua volta, alz a fatica la pistola, la punt contro il ministro, che rimase a guardarlo senza nemmeno tentare di spostarsi, fino a quando l'arma non cadde dalla mano del moribondo che esal l'ultimo respiro.
Lonie, che aveva seguito la scena a occhi sbarrati, url un NO! straziante, quasi animalesco, e si gett sul corpo rimasto incastrato fra le sedie, chiamando pi volte: Enrico! Enrico! Enrico!. Quando si rese conto che non rispondeva, scoppi in pianto e si gir verso il ministro, che teneva ancora la pistola fumante in mano: Maledetto! Maledetto! L'hai ammazzato! Perch? Perch?!.
Il professor Di Sario e la bibliotecaria rientrarono insieme nell'aula dalla quale erano fuggiti, Franca si alz da terra tremante. Anche il direttore e la moglie, scappati al primo sparo in direzione si riaffacciarono guardinghi alla porta, pallidi come cadaveri.
Fu questione d'un attimo. Pietro fu lesto a pararlesi davanti e
abbracciarla, perch ebbe la certezza che il ministro stesse per cedere alla tentazione di sparare anche a lei. Invece quello, senza tradire emozioni, ripose l'arma e spar a grandi passi con i suoi accoliti al seguito.
Pietro si ritrov fra le braccia Lonie, improvvisamente fragile, la strinse lasciandola sfogare. Non aveva pi nulla delle sculture del marito. Quando sollev la testa lo guard e disse: Voi lo capite, vero? Almeno voi. Era un serpente, meritava di morire e sorrise. Ai lati del volto le comparvero le rughe di vecchia e per un istante il suo viso, con le occhiaie scure e gli occhi disperati, issato sul collo lungo e diafano, fu quello scheletrico di una mummia, come una premonizione.
Enrico... Enrico... sussurr ancora la donna chinandosi sul corpo di Paranza. Cercarono di risollevarla.
Draghi venne richiamato in direzione: Il ministro vi vuole!. Ma Draghi tremava, era immobile in piedi di fronte al cadavere, che lo fissava con il volto velato da un colorito terreo.
Avete sentito, commissario? gli chiese Parrini, mettendogli una mano sulla spalla. E come se gli avesse dato il via, lo vide correre fuori dall'aula magna, attraversare l'Ottagono, raggiungere il piazzale oramai immerso nel buio.
Parrini gli corse dietro; quando usc dal portone e si guard intorno lo vide poggiato alla propria auto, che vomitava anche l'anima. Non lo soccorse, stim fosse meglio attenderlo l. Lo vide riprendersi, pulirsi la bocca con il fazzoletto, poi chinarsi a togliere gli schizzi sulle scarpe e sui gambali dei pantaloni.
Il ministro vi vuole, vi sta aspettando... ripet Parrini.
Ho sentito. Vengo! rispose Draghi alzando la mano con il fazzoletto senza voltarsi.
Quando finalmente varc la soglia della direzione, il ministro era l, che approfittava dello stravecchio del direttore e rimuginava fra s. C'erano anche il commissario capo Marangon e l'agente romano, il Professore.
L'uomo dietro la scrivania alz la testa a fissare Draghi. Sembrava particolarmente calmo, scandiva le parole lentamente, come un rubinetto che gocciola nella notte.
Mi avete causato un grande dolore. Ma anche evitato che facessi la figura dello stupido. Devo ringraziarvi. Vi proporr per una promozione, commissario!
Ma Vitaliano non lo stava ascoltando, era di nuovo un fagiano, un bambino spaventato dal mondo dei grandi. Pensava alla brutale noncuranza con cui pochi attimi prima il ministro aveva ucciso quell'uomo, di pi, pensava alla spietata determinazione che aveva letto in quegli occhi scuri e lucenti, e all'intima soddisfazione che non aveva saputo celare esplodendo un colpo dietro l'altro sull'assassino dell'amico.
Ministro intervenne Marangon per lui. Scusatemi se mi permetto, ma se c' qualcuno che merita un premio, che ha rischiato la vita per risolvere questo caso,  quella ragazza: Ernestina. Le avevo promesso che a essere promosso sarebbe stato il suo fidanzato, un valente agente. Non siete d'accordo, commissario? concluse rivolto a Draghi.
Eh? S, s... ammise lui, riemergendo a fatica dal suo turbamento. Ernestina... conferm.
Siete incredibile! disse il ministro divertito.  fascista, almeno lui? O  come quel vostro collaboratore...
Fascistissimo! lo rassicur Marangon.
Come voi? chiese trapassando il commissario capo con uno sguardo gelido.
Certo, come me! rispose l'altro, divenendo rosso in volto. La questione veneziana  stata un equivoco, di certo lo sapete...
Il ministro annu guardandosi le unghie della mano destra,
pensieroso: Che tempi sono mai questi? Se le nostre donne debbono rischiare la vita e conquistare medaglie per noi? e senza attendere risposte sollev la testa e ordin: Venite! Seguitemi!.
Rientrarono nell'aula magna. I poliziotti se n'erano gi andati con gli arrestati e i testimoni erano stati invitati a uscire. Solo Pietro, Mazzuoli e Fef attendevano l'ambulanza vicino al cadavere, che era stato coperto con dei grandi fogli da disegno bianchi. Il ministro procedette verso di loro.
Grazie! disse deciso. Grazie a tutti voi!
Gli agenti presenti, compresi il Professore dell'OVRA e il suo gorilla, fecero una specie di inchino. Il ministro si port verso Pietro, che non s'era mosso e lo guard con aria di sfida.
Grazie anche a voi, Pietro Bensi e fissandolo con i suoi occhi da rettile d'improvviso alz la mano al cielo e sbatt il piede gridando: A noi!.
Pietro rimase calmo, respir, poi, con il braccio ferito, indic quello buono e sostenendo il suo sguardo scand: Invalido di guerra, impedito nell'arto.
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Capitolo 69.
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Ernestina si immaginava di tornare a casa, infilarsi nel suo uscio adocchiata da qualche vicina malalingua, salire le scale e buttarsi a dormire sulla branda a fianco della sorella. Forse i genitori l'avrebbero aspettata alzata, erano stati avvertiti, ma poteva anche benissimo darsi che a quell'ora, finalmente rassicurati, dormissero gi, vinti dal sonno e dalla fatica.
Lei e Vitaliano arrivarono in borgo San Frediano con un'auto della questura e svoltarono in via del Leone che la campana del Cestello batteva luna. Un gatto macilento scapp disturbato dai fari, interrompendo la caccia di un topo quasi pi grosso di lui. Ernestina storse la bocca, davvero si augurava che i suoi dormissero e di poter rientrare alla chetichella. Invece, i genitori e la sorellina, e a giudicare dalla gente che intasava la via si sarebbe detto tutta San Frediano, l'attendevano in via dell'Orto, sotto casa, vicino l'angolo di piazza dei Nerli. Il brigadiere Noferini, che passava con due questurini per fare l'appello degli ammoniti e mettere tutti a letto, s'era dovuto rassegnare a lasciar perdere e aveva un diavolo per capello.
Torna Ernestina, abbiate un po' di cuore! gli avevano urlato le donne. E anche gli uomini avevano fischiato e gridato: 'Un si fa nulla di male!.
Finch Bastiani, il fiduciario del fascio del rione, non era comparso dal nulla nel suo completo elegante ed era intervenuto a rassicurarlo, ordinandogli che lasciasse correre.
Allora aveva detto il brigadiere. Se voi dite che va bene, aspettiamo la ragazza insieme. Visto che  salva, l'aspetto anch'io con voi e i miei uomini. Ma poi tutti a letto! Che la gente vole dormire e domani c'ha da lavorare!
Ma se siamo tutti qui, brigadiere! url Faina fra la folla, senza farsi scorgere.
Tutti avevano riso, tranne Burdino e Burde, che stavano a ginocchia piegate, per non farsi vedere dallo sbirro. Erano corsi dalla mescita, con ancora il grembiule indosso. Non che avessero fatto nulla di male per quella sera: era la forza dell'abitudine.
La gente a letto, nel mio quartiere, ci va quando dico io e ce la metto io, siamo intesi? aveva chiarito con un filo di voce il gerarca e il brigadiere aveva dovuto annuire e tacere. Adesso, in un mutismo imbarazzato, aspettava che arrivasse la ragazza e, quando vide i fari di un'auto in fondo alla via, tir il fiato.
La macchina raggiunse la folla avvicinandosi rapidamente. Quando Vitaliano fece scendere Ernestina, la gente dalle finestre e per strada inizi ad applaudire e tutti si misero a chiamarla. Le amiche pi strette e le vicine le andarono incontro.
Bentornata! Bentornata!
Sia benedetta la Vergine che abbiamo pregato tanto!
Tu c'hai fatto sta' tanto in pensiero! Bella come sei, s' pensato al peggio, a qualche maniaco!
Come stai? Dov'eri? Tu ci devi raccontare tutto!
Lasciate passare la madre!
La signora e il padre si fecero spazio fra la gente, l'abbracciarono, mentre i ragazzini prendevano d'assalto l'auto toccando ogni cosa. Fra le lacrime, tutti la ricoprirono di baci: giovani, vecchi, amiche, uomini, donne, non la finivano pi.
Ernestina pens, con una stretta al cuore, che se fosse morta al suo funerale ci sarebbe stata pi gente che a quello di un podest. Le sembrava d'essere un'attrice del cinematografo circondata dagli ammiratori. Era cos a San Frediano, specie se moriva un bambino o uno di loro troppo giovane: tutti chiudevano bottega e andavano, con gli occhi rossi e il cappello in mano, a stringere la mano ai genitori, al vedovo o alla vedova, con sincero rammarico. Invece, adesso, erano l per lei, per lei viva. Ernestina sent che le invidie, i contrasti, tutto svaniva di fronte al rischio di perdere una figlia. S, quelle persone le volevano bene come a una figlia o una sorella, perch l'avevano vista nascere, dormire cullata nel cestino della paglia sul marciapiede, mentre la madre impagliava le sedie seduta sulla seggiolina nana, e poi farsi bimba e ragazza. Non c'era giovanotto che non si fosse innamorato di lei almeno una volta, prima di batterci il naso. E nonostante il dolore per il rifiuto, adesso anche loro erano l, contenti che fosse tornata.
Mentre abbracciava la sorellina prendendola in braccio, rimase turbata vedendo Michele che la salutava da dietro la calca, a cavallo della sua Benelli rossa. Aveva la brillantina sui capelli, un sorriso da attore e uno sguardo come dire: "Ci sono anch'io!".
Le gett un bacio con la mano e le strizz l'occhio. Lei sent il proprio cuore fermarsi e perdere un colpo. Dovette scostare la testa e scuoterla, come un cane uscito dall'acqua.
La sorellina le sussurr nell'orecchio: Lo sai che c' anche il tuo fidanzato? e l'indic.
Ernestina si volt allarmata, sbarr gli occhi e lo vide. Petruzzelli, vestito non troppo ridicolo una volta tanto, con un completo grigio e leggero, teneva fra le mani un grande mazzo di rose e sorrideva benevolo.
Divenne rossa dalla vergogna. Pos a terra la sorellina, ormai
troppo pesante, e questa la tir eccitata verso di lui. C' il tuo damo, vieni! le disse.  tanto che ti cerca e tre sere che viene a riferire.  tanto buffo!
Ernestina era contenta, confusa e imbarazzata da quell'accoglienza e dal fatto che Petruzzelli fosse l e la sua commedia fosse stata scoperta.
Stai bene? Come sei bella! chiedevano le donne al suo passaggio.
S, grazie, s!
Ma dov'eri?
Sarebbe voluta scappare, ma invece gli and incontro. Si vergognava dell'odore di stallatico, di interiora bollite e in generale della povert della sua gente e della via.
Non voleva abbracciarlo di fronte a tutti. Entrarono e salirono su per le scale. Faticarono a tenere fuori i vicini, mentre gi il brigadiere Noferini gridava che lo spettacolo era finito, e che tutti dovevano andare a casa, fra le proteste generali.
Ernestina li precedette fino alle loro stanze, e lui le and dietro con i genitori e la sorella.
E cos m'hai scoperto... disse con un'espressione mortificata quando furono dentro.
Lui l'abbracci. Era cos felice che stesse bene! Vieni, sarai stanca. Siediti! le disse, come se fosse stato a casa sua.
Ernestina obbed e inizi a singhiozzare, sopraffatta dall'emozione per tutta quella gente che l'aveva accolta, per la sua finzione scoperta e per essere di nuovo a casa. Quelle due stanze nelle quali aveva temuto di non rimettere pi piede, adesso, le sembravano una reggia. In quel momento sapeva che per quanto disprezzasse quel quartiere, per quanto potesse diventare ricca e fuggire lontano, in nessun altro posto al mondo si sarebbe mai pi sentita a casa come in quella strada povera e puzzolente, fra quel
mucchio di anime e di case gettate "di l d'Arno", fra le pendici di Bellosguardo, il greto del fiume e la chiesa del Carmine. Che l per tutti lei era e sarebbe continuata a essere per sempre Ernestina, la figlia del Cicala, una di loro, mentre altrove di lei, gira e rigira, tolte le sue grazie e i soldi che un giorno sperava d'avere, non sarebbe importato a nessuno.
Penserai che sono una bugiarda, e una poveraccia... disse con gli occhi bassi. Dietro di lei, nella penombra, s'intravedeva un grosso ragno legnoso, una strana struttura composta da decine di sedie da impagliare accatastate ridosso la parete sul fondo della stanza.
Che c'entra, sono un investigatore, prima o poi dovevi saperlo che avrei scoperto la verit.
Ti ci sono voluti appena due anni... mormor Ernestina, e per poco non scoppi a ridere al pensiero. Improvvisamente era felice di essere viva, orgogliosa di essere di l e della sua gente, di tutti loro che l'avevano aspettata alzati: ladri, artigiani, vetturini, ubriaconi perdigiorno, trippai, impagliatrici, puttane e puttanieri, fascisti e socialisti! Di tutti, e le sarebbe piaciuto tornare gi per strada ad abbracciarli e baciarli ancora uno a uno dalla contentezza.
Il signor Evagisto ha fatto di tutto, ha rigirato mari e monti per cercarti! s'intromise il padre.
Non m'importa se non sei una signora, io... ti voglio bene lo stesso! afferm Petruzzelli.
Ernestina, a testa bassa, era certa che fosse vero, e in quell'attimo i suoi occhi si posarono sulle scarpe di suo padre. Erano nuove, e di ottima fattura. Non disse nulla.
Il signor Evagisto, Ernestina, quando ha saputo che eri in salvo,  corso qui e ha chiesto la tua mano... Prima di concedergliela, naturalmente, ho detto che spettava a te...
Guarda che bel regalo mi ha portato il tuo fidanzato! disse la sorellina mettendole fra le mani una grande bambola tutta pizzi e ricami, con la testa di porcellana, come a San Frediano non ne avevano mai viste. Ha fatto fare anche gli occhiali a mamma e una sera ha portato un prosciutto e le scarpe per babbo!
Petruzzelli divent rosso. Cose da niente... mormor. Pensieri per ringraziarvi dell'ospitalit...
Hai mangiato? domand la madre, senza guardarla.
S, ho mangiato.
Oggi il commissario mi ha chiamato per annunciarmi che mi daranno un avanzamento di grado e uno scatto di stipendio annunci Petruzzelli. Mamma, al paese, non vede l'ora di conoscerti.
Grazie, Evagisto. Sono contenta, e sei tanto caro. Ma ora se non ti dispiace, devo proprio riposare disse Ernestina, che non era abituata a vederselo l, pappa e ciccia con i suoi, e alla quale l'idea di tutti quei regali non piaceva.
Certo, certo... assent Petruzzelli e fece un passo avanti per abbracciarla. La strinse e la baci sulla fronte prima di ritirarsi. Buonanotte, angelo mio, riposa bene, e riposate bene anche voi, signori,  stata una giornata difficile.
Detto ci s'inchin e indietreggi senza voltar loro le spalle fino alla porta, per poco non cadde all'indietro ritrovandosi oltre lo scalino, senza terra sotto i piedi. Ma si riprese per miracolo e non imprec. Per le scale buie dovette tenersi alla fune e usc fuori sorvegliato da qualche occhio nottambulo che lo guardava dalle persiane.
Quando furono certi che si fosse allontanato, Ernestina disse scontrosa: Allora, vi piace?.
La madre la preg di far piano per non farsi udire dai vicini.
Ti piaceva tanto Michele, adesso non ti piace pi! scand
Ernestina improvvisamente risentita, e avrebbe voluto aggiungere: Adesso vi piace, si capisce! Vi piacciono il prosciutto e le scarpe nuove! ma non ebbe cuore di dirlo. I suoi erano appena usciti da un dramma, dovevano aver dormito poco o nulla e, al lume della lampada a petrolio, le loro facce segnate le fecero pena. La rabbia che aveva in corpo non era per loro, ma per la vergogna della loro miseria, per il pensiero di come si facessero comprare e la lasciassero andare con il primo che passava e aveva qualche soldo.
Michele oramai mi dicono si stia per sposare con la Rosina. Evagisto  un po' pi grande di te, ma mi pare affezionato... sei tu che l'hai scelto, mica noi!
La madre aveva ragione, stava dando ai suoi genitori una colpa che non era loro. Era stata lei l'opportunista, l'approfittatrice, pronta a tutto pur d'uscire da quel tugurio. Ripens alle sue parole: Mi pare affezionato. Cos'era lei, un gatto? Un cane al quale ci s'affezionava? Non aveva diritto anche lei all'amore, alla passione?
Certo disse. Evagisto mi ama e io amo lui. Ora per favore, vorrei riposare!
La bambina, cullando la bambola sopra la branda, ci s'era addormentata.
Domattina arriva presto disse il padre, evasivo. Ringraziamo la Madonna del Cestello che sei tornata, bisogna mettere un bel cero domenica, di quelli grandi, poi il resto si vedr!
Bravo disse la madre. Parole sante e and a mettere le rose in un bricco con l'acqua, con il proposito di portarle alla chiesa del Carmine il giorno dopo, di fronte all'altare della Madonna, per ringraziarla d'aver ascoltato le sue preghiere. Il marito veniva da Borgo San Frediano ed era naturale che pensasse alla Madonna del Cestello, ma la sua di Madonna, l a due passi da casa, non doveva esser da meno e rimaner male.
Ernestina si spogli, tolse la bambola dalle braccia della sorella e la spinse dalla sua parte, per farsi posto sulla branda. Non si pu avere tutto dalla vita, pensava mogia mogia. Ma intanto il fatto d'averla rischiata, la vita, le aveva confuso le idee. Era cos bello esser vivi che quasi non le importava pi d'essere anche povera. La madre, nel frattempo, rifletteva nel letto se scendere o meno per strada con gli occhiali il giorno dopo, per impagliare le sedie. Solo la vecchia Dina ce li aveva, e lei si vergognava un po' della loro provenienza, come se li avesse rubati. Un'altra al suo posto se ne sarebbe vantata, ma lei no. Temeva la caustica impietosa ironia condita d'un pizzico d'invidia dei sanfredianini, e se l'immaginava di gi le donne e quel che le avrebbero detto alle spalle e forse anche in faccia: C' chi pole e c' chi non pole!, O perch 'un vu' vi fate comprare anche un bell'orologino da i' vostro genero, Adelina?.
E che poteva rispondere?
Non ho generi, io, per ora, e dell'orologio non so che farmene, perch non son sorda e il campanile qui dietro batte tutte le ore!
Qualcosa del genere doveva provare anche il marito. L'aveva visto dalla finestra sporcarsi apposta le scarpe nello scolatoio della strada, prima di andare al lavoro, come se anche lui si vergognasse d'avercele nuove. Allora, anche alla figlia minore aveva detto di giocare con la bambola solo in casa, che altrimenti le amiche gliel'avrebbero sciupata e di non dire nulla. Se le fosse riuscito convincerla l'avrebbe volentieri scambiata con qualcosa di pi utile, ma poi al signor Evagisto cosa avrebbero detto?
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Capitolo 70.
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Nausica vide arrivare l'auto dalla stessa finestra del salone dalla quale la notte prima Ines aveva spiato il suo arrivo e quello del conte e rabbrivid.
Eccoli, pens. Allora ci siamo, sono venuti davvero.
Fino all'ultimo momento una parte di se stessa s'era cullata nell'infantile speranza che i loro aguzzini non arrivassero mai, non diventassero mai veri, come succede con certe paure che si hanno da bambini: streghe e folletti che sembrano essere cos vicini da poterli toccare, ma in realt si negano dispettosi ai nostri occhi.
Guard l'auto e realizz che era enorme. Ipnotizzata, rimase a vederla avanzare nella strada con l'andatura sinuosa di una biscia dalla grande testa nera, seguita da un lungo corpo squamoso, confuso nella polvere che sollevava al suo passaggio.
Quando la macchina si infil nel cancello, l'autista dovette fare attenzione e prendere bene le misure per timore di graffiarla, tanto era grande. Non aveva mai visto niente del genere, una specie di carrarmato. Si trattava di una Mercedes-Benz 770, non a caso soprannominata "Der groe Mercedes", lunga sei metri, larga due, dal peso che toccava quasi le tre tonnellate e di una potenza straordinaria. La sera prima l'armatore era stato tentato di presentarsi con un modello americano, una Ambassador Eight, berlina a otto cilindri, cinque posti, che si era fatto arrivare
dall'Australia, ma la lunghezza dell'auto, poco pi di tre metri e mezzo, l'aveva infine fatto optare per la Mercedes. Oltre che con l'autista in alta uniforme, per cos dire, aveva pensato bene di presentarsi con un cameriere personale al seguito, che apr la portiera a lui e al figlio con un inchino solenne.
Discesero, e si guardarono intorno. L'uomo era alto e corpulento e storse la bocca rendendosi conto che ad accoglierli non c'era nessun comitato di benvenuto.
Il conte, nel suo studiolo, sudava, seduto alla scrivania, cercando di resistere alla tentazione di correre a vedere il volto dell'uomo, che immaginava come quello di un demone, e Nausica, accorsa dal piano superiore, si tratteneva apposta a met scala.
Suona il clacson! ordin l'armatore sollevando il bastone verso l'autista con un moto stizzoso.
Subito un muggito squillante e vigoroso risuon nell'aria, mentre l'uomo esaminava la villa-castello ruotando su se stesso.
Che maniere! sbott, togliendosi il cappello per asciugarsi la fronte.
Intanto il figlio era comparso al suo fianco. Non ci avranno sentiti, babbo. La villa  grande. Vado a suonare il campanello... s'offr.
Stai fermo qui, stupido! grugn il padre, e fece segno al cameriere di andare a tirare la catena della campana. Questi esegu di corsa e ripet l'operazione pi volte, con vigore.
Nausica sorrise, divertita, cont fino a sessanta, mentre si sistemava il trucco e i capelli davanti a un grande specchio dalla cornice intagliata di riccioli d'acanto dorati sul pianerottolo, e poi scese le scale con fare spensierato.
Buongiorno! disse. Desiderano?
Sono Florio Beniamino Ansaldi, e questo  mio figlio Cesare Marino. I signori sono in casa?
Nausica cap di non essere stata cos scaltra. Avrebbe dovuto mandare Claretta ad accoglierli e poi farsi chiamare.
Piacere disse, sorridendo. Io sono Nausica, mio padre  nel suo studio. Ha molto lavoro da sbrigare, ma ci raggiunger per la colazione. Benvenuti! Intanto accomodatevi, vi faccio portare un aperitivo!
Apparve subito chiaro a ognuno dei presenti che, da una parte e dall'altra, era tutta una commedia. L'ostentazione di potenza dell'armatore, la spensierata leggerezza con la quale li accoglieva Nausica, l'insistita indifferenza del conte che non si vedeva ancora.
Nausica tese la mano inanellata e l'armatore fu costretto a togliersi il cappello e inchinarsi in un baciamano appena accennato. Lo stesso fece il figlio, sfiorandole appena le dita e incrociando il suo sguardo con un'espressione difficile da leggere.
Scusate il disturbo, contessina, forse siamo arrivati con troppo anticipo? domand il giovane con autentica gentilezza.
Nausica lo squadr da capo a piedi e realizz che era molto diverso da come se l'era immaginato, e anche dal padre: non era grosso come il genitore, era magro e d'aspetto piacevole, forse per via dei capelli biondi le sembr che somigliasse un po' a Fred Astaire. Non pot fare a meno di sorridergli, cosa, quest'ultima, che si era assolutamente ripromessa di non fare.
Mio figlio non fa altro che scusarsi! si lament il padre scuotendo la testa.
Nessun disturbo. Vi pregherei per di far spostare questo carrozzone... cio, l'auto, dal giardino d'entrata al castello. Il vostro autista potr parcheggiarla lungo la strada e il muro della villa, all'ombra li preg Nausica, e vide il giovane abbassare gli occhi e reprimere una risata.
Il vecchio fece una smorfia scocciata e chiam il cameriere.
Brando, prendi il presente che abbiamo portato per la contessina e anche il vino e togli la Mercedes dal vialetto.
Non era necessario che vi disturbaste... disse Nausica sentendo parlare di regali e di vino.
Un piacere... borbott l'uomo.
Nausica fece loro strada. La seguirono e Ansaldi la esamin attentamente e strizzando l'occhio al figlio gli sussurr: Non dirai che non  bella!. Nausica sent che questi rispondeva imbarazzato: Che c'entra, pap....
Se l'era immaginato arrogante e pretenzioso, come uno dei tanti figli di pap che conosceva, tanto pi che doveva essere pieno di soldi, e invece.
Si sedettero nel grande salotto a pianoterra, e l'armatore prese a guardarsi intorno con aria soddisfatta. Il suo investimento era stato ben riposto, quel ragioniere prezzolato l'aveva consigliato bene e poi era dovuto fuggire, chiedendo un passaggio su una delle sue navi. Sapeva bene dove si trovava adesso. Lo immagin circondato da uno stuolo di indigene su una spiaggia del Brasile a godersi i soldi della sua truffa. A meno che da l non avesse poi proseguito per proprio conto. A lui poco importava, anzi, pi lontano era e meglio sarebbero andate le cose, a quel punto.
Come saprete, signorina, io sono un armatore, ho navi che viaggiano da un capo all'altro del mondo, siamo una delle famiglie pi antiche e facoltose di Genova disse l'uomo poggiando entrambe le mani sul bastone, il cui pomello in avorio raffigurava la testa di un serpente finemente cesellata e aveva per occhi due smeraldi verdi incastonati.
Pap! lo riprese il figlio. Alla contessina non interessa...
No, no,  molto interessante, invece... rispose cortesemente Nausica. E voi, signor Cesare, anche voi siete un armatore?
Il giovane arross gettando uno sguardo al padre, che aveva assunto un'espressione severa.
Mio figlio  un poeta, un letterato innamorato del vostro Dante! Del resto pu permetterselo, dal momento che a lavorare penso io! Ma presto mi subentrer negli affari...  inevitabile! Non si vive di rime baciate, non credete, contessina?
Forse non si vive di poesia rispose Nausica, guardando il figlio dell'uomo con tenerezza. Ma anche passare una vita senza averne nemmeno un briciolo, dev'essere ben triste.
Cesare Marino Ansaldi le rivolse un sorriso di gratitudine e chiese: Avete una biblioteca qui? Vi piace la poesia, contessina?.
Il padre sbuff, scontento della strada che stava prendendo il discorso, una strada priva di numeri, di progetti, di acquisizioni, sulla quale lui avrebbe avuto poco o nulla da dire.
Brando! chiam. Allora, questo pensiero per la contessina?
Il cameriere era piccolo, vestito con un completo scuro, e i suoi lineamenti facevano pensare a un messicano o un inca dell'America Latina. Avanz sollecito e appoggi una scatola sul tavolino, inchinandosi.
Nausica stava parlando di Sibilla Aleramo, della quale aveva appena letto Orsa minore. S'interruppe e disse: Se non vi dispiace, preferirei aspettare mio padre per aprirlo.
Certo, certo! convenne a malincuore l'Ansaldi, e fu chiaro che si stava annoiando. Si rianim vedendo giungere Claretta con gli aperitivi su un carrello che spingeva con grande cautela, facendo tintinnare i bicchieri.
Aleramo Sibilla: non la conosco... le sono piaciute? domand Cesare Marino.
Non sono vere e proprie poesie, piuttosto notazioni, riflessioni...
Ah! Capisco...
Comunque no. Non mi sono piaciute!
Il giovane, che si era portato alle labbra il bicchiere di Campari, ci rise dentro e dovette allontanarlo per non macchiarsi.
Ma perch me ne parlate, allora? domand. Volete fuorviarmi?
Magari a voi piacerebbero...
In quell'istante il conte fece la sua entrata e con il suo miglior sorriso s'avvi verso gli ospiti. Vide Ansaldi che lo guardava da capo a piedi, valutandolo. Ma non si perse d'animo. Quella era ancora casa sua e quei due solo degli ospiti.
Si ripeterono le presentazioni e pi tardi, a tavola, l'armatore esord: Sono contento, signor conte, di averla favorita con i miei prestiti e cos, adesso, mi ritrovo un bel po' delle sue ipoteche fra le mani....
Il conte lo guard, indignato. Ma cavaliere! Non vorrete parlare d'affari a colazione?  cos volgare.
L'altro accus il colpo. Detestava che quei titolati si ostinassero a chiamare il pranzo colazione. Quella l'aveva fatta alle cinque di mattina, prima di mettersi in viaggio.
Parleremo dopo, di fronte a un buon sigaro, come si conviene a dei gentiluomini, se non vi spiace.
Questi erano i miseri punti che il conte poteva ancora fare in quella partita, ma nonostante la calma apparente, mentre tagliava il petto del fagiano nel piatto e sorseggiava quel vino costosissimo portato dal suo ospite, le mani gli tremavano e faticava a inghiottire ogni boccone.
Ansaldi, masticando a bocca piena, riprese: Anche noi abbiamo delle bandite. Adoro la selvaggina!, e visto che nessuno commentava, lasci che fosse il figlio a parlare del suo Dante, e si dedic al fagiano, limitandosi di tanto in tanto a lodare quella
cucina semplice ma genuina, come aveva fatto con le tagliatelle alla lepre, il piatto precedente.
Nausica, suo malgrado, rimase ammirata dall'umile pacatezza e dall'ardente passione che il giovane Ansaldi metteva nel raccontare incredulo che mentre Petrarca, Boccaccio e l'Ariosto si erano dissetati e alimentati con Dante, il Seicento e il Settecento erano stati secoli bui, senza Dante, per la cultura italiana.
Come avranno fatto a vivere senza il sommo poeta? domand guardando il conte e Nausica negli occhi con sincera apprensione.
I due annuirono e Nausica dovette sforzarsi di rimanere seria e partecipe del dispiacere del suo ospite.
Te lo posso spiegare io, se credi disse il padre alzando la testa rubizza per via del vino di cui si era abbondantemente servito. Ho vissuto sessantasette anni senza Dante, senza leggerne nemmeno un rigo, e nonostante ci ho fatto la fortuna che ho fatto! Dal che dovresti dedurre, figliolo, che Dante non serve a nulla. Che tutt'al pi pu servire ai professori per tediare gli studenti facendosi mandare all'inferno da loro o a intrattenere facoltose signore con il pomeriggio libero! e rise di gusto, mentre Claretta e una giovane cameriera, a cui l'uomo non pot fare a meno di gettare un'esplicita occhiata valutativa, sparecchiavano il secondo per portare il dolce. Dovette tenersi dal saggiare la consistenza del sedere della ragazza, come avrebbe furtivamente fatto a casa sua o al ristorante, compensando poi la pazienza della cameriera con una generosa mancia riparatrice.
Il figlio s'imbarazz. Il conte e Nausica guardarono l'armatore sbalorditi.
State parlando di Dante! disse il conte indignato.
E naturalmente sto scherzando tent di riprendersi l'uomo.
Mi avevano detto che voi toscani avete un gran senso dell'umorismo, dov' finito?
Dopo la crostata e il vin santo, l'Ansaldi padre torn all'attacco con il regalo. Chiam Brando che con l'autista stava mangiando al tavolo della cucina, e se lo fece riportare.
Nausica ringrazi.
L'ha scelto mio figlio, mi auguro che gradiate.
Lei l'apr e si ritrov fra le mani un'edizione della Divina Commedia illustrata da Gustave Dor.
 la prima edizione Sonzogno, curata da Eugenio Camerini... spero vi piaccia balbett emozionato Cesare Marino.
 bellissima lo rassicur Nausica. Grazie!
Questa poi! Dante anche qui... esclam l'Ansaldi voltando gli occhi al cielo rassegnato. Non avevamo parlato di una porcellana di Capodimonte?
Dovevo scegliere io e ho scelto si giustific il figlio.
A dire il vero lo preferisco disse Nausica, non solo per educazione, ma anche perch era vero, sebbene sospettasse di averne una copia quasi identica nella biblioteca del padre.
Che devo dirvi? sbott l'uomo, guardando il conte con un sorriso sardonico.  proprio vero, Dio li fa e poi li accoppia!
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Capitolo 71.
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Nel consenso generale e nella trepidazione per l'arrivo imminente del Fhrer a Firenze, le notizie arrivate dagli informatori infiltrati all'estero nei ranghi dei gruppi di esuli antifascisti come quelli di Giustizia e Libert favoleggiavano in quei giorni di fantomatici piani per lanciare una bomba dal cielo sull'auto dei due dittatori, e di altre facezie, ma la verit era un'altra: l'antifascismo militante era stato neutralizzato, e quasi tutti i suoi esponenti erano in carcere, al confino o si erano rifugiati all'estero. Qui, come aveva dimostrato la triste vicenda dell'uccisione dei fratelli Rosselli, che Pietro non era riuscito a evitare, non vi era riunione, piano o idea che non fosse discussa alla presenza di almeno una spia generosamente foraggiata dal capo della polizia Bocchini.
Nonostante ci, in quei giorni, quello che Pietro conosceva come il conte Zaroff, e che doveva essere probabilmente un fiancheggiatore del governo inglese, orbitante in una cerchia di antifascismo aristocratico ristrettissima e particolarmente selezionata, riusc a fare l'impossibile, dando corso al piano ideato da Pietro nel tentativo di mutare il destino del mondo.
Il soggetto prescelto veniva chiamato il Nizzardo, ma era un esule italiano, un ex militare dal passato glorioso che a un certo punto, per incompatibilit con il fascismo al potere, si era trovato ad abbandonare l'esercito e l'Italia per rifugiarsi all'estero. Era l'uomo giusto: determinato, abile, divorato dal risentimento e,
come aveva dichiarato egli stesso al momento dell'ingaggio, senza pi nulla da perdere.
Da Nizza era arrivato in Corsica, l era partito nottetempo con un motoscafo da Bastia e approdato in una piccola baia vicino a Livorno con documenti falsi. Il motoscafo l'aveva depositato sulla spiaggia ed era tornato indietro a tutta velocit. Dal limitare del bosco una lanterna all'acetilene si era accesa e spenta due volte e lui si era incamminato verso l'uomo che l'attendeva, poco pi di un ragazzo. A bordo di una moto era stato accompagnato a una piccola pensione nella periferia della citt. Da l, il giorno dopo, si era recato alla stazione con un'autopubblica e in treno aveva raggiunto Firenze nella tarda mattinata del 7 di maggio, due giorni prima dell'arrivo di Hitler.
Il giorno seguente, l'8 maggio, nella citt assolata fervevano gli ultimi preparativi e nel gran viavai di persone, nonostante fosse domenica, tre solerti facchini di una ditta di sgomberi si recarono in un appartamento all'ultimo piano di un palazzo di borgo Santi Apostoli, scaricando e issando su per le scale una cassapanca antica. Si trattava di un'abitazione signorile dalle ampie finestre di propriet del conte Restelli, ufficialmente e momentaneamente all'estero per affari.
Nessuno fece caso che a discendere dopo la consegna erano stati solo due dei tre facchini saliti. Come in un gioco di prestidigitazione quei due, della medesima altezza del terzo, uscirono dal portone soli e in coppia pi volte, salirono nel furgone, ridiscesero per rientrare nel palazzo, sempre con il berretto ben calcato in testa, in modo da confondere le idee a possibili curiosi su quanti fossero stati a ripartire. Il gioco delle tre carte: La mano  pi veloce dell'occhio, signori! Dov' la regina?.
Rimasto solo nell'appartamento, il Nizzardo gir la chiave dall'interno. In punta di piedi apr la cassapanca, estrasse il tappeto che conteneva, lo srotol sul pavimento e si tir su tenendo tra le mani il fucile di precisione che aveva richiesto. Lo esamin attentamente. Era perfetto. Le finestre erano chiuse, ma nonostante ci si guard bene dall'accendere la luce, per evitare di denunciare la sua presenza. Avanz attraversando un salone pieno di fantasmi: i mobili, il pianoforte e i divani, alcune statue, tutto era stato ricoperto con dei lenzuoli bianchi. L'aria sapeva di polvere e l'uomo dovette reprimere uno starnuto. Non doveva far rumore, per nessun motivo, o gli inquilini del piano sottostante avrebbero capito che c'era qualcuno nell'appartamento, che sapevano ormai vuoto da mesi.
Esplorando la casa trov la stanza che gli era stata indicata, un ampio ripostiglio adibito a serra, e si port sotto il grande lucernario. Era l'unica senza finestre che davano sull'esterno e l avrebbe potuto accendere la luce quando si fosse fatta notte. Si mise a oliare e preparare il fucile, smontandolo e rimontandolo, passando automaticamente un panno su ogni parte del meccanismo. Operazione che si rivel inutile, dal momento che, evidentemente, chi gli aveva procurato quell'arma sapeva il fatto suo e l'aveva gi pulita e oliata a regola d'arte. I proiettili erano cinque, ma a lui ne sarebbe servito soltanto uno. Non poteva permettersi di sbagliare. Li dispose sul ripiano di uno scaffale stivato di vasi di fiori vuoti coperti di polvere e delicatissime ragnatele. Poi si sedette a terra, con la schiena poggiata al muro, e rimase immobile senza bere e senza mangiare fino a che non si appisol. Un sonno leggero, turbato da immagini che lo costringevano a destarsi ogni tanto per controllare l'orologio militare che aveva al polso. Temeva di addormentarsi profondamente e di svegliarsi troppo tardi, di lasciarsi scappare l'occasione nel modo pi stupido di tutti.
Finalmente il sole tramont e pian piano cal la notte su Firenze. All'una si riscosse dal suo sonno frammentato e agitato, controll l'ora accendendo la luce, poi mangi del pane e del salame che si era portato, bevve del caff da un termos e fum una Milit, nervosamente. Mezzanotte era passata, era gi il giorno dopo. Sent una grande responsabilit gravargli addosso e cerc di dominare la propria impazienza. Per agire attese le quattro e mezza del mattino, prima che il sole sorgesse, quando tutta la citt dormiva della grossa sognando l'arrivo dei condottieri. Prese dalla cassapanca l'uniforme, identica a quella dei tiratori scelti del piano di sicurezza, se la mise. Non poteva rischiare di traversare tre palazzi sui tetti di giorno. Qualcuno dalle innumerevoli finestre, dagli abbaini, da chiss dove, avrebbe potuto vederlo, mettersi in sospetto. Mise i proiettili in tasca, il fucile a tracolla, il telo mimetico in testa e sal sul tavolo per aprire il lucernario. La struttura di metallo era bloccata dalla ruggine. Imprec sentendosi gelare. Nessuno aveva pensato di fare una prova prima. Ora non poteva dare colpi o fare rumore. Spinse con tutte e due le braccia e alla fine il lucernario si sblocc lasciando cadere su di lui una pioggia di frammenti rossastri. Quando lo spalanc, un acuto stridio lacer l'aria. Sud freddo, fin di aprirlo e attese.
Al piano di sotto il giovane Labrador del notaio Pestelli, udendo il rumore, si mise ad abbaiare. Il notaio si gir nel sonno e cambi posizione, mentre la moglie, al suo fianco, si dest di soprassalto, imprec, scese dal letto, and in cucina e sgrid il cucciolo, che si accucci nel cesto e rimase immobile ad ascoltare. Il Nizzardo trasal, attese alcuni minuti che il cane redarguito smettesse di guaire e poi si sollev sul tetto con un'agilit insospettata per la sua stazza. La luna era oltre il primo quarto, crescente, e la visibilit era ottima. Questo era un vantaggio, ma aumentava anche la possibilit che qualcuno lo notasse e gridasse al ladro. Quei tetti erano accostati uno all'altro su piani differenti, ma in modo tale da permettere a chiunque di scappare per mezza Firenze, di nascondersi o discendere da altre corti e appartamenti senza essere preso.
Il Nizzardo fu sollevato da quel panorama, quella specie di deserto fatto di dune di tegole rosse. Dopotutto avrebbe potuto farcela. Era addestrato e agile come un gatto, nonostante i suoi trentasei anni. Una volta partito lo sparo, quando qualcuno avesse capito da che parte era venuto il colpo, perfino se l'avessero visto e indicato dalla piazza, avrebbe avuto tutto il tempo di fuggire, gettare il fucile in una corte o in un camino, liberarsi dell'uniforme, saltare dentro un lucernario, scendere per le scale e ritrovarsi fuori fra la folla spaventata, quattro caseggiati pi in l, dileguandosi senza che nessuno si accorgesse di lui.
Ma anche se l'avessero messo alle strette essere cos in alto era un vantaggio. Gli sarebbe bastato saltare gi dal tetto per sfracellarsi al suolo, risparmiandosi cos interrogatori e torture. A meno che un altro tiratore scelto, dai palazzi circostanti, non lo freddasse nonostante l'uniforme perfettamente identica a quella dei suoi compagni Camminando carponi con il telo mimetico in testa che mascherava i suoi movimenti, procedendo con rapidi scatti da un camino a una torretta, strisciando per lunghi tratti nei punti pi esposti, si trov di fronte al dislivello con il palazzo vicino, un poco pi alto, e dovette superarlo scalandolo letteralmente. Una volta sull'altro tetto a forza di gomiti, camminando a quattro zampe, si port in prossimit della piazza. Aveva tutto il tempo, non c'era fretta, e ancora non accennava a rischiarare. I veri tiratori scelti sarebbero arrivati solo nel pomeriggio. Quando finalmente guadagn il tetto del Palazzo Spini Feroni rifiat. Dietro quei grandi merli duecenteschi avrebbe potuto appostarsi come il piano prevedeva. Doveva solo sperare che davvero, come
sembrava dalle informazioni ricevute, nessuno, incredibilmente, fosse stato destinato dov'era lui, o avrebbe dovuto eliminarlo. Era evidente che avevano giudicato sufficiente coprire la strada da un altro punto, pi comodo da raggiungere, a una finestra dei piani sottostanti. Gli ci veniva da ridere. Avrebbe avuto un tiratore scelto sotto di lui, e lui avrebbe sparato indisturbato da sopra la sua testa. Si port sull'angolo del palazzo dietro i due denti che si univano a squadra formando una perfetta paratoia e si meravigli che ogni merlo fosse dotato addirittura di una piccola feritoia. Chiunque avesse progettato il piano doveva essere un genio. Quel punto era perfetto, il sogno di ogni cecchino. Da l, finch stava disteso, nessuno avrebbe potuto vederlo, nemmeno dai palazzi vicini, tanto meno di notte. Guard la statua della Giustizia sull'alta colonna con la bilancia in mano e la salut mandandole un bacio a fior di labbra: Buongiorno, Giustizia!.
Da dove si trovava, proprio come Pietro aveva calcolato e previsto, si vedeva la piazza e un largo tratto in dirittura di via Tornabuoni. Il cielo stellato annunciava una giornata di sole meravigliosa, a riprova che non c'era nessun Dio lass a sistemare le cose e gli uomini dovevano provvedere da soli. Se ci fosse stato non avrebbe permesso quanto gli era accaduto e per quel giorno avrebbe mandato un temporale mai visto sulla citt per rovinare la festa fra fulmini e saette. Invece i quotidiani erano pieni di foto dei due condottieri baciati dal sole, che sorridevano e salutavano le folle romane.
Meglio cos, forse dopotutto il bel tempo era l per permettergli di sparare in condizioni di visibilit perfette. Sapeva che, come sempre in questi casi, il corteo delle auto avrebbe proceduto a velocit piuttosto sostenuta, ma dalla sua posizione lui avrebbe avuto tutto il tempo di riconoscere quella circondata dai motociclisti, prendere la mira, mantenerla sulla testa di quella carogna
e aspettare che fosse abbastanza vicina, dentro il mirino, per piegare l'indice e farla saltare. Sorrise all'idea ed ebbe un brivido. Una zucca piena di merda che esplodeva inzaccherando i negozi della via pi ricercata del mondo. Immagin la testa di Hitler esplodere, il volto di Mussolini screziarsi di sprizzi rossi, i suoi occhi da matto dei cinegiornali sgranarsi increduli. E poi le urla, il panico, lo sbandamento della folla. Forse il corteo si sarebbe fermato, oppure sarebbe sfilato a grande velocit per cercare di raggiungere un ospedale. I nazisti delle auto del corteo, Goebbels, Hess o Himmler, vedendo il loro Fhrer ucciso, avrebbero potuto perdere la testa, estrarre la rivoltella pensando a un tradimento, sparare a Ciano o Starace, allo stesso Mussolini. Militari e carabinieri avrebbero cercato di capire da che parte proveniva il colpo, e lui sarebbe sfilato via, strisciando. Era impossibile dire come si sarebbe comportata la folla: avrebbe urlato, sarebbe fuggita come un mare impazzito travolgendo donne e bambini? O avrebbe rotto il cordone dei militari per avvicinarsi alle auto? Quanti innocenti sarebbero morti? Ma se erano l, erano poi davvero innocenti?
Non doveva perdersi in fantasticherie, adesso doveva riposare, recuperare le forze, la lucidit. Fra poche ore il tumulto della folla, le voci da basso, l'avrebbero svegliato. Caric il fucile con un lungo proiettile lucente e lo distese al suo fianco sotto il telo. Poi chiuse gli occhi e prov a dormire.
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Capitolo 72.
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Appena smascherati gli assassini, Pietro sarebbe voluto correre a casa. Invece aveva dovuto lasciar trascorrere la domenica per testimoniare sulla sparatoria nell'aula magna la mattina dopo e firmare una deposizione. La giornata per non era trascorsa invano perch gli aveva dato il tempo di pensare a un piano per liberarsi del fattore e dei suoi scagnozzi e fare una telefonata a Bista e Minnenne per organizzarlo. E poi non avrebbe mai potuto andarsene senza prima salutare Antonio e accertarsi delle condizioni di Asterio.
Non fu difficile per lui, Vitaliano ed Ernestina trovare la piccola casa dietro il Regio Istituto d'Arte, l'abitazione del custode. A Vitaliano parve una casetta delle fiabe, per via della staccionata dipinta di fresco, il piccolo orto e il tripudio di rose curatissime che fioriva inerpicandosi sulla facciata inondata dal sole, facendo da arco alla porta d'ingresso.
Bussarono e attesero. Dopo un istante Antonio apr la porta e dette loro il benvenuto abbracciando Pietro e stringendo la mano a Vitaliano. Poi si inchin vedendo dietro di loro Ernestina, e la ringrazi d'essere andata fin l guardandola con un'espressione interdetta, come se non capisse il senso di quella visita.
Se non vi dispiace vorrei conoscere vostro figlio... mormor la ragazza. M' dispiaciuto tanto...
Voi siete quella dei disegni. Santa Maria Assunta, che bella guagliona che siete! esclam Mino muovendo la mano a taglio come un rimprovero.
Ernestina arross.
Come sta? chiese Pietro.
La faccia di Antonio s'incup, e gli occhi gli si riempirono istantaneamente di lacrime.
Male, male... l'inform. Ieri mattina quando siamo andati a prenderlo al carcere in ambulanza  stato un duro colpo. Il medico ha faticato a visitarlo e fasciargli il braccio. Abbiamo dovuto reggerlo a forza. Non  pi lui,  tornato indietro di anni. Stavolta non ce la fa... Eh, non ce la fa... Mi resta cos... si lament con il tono melodrammatico e un poco teatrale di certi partenopei.
Ma spiegatevi meglio, per piacere chiese Pietro.
C' poco da spiegare, signore mio.  uscito di testa, non dice una parola, tiene gli occhi fissi nel vuoto, canta. Se sente un rumore, o qualcuno che non siamo noi, si mette a urlare, trema come un indemoniato. C'ha paura di tutto, di tutti. Non so nemmeno se capisce quello che gli succede intorno. S' chiuso in se stesso, ha l'aria triste.  peggio della prima volta, quand'era bambino.
Porca miseria! si lasci sfuggire Pietro, rammaricato.
Dopo quello che gli hanno fatto ha paura dell'acqua, si fatica a dargli da bere, non si vuol lavare. Prima ha visto l'annaffiatoio l nell'angolo ed  scappato strillando come un pazzo. S' rannicchiato in un angolo e ha iniziato a battere i denti. Non oso pensare che far se si mette a piovere.  impaurito, sembra un cane bastonato.
Ma disegnare? chiese Vitaliano.
Non mi sono spiegato, allora riprese Antonio scuotendo la testa e torcendosi le mani.  irraggiungibile, non risponde nemmeno alle domande,  in un mondo tutto suo. A volte canta, canterella una ninna nanna. Non vuole farsi vedere n avvicinare da
nessuno. Come quando era bambino, dopo che lo pestarono.
Povero caro... disse Ernestina.
Comparve la madre, uscendo da una stanza con un piatto di frutta in mano.
Ha mangiato? chiese Antonio apprensivo.
Per tutta risposta la donna gli mostr il piatto ancora pieno di susine, succulente e gialle da far venire l'acquolina in bocca.
Due o tre. E dire che gli piacevano tanto... Poi guard Vitaliano e disse: Almeno  vivo, se cos si pu dire. Me l'avete salvato! e gli prese le mani. Che Dio ve ne renda merito perch finch c' vita c' speranza.
Vitaliano sapeva che non era vero, che era arrivato tardi. Se almeno il ragazzo fosse stato meno caparbio. Se avesse confessato subito invece d'aspettare d'essere mezzo morto.
Pietro soffriva a vedere i due genitori in quelle condizioni, ma sent un moto d'orgoglio per il suo fagiano, che non aveva girato la testa dall'altra parte, ma al momento d'agire, per soccorrere un innocente, aveva salito quelle scale sfidando tutto e tutti ed era andato ad affrontare il serpente mettendo a rischio la sua vita e la sua carriera.
Se c' una cosa che Vitaliano non sopporta  l'ingiustizia disse Pietro, grave. E non gli manca nemmeno il coraggio. L'ho visto nascere. Sono orgoglioso di lui, come lo sarebbe stato i' su' povero babbo!
Vitaliano non s'aspettava quel complimento dal suo vecchio. Gi commosso per quanto andava apprendendo sulle condizioni di Asterio, si volt a guardarlo. No disse. Mio padre non sarebbe stato orgoglioso di me... era un uomo prudente.
Possiamo vederlo? chiese Ernestina.
No rispose Antonio. Non credo.  inutile. Si spaventa. Non vuol vedere nessuno. Si metterebbe a tremare di paura, o si chiuderebbe a riccio. Sarebbe peggio... scusate. Forse in seguito.  a casa solo da un giorno.
Ma forse la signorina... Solo lei... mormor la madre. Che s'ha a provare? Solo che c'ha il volto deformato dalla nascita. Se siete delicata, se non v'impressionate...
Macch delicata, son di San Frediano! disse Ernestina.
Pietro e Vitaliano per poco non risero.
Antonio guard la moglie smarrito, come se fosse impazzita. Poi fece un movimento delle spalle e delle labbra, come a dire: "Fai te. Se la signorina s'impressiona e grida, se lui lo capisce, si fa peggio, lo sai?".
Non urlo... disse Ernestina, decisa.
Voi restate qui a parlare, fagli un caff ai signori. Non gli hai offerto nulla! Si meriterebbero altro che un caff! Un monumento, ecco cosa!
Prese Ernestina per mano e la guid verso la porta da cui era appena uscita.
Vi avessi dato retta, Pietro. Avessi avuto pi fiducia in voi. Non c' momento che non me ne dolga. Son capoccione, come Asterio. Ha preso da me, si vede. Quanto male potevo risparmiare a quel figliolo! disse Antonio.
Avete fatto quel che pensavate fosse meglio...
Alla fine li avete presi i mariuoli, ma lo stesso ad andarci di mezzo l' stato un innocente. Grazie d'averlo fatto scarcerare il prima possibile. Ieri era domenica e oggi stanno tutti impazzendo per l'arrivo di Hitler. Se non avevo la vostra lettera era ancora l fino a domani.
Il dottore cosa dice? chiese Draghi.
Per lui  andato. Parla di metterlo in manicomio. Dice che l avrebbe le cure. Vorrebbe fargli delle docce ghiacciate... L'ho messo alla porta. Non sapevo se ridere o piangere. La doccia ghiacciata... Finch campo nessuno lo torturer pi, il mio bambino.
I manicomi sono una vergogna disse Pietro. Li conosco bene, purtroppo, mia sorella c' morta. Non ce lo mandate mai, piuttosto ammazzatelo!
Antonio annu e Draghi guard Pietro, colpito dalle sue parole.
Quando la madre apr la porta ed entr, gli uomini tacquero per ascoltare la reazione di Asterio.
C'hai una visita, Asterino. Guarda chi  venuto a trovarti.
Ma il ragazzo non rispose, guardava fisso di fronte a s e canticchiava, la crosta della sua deformazione gli riluceva fulva sul volto alla luce della finestra, irrorata da miriadi di capillari scuri, verdastri e rossi. Sembrava un fungo legnoso e ruvido, di quelli che nascono sui tronchi nel bosco.
Entrate signorina, entrate. Ecco il mio Asterino!
Ernestina avanz verso il letto dov'era seduto il ragazzo.
Ciao, Asterio... disse, sbigottita dalla protuberanza callosa che deturpava per pi della met il volto del giovane. Non si aspettava una deformazione cos pronunciata, veramente mostruosa, ma non fece una piega.
Lui non le bad. Continu a canticchiare e torcersi le mani con gli occhi fissi nel vuoto.
La riconosci? L'hai disegnata tante volte. Guarda com' bella! Non la guardi nemmeno? gli chiese la madre abbassandosi per andargli davanti alla faccia.
Asterio non si volt, non si mosse. Fu chiaro che in quell'attimo era l, ma non era l.
Fate la nanna, coscine di pollo... che la mamma ha fatto un gonnello... seguit a mormorare fra le labbra.
Gliela cantavo sempre da bambino, per farlo addormentare.
Ernestina si accucci di fronte a lui. Asterio. Sono io. Ti ricordi di me?
Prov a toccargli una mano, ma lui si tir indietro come se le sue dita scottassero.
Non vuole essere toccato spieg la madre.
A Ernestina ricord un grosso gatto dal pelo fulvo, quasi biondo, che si aggirava nel suo quartiere, guardingo. Nessuno era mai riuscito a carezzarlo, se gli davi del cibo lui non si fidava a prenderlo fino a che non ti allontanavi. Una volta l'avevano rincorso i monelli del quartiere e messo con le spalle al muro. La scena era stata comica. Loro che rincorrevano il gatto entrando nel vicolo e poco dopo uscivano di corsa con il gatto inferocito e soffiante alle calcagna. Non c'avevano pi provato.
Sentiva adesso in Asterio la stessa tensione, la stessa paura incontrollabile. Guard il suo corpo nel pigiama leggero, che a differenza del volto era perfetto. Vide i polsi segnati da profonde escoriazioni rosse, causate dalle cinghie con cui era stato legato durante le torture. Aveva un braccio al collo, che si era lussato nel tentativo di liberarsi durante il soffocamento.
Anche gli occhi del ragazzo erano molto belli, solo il volto era mostruoso, ricoperto per pi di met da quella massa tumorale benigna che copriva come una maschera i suoi lineamenti. Veniva voglia di toglierla, afferrarla con due mani e tirarla via per rivelare il suo vero volto, ma non si poteva.
Io non voglio farti del male disse Ernestina, e alzandosi gli carezz il viso nella parte sana e lo baci sulla fronte.
Asterio sussult, seguitando a cantare dell'orlo del gonnello, sempre pi velocemente, sempre pi eccitato. Adesso tremava. Poi fece uno scatto fulmineo, che nessuno s'aspettava, e l'abbracci stringendola a s, con il proprio volto sul suo petto.
La madre fece per intervenire, per staccarlo. Asterio, cos le fai male. Asterino, non stringere!
Fate la nanna coscine di pollo... continuava a ripetere lui.
Ernestina sorrise, imbarazzata da quell'abbraccio. Non c' problema, signora, non c' problema. Prese a carezzargli la testa. Bravo...  bravo... sussurr passandogli la mano fra i capelli.
Il ragazzo la stringeva forte, davvero fin quasi a farle male. Lei indietreggi sedendosi sul letto e lui si distese con la testa sulle sue ginocchia, senza mollarle la mano. Il profumo di lei giungeva come da una porta socchiusa fino all'altrove in cui si era rifugiato. Era il filo di un gomitolo del quale non trovava il capo, restando cos imprigionato nel labirinto della propria mente. Ernestina era commossa, prese a cantare con voce dolce:
Fate la nanna, coscine di pollo, la vostra mamma v'ha fatto un gonnello, e ve l'ha fatto con lo smerlo in tondo, fate la nanna, coscine di pollo. Ninna nanna ninna nanna, il bambino  della mamma, della mamma e di Ges, il bambino non piange pi.
Voi la conoscete tutta? chiese la madre di Asterio, commossa. Ernestina annu. In San Frediano tutti la conoscevano.
Fate la nanna e possiate dormire, il letto sia tutto di viole e le coperte di panno sottile e il copriletto di penne di pavone, ninna nanna ninna nanna...
Alla donna si straziava il cuore nel vedere il suo ragazzo fra le braccia di quella bella figliola che sembrava non aver paura di lui
e gli passava le dita tra i capelli, davvero come a un bimbo. Le dispiaceva che lui non le potesse parlare, dire le cose belle che sapeva dire, raccontarle di Leopardi o di Omero, come faceva con lei, magari farle il ritratto.
Fate la nanna e la nanna faremo, un sonno lungo e poi mi vo destare, fate la nanna e la nanna faremo, un sonno lungo e poi ci desteremo, ninna nanna ninna nanna, il bambino  della mamma, della mamma e di Ges, il bambino non piange pi.
Asterio si addorment cullato dalla voce di Ernestina. La donna aiut la ragazza a liberarsi dalla sua stretta e insieme lo coprirono con una coperta leggera e uscirono dalla stanza imbattendosi nei tre uomini, che si erano avvicinati alla porta per assistere alla scena. Erano commossi. Anche Ernestina lo era. Si  addormentato spieg.
La signorina gli ha cantato la ninna nanna, quella che canticchia sempre lui e che gli cantavo quand'era una creatura. Solo che io sapevo solo qualche strofa, lei la sapeva tutta.
La donna non fece in tempo a finire la frase che scoppi in singhiozzi.
Antonio l'abbracci. Non fare cos... disse, con la voce rotta e i grandi occhi lucidi.
Anche Ernestina prese a consolarla. Scusate, non so cosa mi  preso.  stata cos buona con Asterio... nessuno, nessuno mai in tanti anni ha avuto una gentilezza per il mio bambino...
Si accomiatarono fra abbracci e baci, in preda a una commozione dolorosa.
Quei due vecchi facevano pena.
Posso tornare a trovarlo, se credete...
Quando volete, signorina, tornate quando volete. Se me lo dite prima vi faccio la pastiera napoletana, sentirete com' buona. Piace tanto anche ad Asterio. Che Dio vi benedica, siete un angelo disse la madre baciando le mani della ragazza.
Nessun angelo, solo una musa... scherz Pietro. Anche Ernestina era rimasta impressionata dai disegni di Asterio, nell'unico che aveva abbozzato spiandola lei appariva, se possibile, ancora pi bella.
Ora devo andare.
Tornerete davvero? domand la donna con una nota di apprensione nella voce. Ce l'avete promesso!
Solo se mi far il ritratto. Questo  l'accordo. Fatemi sapere.
Speriamo bene, a volte la bellezza pu fare miracoli disse Antonio. C' tanta strada da fare, ma oggi vedere questa ragazza addormentarlo... mi pare gli abbia giovato.
Torno, torno, voglio farmi fare un ritratto...
Speriamo, se Dio vorr. Se migliorer... disse la donna.
Se San Gennaro ci far la grazia... rincar Antonio. Intanto non ha urlato. Avete visto come la stringeva... Di nuovo si asciug gli occhi e si ricompose alla meglio. Ci furono strette di mano e abbracci e perfino qualche bacio.
Pietro, Vitaliano ed Ernestina si allontanarono dalla casa in silenzio. Nell'aria di quell'ora un passero e una capinera si esibivano nascosti da qualche parte in un duello canoro. I tre, nonostante il sole, sentivano un gran freddo.
Giunti nel parco del Regio Istituto, Pietro ruppe il silenzio e disse: Siete stata brava, Ernestina. Vi devo chiedere scusa.
Perch? chiese la ragazza.
Perch vi avevo giudicata male. Pensavo foste una ragazzina molto bella ma un po' oca e vanitosetta.
 quel che sono... scherz Ernestina. E poi non  nemmeno colpa vostra, sapete...
E di chi allora? s'intromise Vitaliano, che si sentiva in colpa quanto Pietro.
Mia, della maschera che indosso per tirare avanti e fuggire da quel quartiere puzzolente, mia e di lui l disse indicando il cielo.
Di Dio?
No, non di Dio. Cala, cala! Piuttosto di quel coglione che racconta la storia, di chi scrive il nostro destino. Chiunque sia.
Risero di quella battuta inaspettata.
Davvero, pens Vitaliano, forse la nostra vita non esiste, forse siamo tutti narrati da qualcuno, siamo il racconto di qualcun altro nascosto in un altrove inconoscibile.
Il direttore Fiasca and loro incontro nell'Ottagono con Bianca e Caterina che avevano atteso l che Pietro e gli altri tornassero dalla casa del custode.
Mentre aspettavamo disse soddisfatto ho fatto veder loro la scuola.
 bellissima! disse Bianca. Una scuola cos a Mariannina piacerebbe tanto.
Anche a Placido, non credi? ribatt Pietro, automaticamente.
Credo pi a Marianna, anche se non  un maschio.
Pietro rimase turbato da quella risposta. Dovette ammettere a se stesso che vedendo quella scuola aveva pensato subito a Placido perch era un maschio, e se ne dispiacque. Gli americani che mandavano le loro ragazze in Italia a studiare l erano pi avanti di lui.
Forse hai ragione tu, forse anche a Mariannina quando crescer.  brava con il disegno ammise, gi pentito.
Anche a me piacerebbe questa scuola disse Caterina.
Bianca le lanci un'occhiataccia, e Pietro sorrise del carattere sfacciato della bambina.
Abbiamo tante femmine si vant il direttore. Insegna anche mia moglie, i tempi stanno cambiando... ma ora dovete scusarmi, devo andare alla stazione a vedere arrivare Hitler, ci sono tutti i nostri leoni, i marzocchi formati da Baccelli e gli studenti, dovreste vedere che meraviglia!
Anche per noi sar meglio tornare a casa, e di corsa, ci sono un po' di cose da sistemare ricord Pietro a Vitaliano.
Lui annu, di nuovo pensieroso.
Si congedarono e il direttore li accompagn fino alla porta. Uscirono nel sole del piazzale.
Fra poche ore arriva Hitler a Firenze disse Draghi guardando il suo vecchio. La citt sembra aver perso la testa, straripa di gente.
Pietro si chin a sussurrargli qualcosa nell'orecchio, approfittando della distrazione di Bianca e Caterina, che parlavano con Ernestina. Io come vedi non ci sar, ora prendo la corriera con le bambine. Quindi puoi stare tranquillo disse.
Mica mi aspettavo che lo strozzaste con le vostre mani replic il commissario mentre procedevano verso la fermata dell'autobus. Se avete combinato qualcosa, fra poco lo sapr. Il mondo intero lo sapr e io rester bloccato qui. In caso contrario, se vedete Nausica ditele che dopo la partenza di Hitler correr da lei.
Non c'era gioia nelle sue parole e anche Pietro faticava a guardarlo negli occhi. Non rispose nulla, e nemmeno annu, come si fa dopo aver raccolto un'imbasciata. Vitaliano si sent morire. Che davvero Pietro si fosse spinto tanto oltre?
All'altezza di Porta Romana, incrociarono Petruzzelli con il suo completo di lino bianco, la paglietta, il bastoncino di bamb e le ghette. Portava un gran mazzo di rose rosse. Ernestina li salut dirigendosi verso di lui, che fece altrettanto da lontano. Bianca e la sorellina lo guardavano divertite.
 un conte? chiese Caterina.
No,  un bischero! rispose Pietro.
Le due cose si escludono? chiese Draghi sarcastico.
No, come abbiamo visto anche un conte pu essere un bischero.
Almeno stavolta il nostro Poirot, bischero o no, non c'ha salvato la vita.
Gi, ora si beccher una bella promozione, grazie a Ernestina, che per lui ha rischiato la pelle.
 stata brava.
Meno male, se le fosse successo qualcosa non me lo sarei mai perdonato.
Ricordatene per la prossima volta. Tutti quelli che assoldi, me compreso, riscuotono poco e rischiano tanto, beccandosi un sacco di legnate e perfino qualche pallottola.
Che intendete fare alla fattoria, con il conte? chiese Vitaliano, per cambiare discorso.
Prima devo capire, ma per il fattore e i suoi ho gi in mente qualcosa.
State attento, non fate cose delle quali potreste pentirvi.
Si abbracciarono.
Date un bacio allo zio Vitaliano! ordin Pietro, mentre l'autobus si profilava all'orizzonte.
Caterina esegu, Bianca dapprima porse la mano, poi l'abbracci e gli sussurr un grazie all'orecchio.
Pasquale apr la portiera, e i tre salirono salutando Gano che rispose con un sorriso.
Si sedettero in fondo, dove c'erano dei posti liberi.
Vi fa mica male la corriera? s'inform Pietro.
Non l'ho mai presa, come faccio a saperlo rispose la bambina.
S'accomodarono e Pietro tolse giacca e cappello.
Che dir Sabina, ora che gli arrivate a casa anche con Caterina? chiese Bianca.
Si star a vedere.  burbera, ma c'ha un gran cuore. Come c'era posto per te ci sar posto anche per lei. Piuttosto ora debbo occuparmi di quei farabutti che fanno da padroni in casa mia disse. Il fattore e i suoi scagnozzi. La pagheranno per quello che hanno fatto.
Come Ulisse con i Proci? domand Bianca.
Pietro la guard, ammirato. Come conosci l'Odissea?
La conosco anch'io! Babbo ce la leggeva sempre rispose per lei Caterina.
Doveva essere un brav'uomo concluse Pietro, pensieroso.
Vi sarebbe piaciuto e voi sareste piaciuto a lui disse Bianca.
Comunque brava! Un ottimo paragone, speriamo che ci vada bene come and a lui. Te l'hai preparato l'arco?
E anche le frecce! disse Bianca decisa, toccando il piccolo coltello alla zuava che dal giorno dell'aggressione teneva in una tasca della gonna che aveva cucito apposta.
Pietro sorrise della battuta, ma dentro di s tremava per ben altro. Pensava al povero Asterio, al mostro innocente che aveva pagato per i mostri, quelli veri, che da l a poco sarebbero calati sulla citt come i diavoli su Arezzo nell'affresco di Giotto, e sarebbero stati ricacciati indietro non da un santo, ma da un colpo di fucile. Pensava all'attentato da lui ideato, che se fosse riuscito avrebbe fatto di lui un assassino e spacciato la sua anima, ma avrebbe potuto cambiare il destino del mondo. Ma soprattutto era preoccupato per Sabina e animato da una grande inquietudine: non vedeva l'ora di parlare con il conte e in cuor suo temeva pi di ogni altra cosa che fosse troppo tardi per salvare la sua Itaca.
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Capitolo 73.
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Com'era prevedibile il Nizzardo si svegli dopo poche ore, mentre sulla citt albeggiava. Rimase disteso ad attendere, rinunciando anche ad accendersi una sigaretta, nonostante la tensione che l'attanagliava. Secondo quanto gli era stato riferito i tiratori scelti che coprivano il medesimo tratto di strada non l'avrebbero visto, se avesse fatto attenzione, tanto meno quello appostato alla finestra sotto i suoi piedi avrebbe mai potuto accorgersi di lui, ma potevano esserci altri uomini appostati con i binocoli, per vigilare sui tetti e le finestre. Doveva individuarli, fare attenzione a non farsi scorgere, anche se, con la divisa che indossava, l'idea era che potessero scambiarlo per uno di loro, magari salito sul tetto all'ultimo momento, stimandolo una posizione migliore.
Pass in rassegna palmo a palmo le finestre e i tetti vicini con il binocolo. Chi aveva ideato il piano sembrava aver pensato a tutto. Gli era stato detto di fare attenzione all'alto palazzo merlato all'altro lato della via, dopo la piazza e in prossimit del ponte, l'unico, insieme al tetto della basilica di Santa Trinit, che affacciava sulla piazza, abbastanza alto da permettere a qualcuno di vederlo. Per questo doveva controllarlo con il binocolo e mantenersi nascosto dietro il merlo d'angolo. Al sorgere del sole avrebbe fatto una palla con il telo mimetico e tappato la feritoia. Di nuovo si ripet che la posizione era ottima, che non gli restava che attendere, sparare a Hitler e poi sbarazzarsi dell'uniforme e del fucile, lasciandoli cadere nel camino dell'appartamento, discendere e mescolarsi con la folla presa dal panico, le urla, la confusione generale, fino a scomparire. E ancora si disse che non doveva farsi prendere dalla fretta, che doveva aspettare l'ultimo momento, andare a colpo sicuro. Centrarlo alla testa, in modo da non lasciargli scampo e chiudere la questione una volta per tutte. Come un mantra da recitare, ripeteva a se stesso per l'ennesima volta che se l'avessero visto, se avessero capito da dove era stato sparato il colpo e l'avessero inseguito, per lui sarebbe stata la fine, e che trovandosi alle strette avrebbe dovuto gettarsi gi dai palazzi senza esitare. Non che gli importasse, a dire il vero. Non gli importava pi di nulla da quando...
Si rimise disteso sotto il telo. Il cielo sopra i suoi occhi era un richiamo di pace limpidissimo, ampio come un respiro. Il cuore gli batteva in gola. Doveva recuperare il suo sangue freddo, evitare ogni scrupolo. C'era da attendere ancora fino al primo pomeriggio, l'arrivo di Hitler alla stazione di Santa Maria Novella era previsto intorno alle due e mezza, forse addirittura le tre, non era certo. Dipendeva da quanto si sarebbe prolungato il saluto a Roma e da quel che sarebbe accaduto nel viaggio. Durante tutto il tragitto del treno una folla di curiosi, paesani, contadini, si sarebbe certo accalcata lungo la linea ferroviaria, in prossimit delle stazioni, sull'argine dei campi, per salutare il cancelliere tedesco sventolando bandierine e gridando saluti.
Pian piano i marciapiedi e la piazza sotto di lui si riempivano di persone, contenute dal cordone di militari che si interponevano fra loro e la strada a protezione del corteo. Furono le ore pi lunghe della sua vita. Quando la folla si fece pi inquieta, prese il binocolo e guard dalla feritoia per individuare i "colleghi", ma era troppo angusta, allora si affacci appena oltre il merlo per
poter spaziare liberamente. La giornata era limpidissima, le facciate vibranti di bandiere colorate con gigli e svastiche, e il sole picchiava facendolo sudare copiosamente.
Le persone fra la calca si passavano voce in una sorta di telefono senza fili che correva sui marciapiedi:  arrivato alla stazione!,  arrivato!,  arrivato!, e poi: Sono partiti!, Son partiti, arrivano!.
Si sarebbe accorto del sopraggiungere del corteo dal giubilo della folla che sarebbe esploso non appena l'auto fosse comparsa all'inizio di via Tornabuoni. A quel punto avrebbe dovuto gi trovarsi in posizione, con i gomiti ben poggiati sul dente basso del merlo e l'occhio nel mirino di precisione.
Finalmente sent che la folla iniziava ad agitarsi come un mare inquieto e scuro, una ghiaia grigia mossa dalla risacca. Allora, colto da un'ispirazione improvvisa, mise mano al portafoglio infilando le dita nella tuta militare, andando a scovarlo nella tasca interna della giacca sottostante, all'altezza del cuore. Cerc fra le banconote e i documenti falsi e si rese conto che le mani gli tremavano leggermente per la tensione. Respir e deglut per calmarsi. Non poteva credere di essere cos nervoso, non era da lui. Finalmente trov la foto che cercava e se la port alle labbra depositandovi sopra un bacio leggero. Poi la pos in modo che rimanesse in piedi, poggiata al tratto verticale del merlo e girata il pi possibile verso la piazza, come se volesse permetterle di assistere a ci che stava per fare. Si chin a raccogliere una scheggia di tegola e la blocc per evitare che un alito improvviso di vento gliela rubasse.
Perch siate testimoni, angeli miei! mormor, sentendosi vincere dalla commozione.
Forse fu per via di quell'improvviso turbamento che nel voltarsi per prendere posizione si tir su un po' pi del dovuto e, anzich muovere il fucile lasciandolo orizzontale e parallelo al
suolo, lo sollev e la canna comparve un'istante sopra la sua testa prima di riabbassarsi. Questione di un attimo, gli occhi dei fiorentini erano puntati tutti verso via Tornabuoni, il rumore della folla cresceva. Eppure bast quell'errore a rivelare la sua presenza e le sue intenzioni al capitano dei carabinieri che procedeva verso la piazza per recarsi a Palazzo Pitti. Il capitano Bruno Arcieri dapprima era stato attratto dal bagliore del binocolo dentro la feritoia, come succedeva nelle pellicole dei cowboy - un lampo sull'angolo merlato di Palazzo Spini Feroni -, poi la scintilla si era spenta e poco dopo, all'ufficiale, che non aveva potuto pi distogliere gli occhi, era sembrato di scorgere chiaramente, anche se solo per un istante, la sagoma di una testa e di una canna di fucile oltre il dente basso del merlo di pietra ocra.
Arcieri prese a camminare pi velocemente e a riflettere con gli occhi fissi sull'angolo del palazzo. Non si vedeva pi nulla. Che si trattasse di uno dei suoi ragazzi, dei suoi tiratori scelti? Ripens alla cartina del tragitto e rivide nella mente a uno a uno tutti i punti in cui li aveva dislocati. Che il suo uomo fosse salito sul tetto spostandosi dal punto concordato? Guard l'ultimo piano e lo intravide alla finestra, in posizione. L'aveva messo l, anzich sulla copertura, per permettergli di sporgersi dalla finestra e nel caso di controllare anche la zona sottostante, cosa impossibile da fare da dietro i merli. Adesso ce n'era un altro? Aveva visto bene? Se davvero erano due, si sarebbe trattato di una mossa geniale: un tiratore piazzato nello stesso punto, sulla testa del suo, a insaputa di tutti. Di certo si era sbagliato, eppure... Era stato solo un attimo, un presentimento, quel prurito alla schiena che conosceva bene e che, chiss come, gli aveva fatto sollevare gli occhi sull'apice del palazzo per cogliere quella fugace visione. Guard ancora, non si vedeva pi nulla, ma non poteva lasciar perdere. Per far prima, forte della sua uniforme e dei suoi gradi, forz il
cordone dei militari e guadagn la strada. Proprio in quel momento la folla esplose in grida di giubilo: all'imbocco di via Tornabuoni era comparso il corteo delle auto. Ormai doveva salire, andare a vedere. Prese a correre, attento a dove metteva i piedi, ma con la testa alzata e gli occhi fissi sul bordo del palazzo.
Allora anche il Nizzardo da dietro la feritoia lo vide procedere a passo spedito in mezzo alla strada, vestito di nero, con gli stivali alti alla cavallerizza e la sciabola da parata che gli picchiava sulla coscia: quel carabiniere guardava verso di lui e stava avanzando da via Tornabuoni verso la Colonna della Giustizia. L'aveva visto, anzi era lui che si era fatto vedere. Bestemmi fra i denti. Adesso doveva rimanere nascosto, sperare che l'altro desistesse, si convincesse d'essersi sbagliato. Se avesse sporto la canna del fucile oltre la feritoia gli avrebbe dato la certezza, ma esitando perdeva tempo prezioso.
Intanto l'auto comparve, preceduta dal camioncino del cinegiornale che effettuava le riprese, circondata da una decina di motociclisti e seguita da una lunga coda di vetture con a bordo i pezzi grossi dei due Paesi alleati. Il Nizzardo attese ancora, il capitano si era fermato, indeciso, seguitava a guardare su. Non poteva esitare oltre. Quando lo vide ripartire di corsa si mise in posizione di tiro. Ora il capitano era a met della piazza e si faceva spazio a fatica fra la folla che eccitata spingeva in senso opposto per portarsi il pi vicino possibile al bordo della strada. Il Nizzardo gli diede un'occhiata soddisfatto: ce l'avrebbe fatta, l'auto si avvicinava e quel rompiscatole non era ancora al portone e avrebbe dovuto farsi quattro piani di scale. Ma quando sporse il fucile e si riposizion per il tiro rimase sbalordito. La prima volta che aveva guardato l'auto era troppo lontana, adesso invece era gi nel punto giusto e avanzava a velocit sostenuta. Doveva fare svelto o l'istante sarebbe passato.
Prese la mira di fretta cercando di inquadrare Hitler, ma il camioncino con la cinepresa gli copr la visuale, doveva aspettare, come si era ripetuto pi volte, ma quel capitano gli aveva fatto perdere troppo tempo e di certo gi picchiava sul portone, suonava i campanelli del palazzo tirando i pomelli di ottone lucido senza che nessuno lo udisse. I nobili inquilini e i loro servi erano alle rispettive finestre, sopra la sua testa, insieme al suo tiratore scelto, affacciato all'ultimo piano. Tutti volevano veder passare il corteo come ci fosse stato il Giro d'Italia.
Con la lieve curva in prossimit della piazza la testa di Hitler s'inser per un attimo nel mirino del Nizzardo, che poggi il dito sul grilletto, ma fu subito coperta da quella di un poliziotto motociclista.
Spostati maledetto, spostati! mormor fra i denti e quando il poliziotto usc dalla traiettoria si rese conto che oltre il parabrezza, dietro le spalle dell'autista, c'era un altro vetro, a protezione dei due dittatori. Poco importava, l'avrebbe forato come il burro. E intanto il portone era stato aperto e il capitano Arcieri saliva gli scalini a due a due maledicendo i suoi stivali rigidi e la sciabola, che doveva reggere perch non gli sbattesse sulla gamba.
Il Nizzardo rimise il dito sul grilletto. Stava per flettere l'indice, quando improvvisamente Hitler si alz in piedi insieme a Mussolini continuando a salutare la folla. Si ferm appena in tempo per non colpirlo a un'anca o a una gamba. Poi si volt, sentendo un rumore di tacchi che salivano gli ultimi scalini da qualche parte sul tetto dietro di lui, e subito dopo dei gran colpi metallici che risuonavano alle sue spalle, in prossimit del centro della copertura di tegole. Cap che provenivano da uno degli abbaini. Il suo inseguitore cercava di aprire la porta di accesso al tetto, che per fortuna aveva trovato chiusa. Stava arrivando. Alz la canna del fucile, quello era il momento buono per sparare,
l'ultimo momento utile prima che il capitano arrivasse alle sue spalle e l'auto sfilasse oltre sul ponte Santa Trinit. Incurante di tutto, abbandon la feritoia che gli impediva di spostare la canna a suo piacimento e si riposizion fra i due merli. Da l inquadr la testa di Hitler, di nuovo pieg l'indice cercando di vincere il tremore della tensione, ma proprio in quell'istante la camionetta telata delle riprese vir sul centro della carreggiata e anner il mirino. Bestemmi, fermandosi appena in tempo. Il capitano dei carabinieri, la camionetta, poi il motociclista, adesso di nuovo la camionetta. Il diavolo proteggeva quella carogna.
Intanto l'auto era sotto di lui, le botte sulla lamiera erano cessate, ma miracolosamente nessuno arrivava a freddarlo alle spalle con un colpo di pistola. Adesso per tentare di sparare avrebbe dovuto sporgersi dal merlo, ma sarebbe stato quasi impossibile colpire il bersaglio, oramai troppo sotto di lui. Mentre ci pensava il momento era gi passato. Guard dal lato del ponte. Inutile correre sui coppi per appostarsi da quella parte, l'auto andava troppo veloce. Sent gli occhi riempirglisi di lacrime di rabbia. Mai un uomo nel mirino di un cecchino era stato cos fortunato. Poi si volt sussultando, richiamato dal colpo secco della porta di metallo dell'abbaino che sbatteva sul muro.
Nella manciata di secondi precedente, a una serva era toccato per ordine del suo padrone d'andare a vedere cosa stesse succedendo sul tetto. Risentita per l'interruzione dello spettacolo, s'era avviata su con la chiave della porta in mano. Arcieri gliel'aveva strappata dalle dita in tutta fretta, come se stesse andando a fuoco la casa. Il capitano, consegnata la sciabola fra le mani della donna sbigottita, aveva prima infilato e girato la chiave nella toppa e poi, visto che gli resisteva, assestato l'ennesimo calcio al pannello di ferro per spalancarla. Ora stava correndo sui coppi in discesa fino al bordo del palazzo, e procedeva con una mano
poggiata ai merli e una pistola in pugno verso l'angolo del tetto. Sempre pi certo d'aver visto bene, d'aver capito bene.
Giunse affannato dietro ai merli d'angolo, dove aveva creduto di vedere prima il bagliore e poi l'ombra di qualcuno armato, e si ferm a riprendere fiato: non c'era nessuno. Gi per strada il corteo delle auto era gi sfilato oltre il ponte. Rise di se stesso. Aveva avuto le traveggole, forse era stata solo la sagoma di un gatto scuro con la coda ritta, e la sua mente aveva fatto il resto, oppure nemmeno quella. Prima di voltarsi per tornare sui suoi passi, gi certo in cuor suo che non avrebbe mai detto nulla a nessuno di quell'abbaglio, per non farsi ridere dietro, si guard intorno per cercare una traccia che confermasse la sua prima impressione. Fu allora che vide una piccola foto che dapprima non aveva notato. Era disposta in piedi, tenuta ferma con una scheggia di coppo rotto. Rimise la pistola nella fondina, si chin e la prese fra le dita.
Il Nizzardo, nascostosi all'ultimo momento dietro la torretta di un abbaino del tetto confinante, distante meno di quindici metri, si era accorto troppo tardi d'averla lasciata e, anzich filarsela, si era fermato ad attendere che il capitano se ne andasse per recuperarla. Lo vide che l'esaminava.
Arcieri rimase in piedi sull'angolo del palazzo a osservare la foto: ritraeva una giovane donna con una bambina per mano. Sorridevano e sembravano tanto felici. La donna era bella, somigliava un po' alla sua Elena e indossava un vestito leggero decorato con grandi fiori, la bimba, invece, ricordava Shirley Temple, per via dei riccioli biondi e delle guance paffute. Sullo sfondo si distingueva appena un giardino e in lontananza una struttura metallica che Arcieri riconobbe quasi subito: era una delle gambe della torre Eiffel. Chiss se Elena sarebbe mai stata cos felice con lui.
Il Nizzardo trattenne il fiato e fu tentato di rivelarsi e lottare con il capitano, di riprendersi la foto con la forza, magari facendolo precipitare nella piazza. Ma non lo fece. c'era qualcosa nel volto di quell'uomo, nei suoi occhi e nell'espressione dolce con cui guardava la foto... Come se avesse potuto capire, intuire. Rimase l a sperare che l'ufficiale la rimettesse al suo posto, con il pezzo di coppo sopra, come l'aveva trovata. Invece trasal, quando lo vide aprire il taschino dell'uniforme, inserirla all'interno e richiuderlo sul proprio cuore con il bottone dorato, prima di voltarsi per ridiscendere.
Il Nizzardo sent gli occhi riempirglisi di lacrime. Fu tentato di alzarsi, corrergli dietro, supplicarlo perfino, ma non si mosse. Non solo aveva fallito il suo obiettivo, ma aveva perso anche l'ultimo ricordo di Julie e Colette, l'unica foto che aveva di loro, fatta in un giorno di festa, prima che succedesse. Davvero quell'immagine era tutto ci che gli restava dei suoi angeli. Un'idea dolorosa, insopportabile, gli trafisse il cuore. E se avesse dimenticato i loro volti?
Intanto Hitler e il Duce entravano trionfanti in Palazzo Pitti fra il clamore della folla, tutti sembravano felici ed esultavano, ignari di quanto li attendeva. Una stanza lussuosissima dell'edificio era stata preparata per far riposare il cancelliere almeno fino alle tre e mezza, poi l'auto con i due dittatori, rifocillati, avrebbe continuato il suo tragitto: tutto come da copione. La Storia sarebbe andata avanti come previsto, senza ostacoli e senza intoppi, per la gioia degli italiani, dei tedeschi e di tutti i diavoli dell'inferno.
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Capitolo 74.
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Il Nizzardo tornava verso la stazione confondendosi con la folla che sciamava eccitata, scontento e con addosso un tenace rimorso che si mutava a ogni passo in una gran voglia di bestemmiare, che tratteneva a stento. Aveva fallito, tutto da l in poi, l'intera storia del mondo, sarebbe stata colpa sua e di quel maledetto capitano dei carabinieri, che s'era preso anche la foto dei suoi angeli, come per punirlo. Pensava cos e gi s'immaginava le facce deluse di chi aveva confidato in lui. Camminava di passo buono per sfogare la rabbia, mentre la luce s'abbassava su Firenze divenendo rosata. Anche la fattoria del Nero era in fiamme, arsa da un tramonto spettacolare, e sulle zolle dei campi insanguinati dal sole morente, Placido correva verso la vigna a sud pi veloce che poteva, gli occhi colmi di lacrime, e urlava: Pacifico! Pacifico!.
Il fratello s'era attardato pi che poteva, impegnato nella spollonatura delle viti e la potatura delle femminelle. Lo sent chiamare e, riposte le forbici nel corno di bue, corse verso di lui temendo che fosse successo qualcosa.
Placido! Placido! Che c'?
Si incontrarono a met del filare. Il ragazzino era scosso dai singhiozzi, in preda alla disperazione.
Che c', che  successo? dovette chiedere ancora Pacifico, abbracciando il fratello per tranquillizzarlo.
Le api! Le api! disse il ragazzo cercando di non piangere. Sono tutte morte!
Come morte? Ma che dici?! l'interrog l'altro incredulo, e si mise a correre verso il prato dietro casa, alla sommit del frutteto.
Che si fossero ammalate, cos di botto? Di certo non le aveva curate a dovere, con quel fattore e il suo guardia sempre alle costole, s'era ridotto a passarci la sera, quando oramai dormivano, per controllare che avessero da mangiare e stessero bene. Ma adesso erano giorni che non ci andava. Placido gli teneva dietro, sapendo meglio di lui che oramai era inutile correre, ma correva lo stesso.
Quando giunsero nel piccolo spazio con le arnie disposte ai piedi di una grande quercia, Pacifico si avvide subito con una stretta al cuore che c'era qualcosa che non andava. L'aria era immobile e troppo silenziosa rispetto al solito, quasi del tutto priva di ronzii e movimenti. Gli bast un'occhiata per vedere le grandi pozze nere come petrolio che macchiavano il terreno ai piedi delle cassette. Erano migliaia di api morte, rannicchiate su se stesse. Non erano pi di qualche manciata quelle che ancora si muovevano. Le poche sopravvissute sembravano impazzite e si erano rifugiate nell'arnia o volavano inquiete sui due fratelli, come a chiedere loro conto di quanto era successo. No, Pacifico cap subito che nessuna malattia avrebbe potuto fare quel disastro e si lasci sfuggire un urlo di disperazione, guardando il cielo insanguinato che s'abbuiava, poi si chin a raccogliere una manciata di insetti morti. Li esamin e fra questi trov le tracce dei responsabili. Fra i cumuli delle operaie vide i corpi dei grandi calabroni che le api erano riuscite a uccidere. Delle vespe giganti e assassine, affamate di miele e dispensatrici di morte, erano calate sulla vita tranquilla delle loro api. Le poverette dovevano aver lottato
strenuamente per opporsi all'attacco, per difendere le regine e l'alveare, ma era stato inutile. A volte capitava che due o tre vespe attaccassero le arnie e le api gli si gettavano addosso a decine per soffocarle e fermarle incuranti delle proprie vite. Pacifico cap dal gran numero di calabroni uccisi dalle api che a fare quel disastro, quella distruzione, di certo era stato uno sciame immenso. Da qualche parte doveva esserci il favo, il nido maledetto.
Corse verso casa, con Placido che gli andava dietro. Ce la faranno, ce ne sono ancora, ce ne sono abbastanza vive? chiese il ragazzino, speranzoso.
Hanno ucciso le regine, divorato le larve, in questo modo le api rimaste vive faranno presto la stessa fine, e non  da escludere un altro attacco da parte di quegli schifosi affamati di miele. Bisogna trovarli!
Possono essere lontani anche chilometri disse Placido. Me l'ha detto i' babbo una volta!
Li trover, maledetti. Dovessi andare fino alla fine del mondo!
E quando li hai trovati che cosa farai?
Il giovane si gir, aveva gli occhi rossi ed era pieno di rabbia. Dar fuoco al loro nido, con la benzina. Brucer la loro regina, e moriranno tutti. Vendicher le nostre api!
Quando lo sapr il babbo... gli dispiacer tanto... disse il ragazzo, singhiozzando.
 colpa mia, se le avessi curate di pi, se mi fossi accorto in tempo, magari dei primi che arrivavano, avrei potuto proteggerle, scovare il loro favo prima che il peggio accadesse. Ma a che serve, ormai  troppo tardi, la strage  stata compiuta e tutto  da ricostruire. C' da fare giustizia, comprare una regina e provare a ripartire da zero.
Non  colpa tua Pacifico, non dire cos... La colpa  del fattore, che non t'ha lasciato il tempo per le api.
No,  mia, che gli ho dato retta, e del destino infame che ha fatto calare dal cielo quei cosi.
Esausti, si sedettero nell'aia, mentre il sole scompariva dalla parte di Tavarnelle.
Almeno ci fosse qui i' babbo disse Placido. Lui s, che saprebbe cosa fare.
Non fecero in tempo a pensarlo che Sabina usc sull'aia e prese a chiamarli. Andarono verso casa, stavano facendo tardi per cena e la mamma era in pensiero.
Quando la videro, lei esclam: Svelti! A lavarvi!  tornato i' babbo nel pomeriggio!.
I due si guardarono e corsero in casa. Entrando si accorsero subito della bambina che, seduta vicino al camino, carezzava il gatto, ma non le badarono.
Pietro non era riuscito a far niente, nonostante l'insistenza di Sabina non aveva voluto riposarsi. Tutto il pomeriggio aveva guardato la sveglia sul camino e tentato di far funzionare una vecchia radio, senza riuscirci. Si volt a guardare i figli e dalle loro facce cap che c'era qualcosa che non andava. Apparivano turbati. Sapeva che le notizie come quella sarebbero corse di bocca in bocca, di telefono in telefono, senza possibilit di arrestarle, come un sasso lanciato in uno stagno, le cui onde sempre pi grandi sono impossibili da arrestare.
Che c', chiese che  successo? immaginando gi la risposta.
Babbo, prov a dire Pacifico, guardandosi le scarpe 'un so come fare a dirvelo.
Eccoci, pens Pietro. Ci siamo, e sent che la gioia che s'era aspettato di provare non arrivava. Che non riusciva a gioire per la morte di un uomo, nemmeno di una carogna come quella. Lui, che si vantava fra s d'essere stato in prima linea senza morire e
senza aver ammazzato nessuno, ora sapeva di essere un assassino, tale e quale a Mussolini e ai suoi gerarchi. Nei pochi secondi che passarono si disse che cos la Storia sarebbe cambiata, ma anche che nessuno poteva garantire che mutasse in meglio, o impedire che dopo una belva ne nascesse un'altra, addirittura peggiore e ancor pi rancorosa a prendere il suo posto. Come le nove teste serpentine dell'Idra di Lerna, che ricrescevano una volta tagliate, e con la centrale che era addirittura immortale.
E se a causa sua la Germania avesse dichiarato guerra all'Italia, se un'altra guerra fosse scoppiata per colpa sua?
Era stato un presuntuoso. Si port le mani al volto, pentito. Un pentimento al quale negli anni a venire avrebbe pensato spesso, desiderando che le cose fossero davvero andate altrimenti. Ma  troppo facile giudicare con il senno di poi.
 morto? domand al figlio, che immaginava venisse dal paese con le ultime notizie.
Questi fece un'espressione strana.
Sono tutte morte! disse Placido per lui, e corse ad abbracciarlo riscoppiando a piangere con il volto nel suo grembo. Tutte, babbo! Ma non  colpa nostra,  colpa del fattore!
Ma cosa? Chi? chiese Pietro staccando il ragazzino da s per guardarlo negli occhi.
Le api, babbo, le api... mormor Pacifico, rispondendo per
lui.
...
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FINE.
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Nota dell'autore e ringraziamenti.
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Da tanti anni sognavo di ambientare un romanzo all'Istituto d'Arte di Porta Romana, dove ho studiato dai miei quattordici anni ai diciotto prima di partire per il servizio militare. Devo confessare che all'epoca, dopo il triennio di maestro d'arte, scelsi un biennio di perfezionamento che, almeno nelle intenzioni, preparava alla professione. Per questo motivo diversi anni dopo sono ritornato nella stessa scuola dove ho finalmente preso il diploma per poi iscrivermi alla facolt di Scienze Politiche. Finite le scuse per tornarci e ormai trascorsa l'et d'oro dei miei anni da studente, posso oggi dire di aver vissuto fra quelle mura uno dei periodi pi belli della mia vita, non solo perch ero giovanissimo, ma soprattutto per la bellezza e ricchezza di una scuola davvero unica e meravigliosa.
Nei poco esaltanti anni Ottanta, quella scuola conservava il fascino dell'antico e vi si potevano apprendere i mestieri e le arti pi disparate in un'epoca in cui il computer non era ancora giunto a cambiare per sempre il modo di lavorare degli artisti e degli artigiani.
Per me ragazzino di provincia, ritrovarsi in un edificio enorme come quello delle ex scuderie reali, a contatto con ragazzi di citt molto pi smaliziati di me e a professori dai caratteri pi disparati, con macchine e laboratori meravigliosi, fu un'esperienza straordinaria. La scuola, organizzata in due grandi ali, cos come la racconto
nel romanzo, mi appariva come un luogo infinito da esplorare e un labirinto difficile da comprendere. Ancora oggi mi capita di sognare di non riuscire a trovare un'aula e di vagare fra scale e corridoi alla ricerca di quella giusta. All'epoca, infatti, si cambiava classe a ogni lezione, e per questo spesso occorreva attraversare l'Istituto da una parte all'altra. Specialmente all'inizio, e soprattutto per me, che non sono dotato di un gran senso dell'orientamento, non era facile.
C'erano poi, chiuse a chiave, delle porte che conducevano alle soffitte e a passaggi per cos dire segreti, dei quali si favoleggiava e che hanno sempre stuzzicato la mia curiosit e le mie domande. Rammento, e con me lo rammentano generazioni di studenti e di professori, le scalette che conducevano a una porticina sopra il laboratorio di fotografia: c'erano accatastate varie cianfrusaglie, fra cui un babbuino imbalsamato che in occasione di una manifestazione studentesca fu riesumato e portato fin sotto il provveditorato agli studi. Qualcuno diceva che da l, attraverso un passaggio segreto, si giungesse dall'altra parte dell'Istituto. Ricordo anche che in prossimit della biblioteca e dell'aula di chimica, l'unica ad avere i banchi disposti su pi file digradanti, a mo' di anfiteatro, c'era una porta sempre chiusa, da cui si accedeva ad alcune scale della servit, usate solo dai bidelli.
Questo Istituto enorme, pieno di passaggi e di segreti , con la sua gipsoteca unica al mondo, il vero scenario del romanzo, filtrato, ingigantito e mitizzato attraverso la memoria di uno studente del Chianti, e corrisponde solo in parte all'Istituto vero.
Con questo luogo nel cuore e nella memoria, studiando la storia dell'Istituto negli anni Trenta, ho scritto il romanzo e solo poi sono andato a consultare l'archivio della scuola, a rivedere esattamente aule e luoghi, e ho potuto, finalmente, percorrere anche i passaggi leggendari e segreti a lungo sognati. L'emozione  stata tanta e non potr mai ringraziare abbastanza la mia ex compagna di studi Laura
Lozzi, oggi dirigente della scuola, per l'ospitalit istituzionale e la calorosa accoglienza che mi ha riservato, e la responsabile dell'archivio, la professoressa Claudia Urbanelli, per avermi guidato e accompagnato nella consultazione dei documenti degli anni Trenta. Il professor Rocco Spina, per la visita della gipsoteca e della sezione di scultura, e il professor Marco Marchiani, in arte Mavilla, mio amico ed ex docente che sulla scuola e i suoi passaggi mi ha narrato particolari e aneddoti gustosissimi.
Naturalmente, come sempre accade in questi casi, quando si vuol tornare a vedere un luogo che il filtro della memoria ha reso mitico, capita di constatare che una scala alla quale non si  mai acceduto era in fin dei conti solo una scala, o di addolorarsi per certi rifacimenti poco rispettosi, cos come di commuoversi per alcuni ritrovamenti, entusiasmarsi per nuove scoperte, e cos via. Parlando con Marchiani sono venuto a conoscenza di altri passaggi, a lui noti, che conducevano a finestre poste sopra l'Ottagono e di lunghi corridoi in seguito interrati, che probabilmente portavano al giardino di Boboli e al palazzo reale, Palazzo Pitti, per consentire, in caso di sommosse popolari, la fuga del re verso le scuderie dov'era acquartierata la guardia reale a cavallo. Laddove erano praticabili, ho ripercorso con Laura e Marco la scuola e i suoi passaggi e mi sono imbattuto ancora in porte chiuse, accessi a magazzini e sotterranei, dei quali mancavano le chiavi in quel preciso momento. Ho lasciato chiuse quelle porte perch mi sono sembrate poste l a rinverdire il mito dell'inconoscibile e il senso di vastit e di mistero che avevo provato da giovane studente. L'Istituto d'Arte era ancora e sarebbe stato per sempre in parte per me inconoscibile, inespugnabile, come lo  la parte pi segreta di noi stessi. Mi sono reso conto che occorreva sapersi fermare prima del disvelamento del mistero, perch un preciso esame di ogni anfratto dell'edificio l'avrebbe ridotto in polvere, illudendomi d'aver visto e capito tutto, laddove, come sappiamo, quel
che c' da capire di un luogo e delle anime che l'hanno attraversato, va ben oltre le sue mura o le sue reali dimensioni. Come avrei potuto scriverne altrimenti?
Una delle cose pi affascinanti dei miei anni di studente era esplorare le sezioni della scuola: arti grafiche, pittura, grafica pubblicitaria e fotografia, arredamento, tessitura, oreficeria, ceramica, scultura, moda e costume, e molte altre. Un'offerta vastissima, che per forza di cose non era tale negli anni Trenta, anni in cui per si era gi avviata la sezione di fotografia.
Ricordo la meraviglia con cui penetravo nelle varie sezioni affascinato dai telai antichi del grande laboratorio di tessitura con gli arazzi alle pareti, le macchine come la linotype nella bellissima sezione di arti grafiche, con i grandi torchi litografici e le sue pietre. Rammento con orgoglio di aver saltato diverse ricreazioni per levigarne una a pomice e provare la litografia grazie alla disponibilit di un docente che mi inizi a quell'arte nonostante fossi di un'altra sezione. Oggi mi rammarico di non aver fatto altrettanto con tutte le altre. Ogni indirizzo aveva dei laboratori che erano un mondo di strumenti, tecniche, profumi, colori. Fortunatamente mi era possibile lavorare la creta a decorazione plastica, con la professoressa Amelia Ciardi Dupr, e disegnare i gessi della bellissima gipsoteca a disegno dal vero. Un mondo che Pietro Bensi avrebbe adorato e che
io ho amato con tutto me stesso, ricreando nel mio Ornitorinco Atelier, colmo di legni e sgorbie, un po' di quel profumo, proprio come nel romanzo ho fatto fare a Pietro con il suo laboratorio del Chianti.
Da questo punto di vista il Regio Istituto d'Arte che io racconto nel libro  inevitabilmente contaminato con l'Istituto d'Arte dei miei anni di studente e il minor rigore filologico serve a restituire il fascino di una scuola che  stata la mia scuola, che ha segnato per sempre la mia vita e la mia passione per l'arte, la grafica, la fotografia, il legno, la scultura, in una parola la narrazione per immagini. Una
scuola che ha oramai pi di un secolo. I nomi dei professori sono di fantasia, anche se  stata forte la tentazione di usare quelli dei docenti dei miei anni, e di prendere proprio loro come attori del mio romanzo, retrodatati a un altro tempo. Ho resistito, per soggezione o rispetto, giacch molti sono oramai passati nel mondo dei pi e non so se i loro eredi avrebbero gradito di trovarli commisti o sospettati in un caso di omicidio. Certo, nei ricordi di noi studenti riemerge una galleria di caratteri e di tipi umani veramente eccezionali: artisti e semplici docenti dalle indoli pi disparate, non esenti da vizi e passioni, pi o meno bravi nel loro mestiere, ma sempre in qualche modo mitici e straordinari, oggi che li rammentiamo attraverso il filtro benevolo della memoria. Per questo motivo il romanzo  dedicato anche a loro.
Molti dei professori del romanzo, come Ojetti, allora presidente dell'Istituto, e altri ai quali accenno, sono realmente docenti che hanno dato lustro alla scuola negli anni Trenta; per quanto riguarda il preside Fiaschi, ho trasformato il suo nome in Fiasca reinventando il personaggio completamente e rendendolo per semplicit l'unico interlocutore istituzionale della polizia.
Forse nella descrizione dei bidelli qualcuno potr riconoscere alcuni dei miei tempi, ma in generale non vi sono nell'intreccio romanzesco e giallo, come di consueto, riferimenti a fatti e persone realmente esistiti.
Non resta che dire, infine, che il ministro romano a cui mi riferisco chiamandolo solo in un'occasione Sandro,  evidentemente ispirato ad Alessandro Pavolini, che davvero fu podest di Firenze e fece molto per la scuola e la promozione della citt, ma che diventer realmente ministro solo l'anno seguente, nel 1939. Personaggio controverso e coltissimo, spietatamente fascista come si rileva dall'epigrafe di Calamandrei in esergo al romanzo, capo delle Brigate Nere, costui si macchi di atti senz'altro delittuosi, deprecabili e
impietosi, fra questi per, a onor del vero, non si possono annoverare la scena dell'assalto al bambino Asterio nel giardino di Boboli, n la sua successiva tortura in questura, che sono pura invenzione letteraria. Per questo non ho usato mai il cognome, perch come sempre nei miei romanzi, e come ho gi spiegato, i personaggi sono loro e non sono loro, e questo va sempre tenuto a mente perch alle responsabilit reali non se ne aggiungano altre di fantasia e in qualche modo diffamanti e dolorose per chi rimane e porta quel nome senza colpe.
Relativamente al tipo di tortura esercitato dal ministro romano e dai suoi scagnozzi dell'OVRA, mi sono concesso un'altra deroga al rigore storiografico, giacch le torture eseguite in quel periodo e negli anni successivi, ad esempio dalla famigerata Banda Carit, e riferite dalle vittime sopravvissute, sono s terribili e spietate, sanguinose, ma non riportano, almeno che io sappia, quella dell'annegamento simulato, che sono portato a credere sia d'invenzione pi recente. L'ho scelta perch ha a che fare con il primo tentativo di gettare il piccolo Asterio nella vasca del giardino di Boboli e per la sua capacit di segnare in profondit la psiche di chi vi viene sottoposto, senza per lasciare tracce evidenti sul suo corpo. Aiutato dalle testimonianze dei torturati rintracciabili in rete e dalla preziosa consulenza del medico psichiatra Lorenzo Signorini, dell'ospedale di Pescia, ho descritto il comportamento di Asterio condizionato dagli effetti post-traumatici causati dalla tortura subita.
Molte delle storie vere che di consueto si trovano nei miei romanzi sono frutto di racconti e testimonianze di amici e conoscenti. Senza queste storie, che mi piace ascoltare e raccogliere, mancherebbe un surplus di verit, che invece i miei romanzi hanno, nonostante la complessit rocambolesca delle trame che amo intessere per i miei lettori. Va da s che, come sempre accade, siano proprio le storie vere a risultare le parti pi incredibili della narrazione, a dimostrazione
che la realt s'impone contro ogni considerazione logica e storica facendo esclamare al lettore Questo  impossibile! proprio laddove il fatto  realmente accaduto.
 il caso della storia della signora di via Tito Speri che rifiuta le bandiere dei fascisti, realmente accaduta a Maria Jole Spicciani vedova Ricciarelli. A raccontarmela, come gi accadde con la storia di Angiolino nel mio romanzo Se il diavolo porta il cappello  stato il nipote della donna, l'amico professore Giovanni Ferrari di Castelvecchio, che ringrazio di vero cuore.
Vera  anche la storia della ragazzina molestata nel cinema, che fa saltare il falso alibi di Pistoiesi e di Armenia nel giallo: a regalarmela  stato nientemeno che l'amico scrittore Leonardo Gori, autore della serie del capitano Arcieri. La bambina del cinema era la mamma di Leonardo e l'uomo, che viene infamato dai fascisti per essere stato poco attento, il nonno, come lui stesso vi potr confermare.
Ma c' di pi. Leonardo  stato il primo a scrivere un romanzo ambientato a Firenze durante la visita di Hitler. Nel romanzo di Leonardo, Nero di maggio, il capitano Arcieri si occupa della sicurezza dei tetti e dei tiratori scelti e sventa un attentato. Per questo motivo, e per l'amicizia creatasi con lui,  stato quasi doveroso per me far comparire Arcieri nella riunione della questura sul piano di sicurezza per la visita di Hitler, nella quale Pietro si intrufola. Mi sarei fermato l, se non fosse che la cosa mi ha cos intrigato da spingermi ad andare oltre e a farlo intervenire per "disturbare" il mio cecchino e mandare a gambe all'aria l'attentato ideato da Pietro. Ci siamo divertiti tanto io e Leonardo a parlarne al telefono e immaginare la scena discutendo i dettagli del piano come spietati cospiratori. Per questo la foto che il Nizzardo lascia e Arcieri intasca  un filo sospeso che ho teso a Leonardo esaudendo una sua richiesta, e che lui ha gi riannodato facendola ricomparire nel suo romanzo Quella vecchia storia. Si tratta di un esile filo che intreccia il suo Arcieri ai
miei eroi e sorvola timidamente la densa ragnatela che lui e l'amico Marco Vichi, "padre" del commissario Bordelli, tessono da anni fra i loro personaggi e i loro romanzi. Di questa occasione, oltre che del racconto del cinema, lo ringrazio.
Di queste due testimonianze sar presto visibile il video sulla mia pagina Facebook: https://www.facebook.com/paginafabriziosilei.
Anche la storia dell'autista Gano che d una lezione all'automobilista spericolato e maleducato  vera, sebbene naturalmente retrodatata agli anni Trenta da dei presumibili anni Settanta in cui  realmente accaduta. A raccontarmela  stata sua figlia Cristina, che ringrazio di cuore. Per anni Gaetano Bartalucci, detto Gano, mi ha portato alla scuola d'arte di Porta Romana da Tavarnelle e ritorno con la Sita. Un personaggio indimenticabile e un uomo giusto, che tutti ricordiamo con grande affetto.
Infine, ma non da ultimo, un grande grazie va a mia moglie Francesca e agli amici Enrico Parsi, Alessandra Forlani, Giovanni Pieri, Roberta Bassani, Ariela Rizzi e Liliana Magnani, per la loro appassionata lettura del manoscritto e i loro suggerimenti. Sono particolarmente grato ad Alice Cianni, nuova editor di Giunti, con la quale  stato molto piacevole e fruttuoso lavorare, a Roco Isabel Gonzlez, grafica di Giunti, per la splendida copertina, ai correttori e agli impaginatori, nonch, come al solito, alla mia agente Maria Cristina Guerra e al megadirettore galattico di Giunti Antonio Franchini, che tramano sempre per continuare a farvi arrivare le mie storie. A proposito, quasi dimenticavo. Il pagliaccio con i cagnetti  un personaggio che ho "rubato" a Pratolini, per questo si chiama Vasco.
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Castelvecchio di Pescia, 20 ottobre 2022.
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FINE.